L'avvocato Agnelli a New York. Tra arte, moto e feste con gli amici
di Mario Platero , di Mario PlateroNEW YORK - Susan ricorda assai bene quella giornata, metà anni Novanta. Aveva parlato con Gianni della Barnes Foundation di Filadelfia, che lui non aveva mai visto. Resta una delle più importanti collezioni in America – 180 dipinti di Renoir, 69 di Cezanne, 59 di Matisse, 49 di Picasso 16 di Modigliani e cosi’ via, con opere di Pissarro, Degas, Van Gogh, de Chirico, Seurat e altri mille lavori importanti. “Come andiamo? In macchina?” chiese Gianni. “Assolutamente no, il traffico sarebbe infernale” rispose Susan. E fu così che per la prima volta nella sua vita adulta l’Avvocato prese un treno. Partì il mattino dopo alle otto da Penn Station, a New York, diretto alla stazione William H. Gray III 30st di Filadelfia. Una curiosità inedita che Susan mi racconta l’altra sera, a un pranzo su Park Avenue, con altre curiosità, come se tutto fosse successo ieri.
Mi colpisce quanto, a vent’anni dalla…
NEW YORK - Susan ricorda assai bene quella giornata, metà anni Novanta. Aveva parlato con Gianni della Barnes Foundation di Filadelfia, che lui non aveva mai visto. Resta una delle più importanti collezioni in America – 180 dipinti di Renoir, 69 di Cezanne, 59 di Matisse, 49 di Picasso 16 di Modigliani e cosi’ via, con opere di Pissarro, Degas, Van Gogh, de Chirico, Seurat e altri mille lavori importanti. “Come andiamo? In macchina?” chiese Gianni. “Assolutamente no, il traffico sarebbe infernale” rispose Susan. E fu così che per la prima volta nella sua vita adulta l’Avvocato prese un treno. Partì il mattino dopo alle otto da Penn Station, a New York, diretto alla stazione William H. Gray III 30st di Filadelfia. Una curiosità inedita che Susan mi racconta l’altra sera, a un pranzo su Park Avenue, con altre curiosità, come se tutto fosse successo ieri.
Mi colpisce quanto, a vent’anni dalla sua morte, il ricordo di “Gianni” – qui a New York nessuno lo chiama l’Avvocato - sia sempre vivo, affettuoso, nostalgico. Tre settimane fa, a un altro dinner a Park Avenue, c’erano i Radzwill e i Livanos e di nuovo finirono col raccontare anedotti su “Gianni”. Di lui parlano il gallerista Bill Acquavella e l’architetto Peter Marino, sua guida per musei e mercanti d’arte. Lo ha evocato Henry Kissinger durante la cena in onore di Mario Draghi il 19 settembre scorso. Persino Tory Burch, la grande creatrice di moda che pure non l’ha mai conosciuto, per qualche ragione finisce col parlare di lui appena sabato scorso, e mi confessa che per lei è un “Role Model per l’eleganza e il fascino”, mi dice. Tutti usano toni semplici, di amicizia.
Che i controlli della sicurezza erano molto serrati e che l’Avvocato, suo grande amico, si comportò sempre da galantuomo, anzi, “era persino un pochino intimidito” da questo straordinario simbolo della giovane America, sua grande passione, ormai consolidata nel ruolo di grande potenze garante della nostra democrazia. Ma al centro della sua passione americana c’era New York. Susan è Susan Gutfreund, la vedova di John Gutfreund, capo di Salomon Brothers a uno dei più potenti banchieri di quegli anni (Michael Bloomberg aveva cominciato con lui e fu li che costruì la sua prima macchina per offrire ai traders speciali dati obbligazionari). Una delle osservazioni di questa signora, che cenava a quattro con Gianni e Marella, è che “Gianni a New York si sentiva anonimo e sicuro. Mi diceva:” adoro questa citta’! Non mi riconosce nessuno – a parte le guardie dei musei, mi salutano perche’ sono tifosi di calcio”.
