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Arriva a teatro il Barone rampante, attivista ante litteram

Illustrazione di Davide Abate 
Diretto da Riccardo Frati, approda sulla scena al Piccolo di Milano, la versione scenica del romanzo ambientato in una fiabesca Liguria di fine Settecento: protagonista Cosimo, il suo albero-rifugio e una virtù chiamata coerenza
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Nei capitoli mentali dell'inesauribile enciclopedia calviniana, il paragrafo sul teatro rischia di restare in ombra. Forse perché impalpabile, fatto di desideri e di ipotesi più che di concretezza. È un sogno sognato da giovane: quando, appena ventenne e a ridosso dell'8 settembre '43, lavorava a un dramma in tre atti di spirito testimonial-neorealista. Una Liguria di scogli e di vento, e un personaggio dal cranio rasato che anticipa certe figure del Sentiero dei nidi di ragno.

Anche dalle lettere che si scambiava con il compagno di scuola Eugenio Scalfari, si ricava un certo slancio del ragazzo Italo per il palcoscenico, per un nesso teatro e fiaba in salsa brechtiana la cui unica ricaduta effettiva è forse l'atto unico La panchina, nel '55. Nell'ultima stagione della sua vita c'è l'intenso lavoro con Luciano Berio per un Re in ascolto, ma è difficile smentire chi ha parlato di "noncuranza" di Calvin…

Nei capitoli mentali dell'inesauribile enciclopedia calviniana, il paragrafo sul teatro rischia di restare in ombra. Forse perché impalpabile, fatto di desideri e di ipotesi più che di concretezza. È un sogno sognato da giovane: quando, appena ventenne e a ridosso dell'8 settembre '43, lavorava a un dramma in tre atti di spirito testimonial-neorealista. Una Liguria di scogli e di vento, e un personaggio dal cranio rasato che anticipa certe figure del Sentiero dei nidi di ragno.

Anche dalle lettere che si scambiava con il compagno di scuola Eugenio Scalfari, si ricava un certo slancio del ragazzo Italo per il palcoscenico, per un nesso teatro e fiaba in salsa brechtiana la cui unica ricaduta effettiva è forse l'atto unico La panchina, nel '55. Nell'ultima stagione della sua vita c'è l'intenso lavoro con Luciano Berio per un Re in ascolto, ma è difficile smentire chi ha parlato di "noncuranza" di Calvino nei confronti della propria produzione drammaturgica. E anche gli adattamenti ufficiali per la scena di sue opere narrative sono tutt'altro che numerosi (quelli clandestini, in contesti scolastici e dilettanteschi, evidentemente non si contano).


Per questo va considerato un evento il debutto al Piccolo Teatro Grassi di Milano, nell'anno del centenario, di un Barone rampante in versione teatrale. Adattato e diretto da Riccardo Frati, che si è già misurato con un libro-talismano come Il piccolo principe, il Barone in scena (dal 20 gennaio al 5 febbraio, produzione Piccolo Teatro) connette con sapienza la voce del narratore Biagio, il fratello di Cosimo Piovasco, al coro dei personaggi che passano sotto al suo albero-rifugio. Una smagliante "dialettica verticale": esplosiva, a leggere con la lente di questa drammaturgia un romanzo un po' usurato dal suo bignami scolastico. Perché quel rampante disobbediente che sembra in fuga dalla società è in verità un attivista.

Un estremista della coerenza che non rifiuta la comunità, ma forse intende reinventarla - o spingerla a migliorarsi. È un antenato di quel Nanni Moretti che crede nelle persone, però non crede nella maggioranza delle persone? O forse un cugino di Greta Thunberg retrodatato e allarmato per l'imminente sparizione degli alberi di Ombrosa, il pezzo di Liguria fragile e trasfigurata in cui è ambientata la vicenda.

Con una compagnia eterogenea per età e formazione e un fondale scenografico mobilissimo curato da Guia Buzzi, Frati riattiva il frondoso fiabesco paesaggio morale del Barone rampante, e insiste su una dimensione di gioco - gioco serio, una scommessa dell'intelligenza - che Calvino radica in un Settecento stilizzato come i costumi di scena, leggeri e brillanti, di Gianluca Sbicca. Fa bene Frati a evocare Voltaire e Mozart, quasi assolvessero entrambi la funzione di genius loci di un luogo immateriale: lo spazio maestosamente filosofico dell'incontro-scontro fra le idee, gli ideali, gli azzardi conoscitivi, le più spericolate speculazioni sul senso dello stare al mondo.


In attesa di una (comunque epocale) serie tv del Barone rampante, i cui diritti sono stati acquistati di recente e dopo lunga trattativa da The Apartment, la casa di produzione dell'Amica geniale (unico adattamento calviniano per la tv un Marcovaldo interpretato da Nanni Loy nel 1970), l'esperimento teatrale al Piccolo è una via preziosa per una rilettura meno convenzionale del Calvino storico-fantasy.

Schiacciato nella ricezione scolastica su una dimensione di apologo per ragazzi, e in quella critica coeva su una presunta fuga dell'autore dall'ideologia. Macché: il cuore etico-politico del romanzo è - come pure evidenzia lo spettacolo di Frati - nella ricerca di una "giusta distanza" fra sé e il mondo; e in un tratto di ostinazione.


Il gesto di rottura di Cosimo - non mangiare lumache, vivere su un albero - non vale solo di per sé, quanto per la rigorosa fedeltà con cui viene confermato nel tempo. Non mangiare lumache mai più: una questione di scelta rigorosa e di coerenza. Difficile credere che sia un caso che l'ultima "lezione americana" - quella che Calvino non fece in tempo a scrivere e che avrebbe completato il quadro proverbiale di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità - doveva intitolarsi Consistency. In italiano (e in Italia), fra le qualità meno frequentate di sempre: coerenza, per l'appunto.