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La Costituzione nello sguardo di Liliana Segre

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La lettura approfondita di uno dei suoi più celebri discorsi ci ricorda come la nostra Carta ci protegge dalla violenza contro le minoranze. Fra tutte le discriminazioni, quella subita allora dai ragazzi ebrei esclusi dalla scuola fu la più odiosa. Come racconta la senatrice
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Con impressa nella mente la figura mite, salda, tranquilla, piena di verità della senatrice Liliana Segre che pronuncia il discorso raccolto in questo piccolo libro dal titolo La stella polare della Costituzione (Einaudi), qualcuno si sarà chiesto qual è il filo conduttore che unisce le tante cose dette. A me pare questo: la messa in guardia rispetto alla violenza e rispetto ai regimi della violenza. È naturale pensare al fascismo. Non tutta la violenza è fascista ma, certamente, tutto il fascismo è violento. Esistono tante violenze, espressioni delle più diverse prevaricazioni, oppressioni e ingiustizie dei potenti sugli inermi. Ma non conosciamo alcun fascismo che non abbia assunto, addirittura rivendicandola, la violenza come sua ideologia e non l'abbia messa pratica. In Italia l'ha addirittura iscritta nel suo simbolo, il fascio: verghe e scure, punizione e morte. Poiché, dunque, il fascismo è regime della viol…

Con impressa nella mente la figura mite, salda, tranquilla, piena di verità della senatrice Liliana Segre che pronuncia il discorso raccolto in questo piccolo libro dal titolo La stella polare della Costituzione (Einaudi), qualcuno si sarà chiesto qual è il filo conduttore che unisce le tante cose dette. A me pare questo: la messa in guardia rispetto alla violenza e rispetto ai regimi della violenza. È naturale pensare al fascismo. Non tutta la violenza è fascista ma, certamente, tutto il fascismo è violento. Esistono tante violenze, espressioni delle più diverse prevaricazioni, oppressioni e ingiustizie dei potenti sugli inermi. Ma non conosciamo alcun fascismo che non abbia assunto, addirittura rivendicandola, la violenza come sua ideologia e non l'abbia messa pratica. In Italia l'ha addirittura iscritta nel suo simbolo, il fascio: verghe e scure, punizione e morte. Poiché, dunque, il fascismo è regime della violenza, tutti coloro che sono contro la violenza non possono essere, altrettanto certamente, fascisti.

Il discorso della senatrice Segre è iniziato col ricordo di sé bambina, "sconsolata e smarrita", in un giorno del 1938 quando fu costretta a lasciare vuoto il suo banco di scuola insieme a tanti altri bambini, perché ebrei. È stato un accenno discreto al suo "strano destino": quella bambina ora sedeva sul banco più alto del Senato della Repubblica. Questo destino è stato un'eccezione rispetto a milioni di morti e a indicibili sofferenze. Se la parola in questo contesto non suonasse oscena, lo si potrebbe dire un destino fortunato nel mare d'una violenza iniziata con discriminazioni di vario genere, tutte odiose. Quella subita allora dai ragazzi ebrei esclusi dalla scuola fu la più odiosa. Di tutte le sofferenze, quelle inferte agli innocenti sono le più abominevoli.

La senatrice Liliana Segre 

Ma, che rapporto c'è tra il banco al quale bimba non potette più sedere e la tragedia finale? Chi avrebbe pensato che da quell'inizio si sarebbe arrivati per logiche conseguenze allo sterminio d'un popolo intero? Gli stessi ebrei, per lo più, non furono previdenti. Coloro che cercarono tempestivamente rifugio altrove sono stati una minoranza. La maggioranza non aveva idea d'essere un problema, che anche in Italia su di loro sarebbe stata sollevata una questione, la "questione ebraica", la nazista Judenfrage, e che per risolverla si sarebbe andati fino in fondo. Erano e si sentivano italiani, come tutti. Tuttavia, ogni discriminazione anche se piccola e solo iniziale crea una frattura.

