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Alessandro Magno e l’enigma dell’Occidente

Alessandro Magno recide il nodo gordiano di Jean-Simon Berthélemy (1743–1811) 
Torna per Adelphi il dialogo tra Ernst Jünger e Carl Schmitt sulle grande questione tra Est e Ovest del Mondo che il Macedone credette invano di risolvere tagliando il nodo di Gordio
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Quando, in partenza per l’Asia, Alessandro taglia il nodo di Gordio, il destino del mondo appare deciso. Quel colpo di spada sembra sugellare la vittoria definitiva dell’Occidente sull’Oriente. Separando luce e tenebre, spirito e materia, libertà e dispotismo, immette la folgore della storia nella ripetitività della natura.
Città magiche come Babilonia, Tiro e Sidone s’inchinano davanti al conquistatore venuto dalla Grecia. Eppure il vincitore resta catturato dalla propria preda, sposa una donna babilonese, s’inoltra sempre più a Oriente, nelle foreste dell’India, sognando di riannodare il nodo che aveva tagliato. Nello sguardo di Alessandro si delinea, come un folle sogno, un mondo capace di unire in una stessa civiltà i principî occidentali e orientali.


Questa vicenda è raccontata nel confronto, veramente stellare, tra due dei più brillanti intellettuali tedeschi del Novecento, Ernst Jü…

Quando, in partenza per l’Asia, Alessandro taglia il nodo di Gordio, il destino del mondo appare deciso. Quel colpo di spada sembra sugellare la vittoria definitiva dell’Occidente sull’Oriente. Separando luce e tenebre, spirito e materia, libertà e dispotismo, immette la folgore della storia nella ripetitività della natura.
Città magiche come Babilonia, Tiro e Sidone s’inchinano davanti al conquistatore venuto dalla Grecia. Eppure il vincitore resta catturato dalla propria preda, sposa una donna babilonese, s’inoltra sempre più a Oriente, nelle foreste dell’India, sognando di riannodare il nodo che aveva tagliato. Nello sguardo di Alessandro si delinea, come un folle sogno, un mondo capace di unire in una stessa civiltà i principî occidentali e orientali.


Questa vicenda è raccontata nel confronto, veramente stellare, tra due dei più brillanti intellettuali tedeschi del Novecento, Ernst Jünger e Carl Schmitt ne Il nodo di Gordio, curato esemplarmente da Giovanni Gurisatti per Adelphi (l’edizione precedente del Mulino era a cura di Carlo Galli).
Sia Jünger che Schmitt si lasciano alle spalle la filosofia della storia di Hegel, che vedeva nell’Oriente nulla più che lo spazio originario dal quale avrebbe preso le mosse il processo universale che dalla Grecia porta alla civiltà moderna. Per Jünger l’Oriente non è riducibile all’antica Madre da cui si sarebbero staccate prima l’Europa e poi l’America. È una polarità eterna destinata a convivere con quella occidentale in ogni paese e perfino in ogni uomo.


Ciò non toglie la differenza radicale tra Levante e Ponente, non a caso venuti di continuo in conflitto. Maratona e Le Termopili, Bisanzio e Vienna, Lepanto e Stalingrado sono solo alcuni dei siti in cui Occidente e Oriente si sono scontrarti, con esito alterno, per il dominio del mondo. Ma la differenza s’impone. Alessandro non è Gengis Khan. Per lui conquista non equivale a distruzione. Per quanto sanguinarie, le invasioni da ovest non sono assimilabili a quelle degli Unni o dei Mongoli, che fanno terra bruciata al proprio passaggio. Diversamente da loro i romani creeranno strade e ponti. Eppure anche questa differenza è destinata a sfumarsi.


L’avanzata di Hitler in Russia ha la stessa potenza distruttiva di quella dei tartari a ovest, al punto di essere dichiarato da Jünger più russo che tedesco. Così come il Terrore nella Francia rivoluzionaria eguaglia in ferocia la carneficina dei Turchi a Famagosta. Eppure una distinzione permane. Mentre a Occidente il capo condivide il potere con altri – già da Agamennone, primus inter pares –, a Oriente il despota è assoluto. In quale paese occidentale sarebbe oggi immaginabile il potere di Putin? Ma è un contrasto che non affonda nel sangue o nella razza, bensì in strati della natura umana che si combattono e accavallano incessantemente. Perciò il nodo di Gordio, ogni volta che sarà tagliato, tornerà prima o poi a riallacciarsi, prefigurando i contorni di uno Stato mondiale che Jünger già intravede all’orizzonte.


Diversa la prospettiva di Schmitt, meno letteraria e impolitica, più concreta e realistica. Non per nulla già nel titolo della sua risposta a Jünger chiama in causa la storia. Pur nella condivisione dello scenario planetario, contesta all’amico sia il significato che il contenuto delle polarità contrapposte. Intanto non condivide il progetto di uno Stato mondiale, che dissolverebbe non solo la pluralità dei grandi spazi del mondo, ma anche la possibilità della politica, legata alla presenza di fronti contrapposti. Come non c’è un unico Oriente – la Russia non è la Cina – così non c’è un unico Occidente.
Anzi l’Europa – al cui centro batte il cuore tedesco –, per non perdere la propria anima, deve guardarsi tanto dalla Russia quanto dall’America. Ma è soprattutto il significato dei due poli che è diversamente interpretato da Schmitt. A contrapporsi nella storia del mondo non sono Oriente e Occidente. O lo sono soltanto in quanto caratterizzati dai due elementi decisivi della Terra e del Mare.


Alla bipolarità evocata miticamente da Jünger, Schmitt sostituisce una tensione dialettica che vede il progressivo prevalere del mare sulla terra. Anche perché al principio mobile del mare corrisponde la potenza dispiegata della tecnica. Non per nulla la rivoluzione industriale nasce in Inghilterra e da lì transita in America attraverso la riconversione tecnologica. A confrontarsi nel mondo contemporaneo non sono solo due principî polari, ma due diverse prospettive. Dalla terra e dal mare. Guardato dalla terra, il mare è solo un confine mobile. Guardata dal mare, la terraferma appare il retroterra di una costa. Per gli uomini del mare la Spagna non è che una balena arenatasi sulle spiagge d’Europa. E l’Inghilterra un’isola che somiglia a una nave. Vissuta dall’interno una nave può sembrare simile a una casa. Ma spinta in mare aperto diventa il suo contrario. Come il movimento è il contrario della quiete.
Questa è la vera contrapposizione tra Occidente e Oriente. Chi ha visto il film di Oliver Stone Alexander ha ancora negli occhi il contrasto, nella battaglia di Gaugamela, tra l’immobilità ieratica di Dario, in piedi sul suo carro, e la furia frenetica di Alessandro che, a cavallo di Bucefalo, corre verso l’infinito. Ma attenzione all’altro sguardo: vista da Oriente, la furia di Alessandro è la follia dell’Occidente.

Il libro. Il nodo di Gordio di Ernst Jünger e Carl Schmitt (Adelphi, a cura di G. Gurisatti, pagg. 238, euro 14)