"Ciao, Capitano Alatriste. Il funerale laico di Marco Tropea"
di Piero Colaprico , di Piero ColapricoMILANO - Il nipote adorato dell'editore Marco Tropea va al microfono e legge un testo: "Non è uno dei tanti veterani che vanno a zonzo spavaldi millantando inverosimili gesta d'eroismo e nemmeno uno degli spregiudicati pronti a qualsiasi compromesso purché ben remunerato". Sono le parole che Tropea aveva scritto sulla quarta di copertina del libro Alatriste, di Arturo Perez-Réverte: "Un sorriso che sembra una smorfia, lo sguardo puro, i lunghi silenzi, il fare rude e sbrigativo; si ubriaca di azione e di vita". Pausa, e il nipote Daniele Barzaghi chiosa: "Forse, involontariamente raccontava un po' di se stesso".
Sì, lui era un po' così, come Alatriste. In molti annuiscono tra le panche affollate di questa chiesa vera che, in una Milano ancora vivibile, ieri mattina è stata messa cattolicamente a disposizione di un ateo e dell'addio a un'esistenza condotta sino alla fine sotto il segno del …
MILANO - Il nipote adorato dell'editore Marco Tropea va al microfono e legge un testo: "Non è uno dei tanti veterani che vanno a zonzo spavaldi millantando inverosimili gesta d'eroismo e nemmeno uno degli spregiudicati pronti a qualsiasi compromesso purché ben remunerato". Sono le parole che Tropea aveva scritto sulla quarta di copertina del libro Alatriste, di Arturo Perez-Réverte: "Un sorriso che sembra una smorfia, lo sguardo puro, i lunghi silenzi, il fare rude e sbrigativo; si ubriaca di azione e di vita". Pausa, e il nipote Daniele Barzaghi chiosa: "Forse, involontariamente raccontava un po' di se stesso".
Sì, lui era un po' così, come Alatriste. In molti annuiscono tra le panche affollate di questa chiesa vera che, in una Milano ancora vivibile, ieri mattina è stata messa cattolicamente a disposizione di un ateo e dell'addio a un'esistenza condotta sino alla fine sotto il segno del contrasto. Editore spiazzante nella ruvidezza e anche amorevole, severo e caciarone, brontolone e tollerante, se n'è andato circondato dall'affetto della sua "famiglia allargata", quella dei lettori forti, e tra i ricordi di antiche complicità, viaggi, frasi, festival.
Lo saluta tra i primi l'editore Luca Formenton. Lo scelse per il riuscito rilancio del Saggiatore e ha ricordato la felicità collettiva "nei viaggi incredibili per incontrare gli scrittori cubani". Prende il microfono il figlio della compagna di una vita, Laura Grimaldi, la "signora del giallo italiano". Ci sono in chiesa Stefano e Cristina Mauri, lo scrittore e traduttore Bruno Arpaia, le e gli editor di molte case editrici. L'ex ufficio stampa Paolo Soraci fa sorridere ricordando il risuonare della voce roca e imbufalita del capo: "Chi è entrato nell'ufficio e ha toccato dove non deve toccare?", e cioè tra le pile sghembe di una scrivania sepolta da libri in due copie e carte dovunque. Lo scrittore Giacomo Papi sottolinea quanto la "disponibilità" sia di Tropea sia di Grimaldi derivasse anche dall'"idea comunista di essere al servizio di qualcosa di più alto...".
Erano diversissimi, Marco e Laura. Abitavano allo stesso indirizzo, ma in due appartamenti sovrapposti: in quello di lei non c'era un soprammobile fuori asse, in quello di lui non si vedeva un mobile sotto le cataste di copertine, sciarpe, maglioni, foglietti, dischi. Lei elegante, piacevole e razionale, lui panciuto, dionisiaco, perennemente avvolto da nuvole di fumo. Eppure, coppia ferrea, anche per lo spirito dell'editor.
Tutt'e due, separatamente, raccontavano di essere stati colpiti, durante un viaggio a New York, dall'incontro con Isaac Asimov. Il venerato maestro della fantascienza, scrittore internazionale, in loro presenza aveva infatti consegnato il suo dattiloscritto, affinché ci lavorasse, alla sua editor, di soli 25 anni: "Ogni libro, anche del più grande autore, è migliorabile" era il loro credo assoluto. Capace di massacrare a parole un autore e nello stesso tempo di proteggerlo; paternalista, ma anche materno; da quando s'era ammalato, Tropea aveva fatto il classico passo indietro, progressivamente sparendo alla vista altrui. Ma "mettiamo che pubblico cento libri. Venti non m'importa se siano belli o brutti, servono a fare cassa. A sessanta ci credo, sono il catalogo. Sugli altri venti cerco la voce degli sconosciuti. E la ragione per cui faccio l'editore sono - affermava Tropea - questi ultimi venti".
Devo aggiungere un ricordo personale. Tropea è stato il primo editore dei gialli, imperniati sulla figura del maresciallo Pietro Binda, che ho scritto a quattro mani con Pietro Valpreda, l'anarchico ingiustamente accusato della strage di piazza Fontana (1969). Alla fine del terzo libro, La primavera dei maimorti, Valpreda s'è ammalato. In breve, non è stato più in grado di correggere l'ultima bozza, alla quale avremmo voluto tagliare - non sopportando i prolissi - una dozzina di pagine. Affidammo il "taglia e cuci" a Marco Tropea, Valpreda poté ringraziarlo solo con gli occhi, l'editor fu impeccabile e commovente.
E no, non è così frequente questa generosità: quella di Marco "Alatriste" Tropea era una stoffa umana e professionale speciale, gliela riconoscono Paco Taibo II, tanti scrittori stranieri e italiani, ed era finita anche in un racconto di Sepúlveda. Protagonista è il pugile Kid Tropea, detto Pancetta. Appena sconfitto, "con un occhio a lutto, si piazzò al solito tavolo, nel solito bar, e raccontò ai soliti amici le vittorie passate, perché i trionfi, per piccoli e passeggeri che siano, sono l'unico balsamo degli animi che ricevono tutti i colpi".