In effetti, soprattutto agli inizi, ai primi anni Settanta, per l’Avvocato a New York c’era quell'aria leggera di normalità impossibile da trovare in Italia durante il periodo buio degli anni di piombo, del terrorismo, degli assassinii che a volte colpivano molto vicino. Come nel caso dell'uccisione a sangue freddo del vice direttore de La Stampa Carlo Casalegno il 29 novembre del 1977: quattro membri delle Brigate Rosse gli spararono nel portone di casa. E lui, Gianni Agnelli, era considerato un obiettivo numero uno delle Brigate Rosse. Ricordo che una volta a Torino, la citta’ dove continuò a vivere anche negli anni piu’ pericolosi, lo incrociai per caso per strada, su Corso Stati Uniti all'angolo con Corso Galileo Ferraris, ero in moto, una Guzzi Stornello 160, lui alla guida di una BMW con la scorta, fermi a un semaforo.
Abbassò il finestrino e con quella sua voce inconfondibile salutò con un sorriso questo giovane sconosciuto e chiese: ”Come va quella?” Si riferiva alla moto, ma l’ambiguità era evidente. “Benissimo grazie” risposi. Al verde salutò e poco piu’ avanti girò a destra per fermarsi alla villa in Crocetta dei cugini Nasi. Era il 1973, un anno prima era stato ucciso il Commissario Calabresi. Con la sua presenza costante e visibile in città, come quel giorno su Corso Stati Uniti, l'avvocato trasmetteva il coraggio per resistere alle intimidazioni, alle paure, all’attacco violento contro la democrazia.
Ma quando riusciva a venire a New York tutto cambiava. Come dice Susan e come mi hanno raccontanto i nipoti Lupo e Priscilla Rattazzi e Nuno Brandolini, poteva camminare per strada da solo, in libertà, senza scorta, senza il timore di essere attaccato o riconosciuto. Usciva dal palazzo dove abitava allora, al 720 di Park Avenue, girava a destra sulla 70, passava davanti alla Frick Collection per poi passeggiare a Central Park. Il mondo dell’arte era quello che Agnelli - con la moglie Marella - amava più d'ogni altra cosa. Nel quartiere, nel grande quadrilatero dell’Upper East Side c’erano le gallerie di Bill Acquavella, di Knoedler e Wildenstein o Wittgenstein. Solo molto dopo sarebbe venuto Larry Gagosian, che Agnelli ammirò subito per il suo nuovo modo di interpretare il mercato dell'arte. C'erano la Frick, il Withney, il Metropolitan e poco piu’ sopra il Guggenheim. Il Moma era un po’ piu’ a sud, forse venti minuti a piedi.
Ma in città non c’era solo l’arte, c’era una intensità di rapporti con tutto quello che poteva capitare, dalle serata a El Morocco agli incontri d’affari, dalle chiacchierate politiche con Kissinger alle serate sociali. Per Gianni Agnelli New York era divisa in grandi quadranti, ognuno riferito sempre al meglio, ai vari aspetti e momenti della sua vita del giorno per giorno. Il suo amico americano di piu’ vecchia data a New York era David Rockefeller. I due si erano incontrati a Fiuggi nel 1957 a un evento del Bilderberg Group e sono rimasti legati per la vita. Erano molto simili per origini, passione per l'arte, dedizione diretta agli affari di famiglia, ma erano anche molto diversi. Metodico, paziente, sempre serissimo David Rockefeller, improvvisatore, irrequieto pronto alla freddura l’avvocato. Insieme – e con altri amici - lanciarono la trilaterale per avanzare il dialogo fra Stati Uniti Europa e Giappone. Entrambi erano presidenti onorari del Council for United States and Italy.
