Dal 2008 ad oggi il Pd ha perso sette milioni di voti, sei rispetto alle Europee del 2014. Quelle elezioni, che lo videro raggiungere la soglia del 41%, ci diedero un’idea concreta di cosa fosse la “vocazione maggioritaria”: riuscire a convincere e ad attrarre anche chi in precedenza non la pensava come noi. Da tempo il Pd ha perso quella capacità, ma rinunciare a coltivare la vocazione maggioritaria significa consegnarsi ad un ruolo di testimonianza.
LE IDEE: scrittori, giornalisti, politici, intellettuali ragionano sulla crisi della sinistra
Per tornare ad essere attrattivi, dobbiamo innanzitutto dire cosa vogliamo per l’Italia e per gli italiani, e con quali mezzi vogliamo realizzare i nostri obiettivi. E contemporaneamente dare corso ad un forte rinnovamento della rappresentanza. Se il 25 settembre ci ha infatti consegnato un messaggio, questo non è “cambiate i vostri valori”, ma “cambiate la vostra classe dirigente!&rdquo…
Dal 2008 ad oggi il Pd ha perso sette milioni di voti, sei rispetto alle Europee del 2014. Quelle elezioni, che lo videro raggiungere la soglia del 41%, ci diedero un’idea concreta di cosa fosse la “vocazione maggioritaria”: riuscire a convincere e ad attrarre anche chi in precedenza non la pensava come noi. Da tempo il Pd ha perso quella capacità, ma rinunciare a coltivare la vocazione maggioritaria significa consegnarsi ad un ruolo di testimonianza.
LE IDEE: scrittori, giornalisti, politici, intellettuali ragionano sulla crisi della sinistra
Per tornare ad essere attrattivi, dobbiamo innanzitutto dire cosa vogliamo per l’Italia e per gli italiani, e con quali mezzi vogliamo realizzare i nostri obiettivi. E contemporaneamente dare corso ad un forte rinnovamento della rappresentanza. Se il 25 settembre ci ha infatti consegnato un messaggio, questo non è “cambiate i vostri valori”, ma “cambiate la vostra classe dirigente!”. E adesso è tempo di farlo.
Dobbiamo dire agli italiani — e dimostrare coi fatti — che il Pd è il partito del lavoro contemporaneo, di tutti i lavori: del lavoro dipendente come di quello autonomo; del lavoro qualificato come del lavoro precario e malpagato; del lavoro operaio come delle nuove professioni digitali; del lavoro di cura come delle partite Iva; del lavoro creativo come del lavoro degli imprenditori onesti e coraggiosi, senza la cui iniziativa non ci sarebbero lavoro e creazione di ricchezza. Il lavoro anche di chi non ha lavoro, dei neet e delle donne ancora costrette a scegliere tra occupazione e dimensione famigliare.
Essere un partito modernamente laburista significa affermare il valore del lavoro come princìpio della dignità personale e strumento per la costruzione del benessere individuale e collettivo. Per questo il lavoro dev’essere dignitoso ed equamente retribuito. E se la giustizia sociale, insieme alla libertà, è il nostro obiettivo, è innanzitutto con il lavoro, con lo sviluppo delle forze produttive, con le imprese, con la crescita economica, socialmente ed ecologicamente sostenibile, con l’innovazione e con l’aumento della produttività, che possiamo cogliere quell’obiettivo: contrastare le disuguaglianze, consentire ad ogni persona di immaginare per sé e per la sua famiglia un futuro migliore.
La lotta per la giustizia sociale deve prevedere adeguate misure di assistenza verso i poveri e gli esclusi, ma per evitare una torsione verso l’assistenzialismo deve altresì iscriversi in una credibile strategia di emancipazione, incentrata sul lavoro e sulla valorizzazione dell’iniziativa e del talento degli individui. Il nostro compito è aprire a tutti questa possibilità, contrastando le diseguaglianze di destino, le rendite e i privilegi.
Decisivo, in particolare, è il ruolo del sistema formativo. Una scuola di qualità, purché davvero accessibile a tutti, ad ogni latitudine, assistita da un potente sistema per la promozione del diritto allo studio, è ancora lo strumento più efficace — seppure non il solo — per combattere le diseguaglianze. Per questo è fondamentale che funzioni al meglio.
La missione del Partito Democratico dev’essere quella di accendere la speranza di un futuro migliore per ogni persona, per ogni famiglia, e nell’insieme per il nostro Paese. E il mezzo è una vera uguaglianza delle opportunità, coniugata con la valorizzazione del merito, dell’impegno e del sacrificio, nel lavoro e nella comunità, in un ambiente dinamico e solidale dove il mercato e lo Stato si integrano e si sorreggono.
Dobbiamo puntare a costruire un Paese più giusto, più dinamico e più green, protagonista della dimensione europea. E per riuscirci dobbiamo innanzitutto scommettere sulle persone e sulla società, sulle loro energie, impegnando lo Stato nel compito fondamentale di creare — innanzitutto attraverso l’accesso universale ad una educazione e ad una formazione di qualità; coi propri investimenti a rendimento differito e sui progetti più rischiosi; attraverso la regolazione dei meccanismi di concorrenza; e con la costruzione di dispari opportunità positive a favore di quanti da soli non ce la possono fare —, un contesto favorevole al pieno dispiegarsi di queste energie. Come non esiste redistribuzione senza crescita — soprattutto per un Paese come l’Italia, gravato da un ingente debito pubblico, fermo da oltre vent’anni e in grave crisi demografica — così non esiste crescita senza efficaci politiche di inclusione e di sicurezza sociale.
È interessante annotare come proprio la «scommessa sulle persone e sulla società» sia stata posta al centro della strategia del Labour inglese — “resuscitato” dopo i tracolli dell’era corbyniana — nel “discorso del nuovo anno” pronunciato qualche giorno fa dal leader Keir Starmer.
Distaccandosi nettamente dal modello statalista del suo predecessore, Starmer ha prospettato per lo Stato un ruolo «agile e dinamico», che liberi «l’orgoglio e la determinazione dei cittadini e delle comunità inglesi», oggi frenate dall’eccessiva centralizzazione del potere, consentendo l’espressione delle grandi potenzialità presenti a tutti livelli nella società britannica, e in particolare nel mondo delle imprese e delle professioni. «Il traguardo — ha scandito Starmer — è quello di un’Inghilterra più giusta, più verde e più dinamica; in cui l’ambizione è premiata, i lavoratori hanno successo. E le comunità controllano il loro destino». Proprio quest’ultima è la novità: di fronte all’inefficienza del potere centrale e al bisogno dei cittadini di avere il controllo delle loro vite, la risposta del Labour consiste in una grande operazione di modernizzazione e semplificazione dello Stato, accompagnata da una massiccia devoluzione di poteri dal centro alla periferia (lo slogan è «Take back control», “Riprendiamo il controllo”).
Può non piacere ai detrattori dell’autonomia regionale, e certo non va visto in contrapposizione al princìpio dell’unità nazionale, ma è uno spunto che non trascurerei. In tempi di globalizzazione e di cambiamenti epocali, una forte promozione della sussidiarietà — che si aggiunga al rilancio dell’identità europeista e laburista — può consentire al Pd di tornare a coltivare la vocazione maggioritaria e rappresentare una valida alternativa al sovranismo.