Finis Terrae. La Nigeria in cerca di futuro
di Fernando Gentilini , di Fernando GentiliniChukwu era il creatore supremo, Amadiora il dio del fulmine, Ani la dea della Terra, Akalogoli lo spirito del male... E in una caverna nel ventre della collina vaticinava un oracolo per bocca degli antenati, cui ci si rivolgeva per scacciare la mala sorte e avere consigli per il raccolto. Tra gli Ibo di fine Ottocento, anche l'organizzazione sociale era un riflesso della cosmogonia. Nei villaggi c'erano ozo pieni di titoli, agbala che ne erano privi, osu che vivevano emarginati, e infine c'erano le donne, assimilate agli uomini senza titoli, mentre ai lebbrosi era negata la sepoltura e i loro corpi venivano lasciati marcire nella Foresta Malvagia.
All'interno di questa civiltà fondata sui tre centri della famiglia, del clan e del villaggio, il lottatore Okonkwo, eroe del romanzo di Chinua Achebe, cammina sul filo di una traiettoria predestinata. Lo vediamo intento a lavorare nei campi, a vincere i tornei tra villaggi rivali, a sacrificare animali e organizzare …
Chukwu era il creatore supremo, Amadiora il dio del fulmine, Ani la dea della Terra, Akalogoli lo spirito del male... E in una caverna nel ventre della collina vaticinava un oracolo per bocca degli antenati, cui ci si rivolgeva per scacciare la mala sorte e avere consigli per il raccolto. Tra gli Ibo di fine Ottocento, anche l'organizzazione sociale era un riflesso della cosmogonia. Nei villaggi c'erano ozo pieni di titoli, agbala che ne erano privi, osu che vivevano emarginati, e infine c'erano le donne, assimilate agli uomini senza titoli, mentre ai lebbrosi era negata la sepoltura e i loro corpi venivano lasciati marcire nella Foresta Malvagia.
All'interno di questa civiltà fondata sui tre centri della famiglia, del clan e del villaggio, il lottatore Okonkwo, eroe del romanzo di Chinua Achebe, cammina sul filo di una traiettoria predestinata. Lo vediamo intento a lavorare nei campi, a vincere i tornei tra villaggi rivali, a sacrificare animali e organizzare banchetti per quelli del clan... E invece, pagina dopo pagina, ci rendiamo conto che lui in realtà sta combattendo la civiltà e la religione dei primi colonizzatori inglesi, il cui arrivo nel bacino del basso Niger avrebbe di lì a poco causato il crollo dell'ordine delle cose in cui era nato, cresciuto e di cui custodiva il segreto insieme al suo popolo. Le cose crollano, uscito nel 1958 (in Italia edito da La nave di Teseo), fu il primo libro a raccontare l'Africa dal punto di vista degli africani, in un'epoca ancora piena di pregiudizi come quella della decolonizzazione. Per Chinua Achebe non era vero quel che aveva scritto Conrad, che cioè prima dell'incontro con l'uomo bianco gli africani fossero vissuti fuori dalla Storia... Quella degli Ibo era stata una grande civiltà, come quelle dei popoli Yoruba e Hausa che formano l'ossatura della Nigeria moderna. Solo che gli uomini bianchi erano troppo sicuri di sé e troppo malati di etnocentrismo per capirci qualcosa.
Chinua Achebe denunciò senza mezzi termini l'impresa coloniale. Epperò non nascose a se stesso e agli altri che gli Ibo erano caduti anche per colpa propria. Per essersi fatti trovare divisi e impreparati di fronte allo scramble for Africa di fine Ottocento, e avendo rinunciato a difendersi dall'assalto europeo. Insomma a trascinare il lottatore Okonkwo e il suo popolo nella polvere furono gli inglesi e le loro avanguardie missionarie, non vi è alcun dubbio. Ma fu anche il crollo di tutta una civiltà, e delle sue tradizioni, di popoli che non compresero ciò che stava accadendo e fecero poco per coalizzarsi contro nemici ben più potenti e determinati.
