L'eterna questione morale. Il mito della diversità secondo Berlinguer
di Andrea Romano , di Andrea RomanoÈ vero, le icone non riposano mai. Ma forse oggi, mentre si chiude l'anno del centenario della nascita, dovremmo finalmente lasciar riposare Enrico Berlinguer. Senza tirarlo in mezzo alle nostre baruffe ogni volta che esponenti di sinistra o di destra della politica italiana, talvolta in catastrofica collaborazione con la politica europea, vengono sorpresi con le mani nel malaffare. Dovremmo lasciar riposare quel gigante del Novecento italiano, protagonista della storia tragica ed eroica del comunismo, il cui destino postumo è stato quello di ritrovarsi schiacciato dentro una caricatura da profeta disarmato quale non fu mai. Perché Berlinguer è stato innanzitutto un leader comunista, formatosi e vissuto sotto il segno del primato della politica di partito che ha ispirato per tutto il XX secolo il mondo a cui aveva scelto di appartenere. E proprio quel primato lo spinse, già nel 1980 e poi nella celebre intervista del luglio 1981 a …
È vero, le icone non riposano mai. Ma forse oggi, mentre si chiude l'anno del centenario della nascita, dovremmo finalmente lasciar riposare Enrico Berlinguer. Senza tirarlo in mezzo alle nostre baruffe ogni volta che esponenti di sinistra o di destra della politica italiana, talvolta in catastrofica collaborazione con la politica europea, vengono sorpresi con le mani nel malaffare. Dovremmo lasciar riposare quel gigante del Novecento italiano, protagonista della storia tragica ed eroica del comunismo, il cui destino postumo è stato quello di ritrovarsi schiacciato dentro una caricatura da profeta disarmato quale non fu mai. Perché Berlinguer è stato innanzitutto un leader comunista, formatosi e vissuto sotto il segno del primato della politica di partito che ha ispirato per tutto il XX secolo il mondo a cui aveva scelto di appartenere. E proprio quel primato lo spinse, già nel 1980 e poi nella celebre intervista del luglio 1981 a Scalfari, ad utilizzare l'arma della "questione morale" nel durissimo scontro aperto nel Pci dopo la fine della "solidarietà nazionale".
"I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere o di clientela... Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani": le parole consegnate a Scalfari, oggi persino banali per chi come noi è ormai assuefatto a decenni di antipolitica, furono un pugno nello stomaco soprattutto per molti nella leadership comunista. "Il Pci è sul monte Sinai e guarda la sconcezza degli altri partiti nella valle", si esercitò il sarcasmo di Nilde Iotti davanti alla Direzione del partito. "Vuote invettive", nel commento di Giorgio Napolitano sull'Unità poche settimane dopo l'intervista a Repubblica.
Alessandro Natta vi lesse "un tono moralistico, settario, nel senso di una superiorità da eletti, da puri" con il rischio che "la contrapposizione tra gli altri e noi diventi così profonda da non lasciare margine a nessuna politica, da isolarci, da alimentare una intransigenza morale, una denuncia radicale ma sterile". Oggi si potrà dire, a ragione, che larga parte del vertice Pci non comprese appieno il senso di una denuncia che anticipava la crisi della "repubblica dei partiti" come sarebbe esplosa un decennio più tardi con Tangentopoli. Ma è altrettanto vero che quella denuncia di Berlinguer nasceva, nella stagione storica in cui venne formulata, da una doppia sconfitta. La prima, palese, era quella della strategia della "solidarietà nazionale" su cui Berlinguer aveva scommesso fin dal 1973 e che si era consumata dopo l'assassinio di Aldo Moro e nell'incapacità dei governi di "compromesso storico" di rispondere alle tensioni che salivano dall'Italia di quegli anni. La seconda sconfitta, meno evidente, nasceva dalla percezione dello stesso Berlinguer di un mondo che finiva. Perché anche se nei vertici del Pci dei primi anni Ottanta nessuno, tantomeno Berlinguer, si sarebbe spinto a parlare di "crisi del comunismo", quella crisi era in molti segnali visibili ad un'occhio attento: la sclerotizzazione senza uscita dei "paesi socialisti", l'avvitarsi su se stesso del sistema militare-industriale sovietico, l'avvio di una stagione di rilancio economico e culturale del capitalismo. Tutto questo si scaricava anche sul Pci, protagonista non marginale del comunismo mondiale, e sul suo leader carismatico. Il quale pensò di rispondervi con una denuncia dei fenomeni corruttivi che gravavano sulla democrazia italiana ma che prese la forma di una rinuncia ad intervenirvi con gli strumenti della politica, diventando l'emblema dell'isolamento a cui si sarebbe condannato il Pci.
Il paradosso della "questione morale" posta da Berlinguer nel 1980-1981 a tutta la politica italiana è stato quello di diventare, dopo la prematura scomparsa del leader comunista, lo schermo per una pretesa "superiorità morale" apertamente rivendicata da alcuni esponenti della sinistra. Un'autocelebrazione clamorosamente autolesionistica, perché nessuna parte politica si può definire moralmente superiore ad un'altra senza la certezza di essere prima o poi smentita dai comportamenti di questo o quel malfattore. Ma anche un colpo all'etica pubblica del nostro paese, laddove si è tentato di "privatizzare" una risorsa che dovrebbe essere condivisa in premessa da qualsiasi partito o movimento: l'onestà in politica. Un'infrastruttura basilare della democrazia e non un'arma contundente da utilizzare, secondo le convenienze del momento, contro l'avversario. Che è poi quanto continueremo a fare, rinunciando anche per questo a lasciar riposare la memoria di Berlinguer.