A New York Gianni approfondiva l’America della politica, anticipava scenari futuri, imparava lezioni importanti da riportare a casa sia per il suo lavoro che per il suo paese. C'era il quadrante della finanza e imprenditoria americana, con Felix Rohatyn, il banchiere che salvò New York dal fallimento, André Meyer di Lazard e appunto John Gutfreund, il capo di Salomon Brothers, quando Salomon era una potenza o, sul fronte industriale, con Lee Iacocca, Henry Ford o Jack Welch di General Motors. C’era il quadrante dei suoi affari, delle sue responsabilità. La Fiat, con i capi americani Vittorio Vellano e Gualberto Ranieri, L’Ifint con Gianluigi Gabetti, La Ferrari con Gianluigi Buitoni e Roffredo Gaetani Lovatelli, la Stampa, coi suoi corrispondenti, Furio Colombo, Ennio Caretto, fino a Maurizio Molinari. C'era il quadrante dei medici e degli ospedali. Il quadrante più triste.
Perchè fu qui che i medici comunicarono alla famiglia che non c’era piu’ nulla da fare per Giovannino Agnelli, il figlio di Umberto Agnelli. Fu a New York che il suo leggendario cardiologo, Isadore Rosenfeld, gli disse di fare un bypass. Più avanti gli diagnosticò il cancro alla prostata che risultò fatale. Fu qui, a New York, che Marella apprese che il figlio Edoardo si era tolto la vita saltando nel vuoto dal viadotto autostradale dell'autostrada Torino Savona. Prima di dirglielo l'Avvocato chiamò la carissima amica di Marella, Annette de la Renta e le chiese di andare a casa in modo da essere con lei e con un paio di altre amiche quando avrebbe telefonato. Alla notizia, lo shock. Poi, insieme, quella tragica mattina, lei e Annette da sole, andarono in Chiesa.
C'era ovviamente il quadrante della famiglia. C’erano i nipoti Nuno Brandoli e Lupo e Priscilla Rattazzi che avevano scelto da giovani di restare qui:” Gianni chiamava all’improvviso – ricorda Nuno - Il suo senso della famiglia era fortissimo: “andiamo al parco” e si passeggiava. “Andiamo a fare colazione” e si andava al ristorante dietro l'angolo o a casa. “Andiamo al cinema”. C’era sempre qualcosa che voleva fare in questa citta’ irrequieta un po’ come lui: al cinema raramente si stava fino alla fine:” andiamo, andiamo” diceva, spesso dopo appena venti minuti”.
Il nipote Lupo mi racconta del suo amore indiscusso per l’America e di uno scontro duro che ebbe proprio sull’America con sua madre, Susanna (Suni) Agnelli, in quegli anni prima donna ministro degli Esteri italiano. Suni era la sorella piu’ vicina a Gianni, ma secondo lui commise un grave errore quando in ritorsione contro uno sgarbo politico (esclusione dell'Italia dal gruppo di contatto per la Bosnia), bloccò le autorizzazioni per i decolli e gli atterraggi degli F177 Stealth americani dalla base di Aviano. Restò l’amarezza di Gianni. Aveva un forte legame personale con l’America. Non solo perche’ era di quella generazione che ricordava la liberazione dal fascismo. Ma anche perché sua nonna materna, Jane Campbell Bourbon del Monte era un’americana con sangue russo, dinamica, intelligente social e brillante come lui. ”Tua madre ha sbagliato” diceva Gianni a Lupo, “sono in totale disaccordo. Io sono pro americano fino alla cintura”.
Era brillante e in forma come sempre. Alla serata c’erano anche i giovanissimi nipoti, John e Lapo. Si capiva quanto forte fosse il loro rapporto e si capiva che l'Avvocato era provato. Quando decise di andare un po’ prima del tempo, li guardò e capirono al volo. Si lanciarono a prenderlo. Aveva un bastone. E appoggiandosi fra loro lasciò la residenza per tornare alla nuova casa, al 770 di Park Avenue a quattro isolati di distanza. Coi due ragazzi al suo fianco mi passò accanto e mi salutò, aveva un'aria serena e orgogliosa allo stesso tempo. Non l'ho più rivisto in città. Poco più di un anno e mezzo dopo ci avrebbe lasciato per sempre.