La prova che Chinua Achebe aveva visto giusto, all'indomani dell'indipendenza del 1960, furono la secessione del Biafra e la guerra civile che a lungo insanguinò la Nigeria. Un Paese la cui storia postcoloniale, come dimostrano quarant'anni di golpe militari a ripetizione, è stata segnata da frammentazioni politiche, religiose e tribali. Lo stesso Achebe a un certo punto decise di mollare tutto e trasferirsi negli Stati Uniti. Per colpa della corruzione, della criminalità, delle continue incursioni dei militari nella politica e specialmente per l'incapacità delle autorità nigeriane di sostenere l'educazione, il welfare e i bisogni essenziali delle popolazioni con i proventi della vendita del petrolio.
Sono sempre gli stessi i mali della Nigeria, e basta seguire la campagna elettorale per le presidenziali del febbraio prossimo per rendersene conto. Ancora oggi, a dispetto dei progressi democratici dopo la stagione dei golpe e del ruolo di superpotenza continentale, questo gigante di 180 milioni di abitanti dalle immense risorse petrolifere, gassose e minerarie, appare frenato, incapace di volare sul serio. E non vi è dubbio che una parte significativa della zavorra sia costituita dalla violenza e dall'insicurezza diffuse, che pervadono anche questa vigilia elettorale e rendono il lavoro degli osservatori internazionali quanto mai rischioso.
Eppure, da anni, la Nigeria sta dando prova di un'esuberanza e una coscienza di sé formidabili, capaci di contagiare l'Africa e non solo quella. Oltre ad alcuni indicatori economici, lo testimoniano il cinema, la letteratura, la moda, per non parlare dell'Afrobeat inventato da Fela Kuti mezzo secolo fa, il cui mix di jazz, soul e funk continua a fare proseliti in tutto il mondo. E non è affatto casuale che proprio questa Nigeria aperta e cosmopolita, capace di mettersi in gioco a livello internazionale, venga sfidata dai terroristi di Boko Haram, contro i quali, fino ai suoi ultimi giorni, Chinua Achebe spese pubblicamente tutta la sua autorità morale. Boko Haram viene di solito tradotto con "l'educazione occidentale è peccato" - boko proviene dall'inglese book. E i più lo considerano un gruppo terrorista frutto della situazione specifica della Nigeria, seppure legato ad al Qaeda e Isis. Di sicuro nel nord-est del Paese ha trovato terreno fertile per sfidare l'integrità territoriale del gigante africano, come i militanti del Movimento per l'Emancipazione del Delta del Niger lo hanno trovato a sud e gli attivisti del Biafra a sud-est. A conferma di quanto siano variegate e profonde le faglie religiose, tribali e culturali che attraversano tuttora il Paese reale, e che Abuja fa sempre fatica a tenere a bada.
Chinua Achebe rubò il suo magnifico titolo da Il secondo avvento di Yeats. Il verso recita "le cose crollano; il centro non può reggere". Ma forse, nella Nigeria contemporanea, lo scrittore avrebbe scelto la seconda parte del verso anziché la prima. A fine Ottocento la civiltà del Basso Niger crollò per l'arrivo dei bianchi, che imposero dal di fuori la fede, la lingua, la legge... Oggi sono invece le forze centrifughe etnico-religiose a minacciare nuovi Biafra e sfracelli jihadisti; per scongiurare i quali, al vincitore delle elezioni, non resterà che puntellare il centro e rafforzare la governance federale.
Con il suo libro, alla vigilia dell'indipendenza, Chinua Achebe si era rivolto ai popoli del Basso Niger perché insieme gettassero le fondamenta di un paese nuovo, destinato a resistere nel tempo. E non vi è dubbio che se fosse ancora tra noi, lo scrittore rinnoverebbe oggi il suo appello ai nigeriani prima del voto di febbraio. Tra pochi anni saranno 400 milioni, come gli europei, e dalla loro coesistenza dipenderà la stabilità del continente africano e non solo quella. Insomma guai se nella Nigeria degli eredi di Okonkwo avesse ancora ragione Yeats: se il centro non potesse reggere e le cose dovessero crollare un'altra volta.
La serie. Finis Terrae
Questo ciclo di articoli di Fernardo Gentilini racconta i paesi di alcune aree strategiche del mondo attraverso letteratura e storia