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Pino Roveredo, è morto lo scrittore degli ultimi

Aveva 68 anni, era malato da tempo. Nel 2005 aveva vinto il premio Campiello
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TRIESTE - “Quando i disturbi diventano più forti della speranza e ti rimane solo l’uso del saluto...”: sono le ultime parole di Pino Roveredo su Facebook, il 1° dicembre 2022.

Autore di romanzi, racconti e testi teatrali, vincitore del Premio Campiello nel 2005 con Mandami a dire (Bompiani), Roveredo ha finito il suo viaggio terreno nella notte tra venerdì 20 e sabato 21 gennaio. Nato a Trieste, aveva sessantotto anni ed era malato da tempo. Nell'ultimo mese le sue condizioni erano peggiorate. Era ricoverato da alcuni giorni nella struttura sanitaria di Pineta del Carso.

Se ne va lo scrittore degli ultimi, l’intellettuale impegnato che si schierava sempre dalla parte dei fragili, degli invisibili, delle persone che hanno un disperato bisogno d’amore. Infanzia difficile e problemi personali, aveva sperimentato sulla sua pelle i temi che affrontava: carcere, cura della salute mentale, alcol. I suoi genitori erano non udenti e non par…

TRIESTE - “Quando i disturbi diventano più forti della speranza e ti rimane solo l’uso del saluto...”: sono le ultime parole di Pino Roveredo su Facebook, il 1° dicembre 2022.

Autore di romanzi, racconti e testi teatrali, vincitore del Premio Campiello nel 2005 con Mandami a dire (Bompiani), Roveredo ha finito il suo viaggio terreno nella notte tra venerdì 20 e sabato 21 gennaio. Nato a Trieste, aveva sessantotto anni ed era malato da tempo. Nell'ultimo mese le sue condizioni erano peggiorate. Era ricoverato da alcuni giorni nella struttura sanitaria di Pineta del Carso.

Se ne va lo scrittore degli ultimi, l’intellettuale impegnato che si schierava sempre dalla parte dei fragili, degli invisibili, delle persone che hanno un disperato bisogno d’amore. Infanzia difficile e problemi personali, aveva sperimentato sulla sua pelle i temi che affrontava: carcere, cura della salute mentale, alcol. I suoi genitori erano non udenti e non parlavano. Amava il silenzio. Era diventato popolare al Maurizio Costanzo Show. La dote che ammirava di più era l’umiltà. Credeva nel coraggio delle donne che, come diceva, ci salva sempre. Nel 2021 si era candidato come consigliere comunale a Trieste con una lista civica, Punto Franco.

«Sono l'unico garante regionale delle persone private dalla libertà a essere un ex detenuto. È il mio vanto e se mi arrestano ancora so a chi rivolgermi… Così come sono messe, le carceri sono illegali. Più del 70% di chi esce torna a delinquere, le tossicodipendenze — e penso anche a quelle dei migranti che la miseria spinge nel giro della droga — non sono curate. Ogni detenuto ci costa 150 euro al giorno. Non sarebbe saggio investirli per insegnare ai reclusi cosa fare una volta usciti? Io ci provo» aveva raccontato a Repubblica quando era uscito il suo libro Caracreatura (Bompiani, 2007), sulla madre di un tossicodipendente. E aggiungeva: «Sono cresciuto nel collegio dei poveri di Trieste, a modo suo il primo carcere. I miei genitori, entrambi sordomuti, non potevano provvedere a me. Mi facevano compagnia alla radio le commedie di Edoardo. Non capivo nulla ma ne assorbivo tempi e musicalità. La mia scrittura ne è sempre rimasta influenzata, anche nel metodo. Non sto mai più di cinque minuti alla scrivania, ho bisogno di urlarmi le parole, di parlarle, sentirle, magari giorni. Solo dopo mi siedo al computer».

Riportare i suoi testi in scena e leggerli è il modo migliore per ricordarlo. Da Capriole in salita, debutto autobiografico del 1996, alla raccolta di racconti vincitrice del Campiello (ex aequo con Il sopravvissuto di Antonio Scurati) e a Ballando con Cecilia (Bompiani ma ha pubblicato anche con altri editori). In quest’opera, del 2000 poi ristampata, un uomo riceve l'incarico di andare alla Casa dei Matti per fare compagnia ai degenti, etichettati come “pazzi”, e viene in mente Alda Merini che definiva il manicomio un lager. Amalia si crede nobile; Anita è la "donna down", sempre col cappotto addosso; Maria canta; Olga non ha i denti ed è ossessionata dalla religione; Berto dalle parole crociate. La Cecilia del titolo, sempre in modo meriniano, ha novantasei anni e ormai non si ricordano neanche più perché sia stata rinchiusa. Passa per avere un brutto carattere ma ha solo bisogno di qualcuno che la veda, come Roveredo sapeva fare da autore e da essere umano.

Tra le sue opere citiamo anche Mio padre votava Berlinguer (Bompiani, 2012). Un libro-confessione al padre operaio-calzolaio, come detto non udente e che non parlava, sostenitore di Berlinguer perché era una brava persona: "Continuo a scrivere papà, a scrivere veloce, con la parola che attacca la parola, la riga che rincorre la riga, con lo spazio che si accorcia e con le cose da dire che pretendono di essere raccontate".