Qui sta il pericolo, un pericolo che, per logici sviluppi, può diventare mortale perché in ogni frattura può innestarsi la violenza e la violenza può dilagare fino a "risolvere le questioni". Ammessa una prima breccia, la si può aprire a volontà. Può arrivare a soluzioni finali sviluppando la sua stessa logica interna. Il primo passo è un preannuncio dell'ultimo. La storia è piena di esempi. Senza andare lontano, davanti a noi, per esempio, sta la "questione dei migranti", delle minoranze etniche, religiose e politiche considerate non integrabili, di coloro che seguono modalità di vita non approvate dalla maggioranza, eccetera. Tutte le volte che gli appartenenti o gli ascritti a queste categorie diventano "una questione", possiamo essere sicuri che contro di loro si erigerà la barriera che si esprime nella formula "a casa nostra", premessa di ogni genere di discriminazione e violenza nei confronti di coloro che, volta a volta, verranno bollati come intrusi.

Si comprende così perché il discorso della senatrice Segre, iniziato col dramma della sua giovinezza, si sposti sulla Costituzione e su questa si posi con naturalezza. Differenze, disaccordi e contrasti esistono ed esisteranno sempre. La Costituzione, però, vuole proteggerci da quelli che possono generare e, nella storia, hanno generato violenza e sopraffazione. Li elenca: le questioni che attengono al genere (oggi si dice così), all'etnia e alla cultura, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, ai caratteri personali e alle posizioni sociali. Su tutto ciò è vietato fare questione, questionare. Anzi, non è solo vietato, ma è imposto di agire positivamente per disinnescare le ragioni che possono alimentare il conflitto, proprio là dove il fascismo aveva costruito la sua ideologia e le sue politiche, gerarchiche, intolleranti, nazionaliste, belliciste.

La Costituzione parla di uguaglianza in dignità e diritti, cioè di giustizia. La giustizia, quale che ne sia il contenuto, è preceduta, condizionata dalla non violenza. Con la violenza, nessuna giustizia, ma legge del più forte. Vogliamo la giustizia, ma allora dobbiamo volere anche, e prima di tutto, la non violenza. Ciò non riguarda solo i contenuti e i linguaggi del confronto politico, ma anche le istituzioni in cui esso si svolge. Le istituzioni non sono variabili indipendenti dalla violenza o dalla non violenza. Questo è ovvio, ma sembra essere dimenticato nell'uso quotidiano, quando le si usa per imporre decisioni, piuttosto che per concordare soluzioni, quando il confronto si riduce a una lotta per vincere e sconfiggere, come se la vita politica fosse un perenne stato di guerra. La visione bellica della politica legittima ogni mezzo; considera nemici da spegnere coloro che non la pensano come noi; umilia le istituzioni in cui si possano trovare le garanzie per tutti, a incominciare dal Parlamento; induce alla ricerca d'un capo e della cricca che si forma attorno a lui e degrada quelli che li circondano a truppe ai loro ordini. Riduce le elezioni a un concorso a premi che ha come posta in gioco il potere. Le leggi elettorali vengono manipolate secondo convenienza per vincere e impadronirsi del premio.

Non tutto questo sta nelle parole della senatrice Segre, ma la loro direzione è chiara quando dicono della necessità d'un linguaggio politico rispettoso, trasparente, veritiero; dell'importanza del Parlamento e del dibattito che vi si può svolgere; dell'abuso dei decreti e delle "questioni di fiducia" che non sono solo tecniche governative e parlamentari ma vere e proprie militarizzazioni del confronto politico.

Questo discorso intorno alla Costituzione è stato accolto dall'unanime plauso, perfino con esibizione di omaggio smodato. Il luogo, il momento, l'eccezionale rilievo della personalità che l'ha pronunciato spiegano l'unanimità. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Bene così. Ma quel discorso tutto ha voluto salvo che essere di circostanza. Allora, l'unanimità è un buon segno? Sì e no. Sì, quando il consenso nasce da condivisione e da impegno. No, quando nasce da ipocrisia. Non c'è mezzo migliore per scantonare che dire subito: sono d'accordo, sono perfettamente d'accordo con te. Così il discorso si chiude e senza difficoltà si passa ad altro.
Nella pentola della politica bollono propositi non proprio tranquillizzanti. Il presidenzialismo divide il campo politico tra un di qua e un di là, proprio come in un duello dove c'è la possibilità di vittoria e il rischio di disfatta.

Le cosiddette autonomie differenziate rischiano di dividere parti da altre parti del nostro Paese, accrescendo le disuguaglianze territoriali.

Le politiche di equità sociale sono recessive rispetto alle varie meritocrazie, alla privatizzazione dei servizi, alla concentrazione della ricchezza, alla gerarchizzazione crescente della struttura sociale. Tre spaccature, politica, territoriale e sociale, in cui può inserirsi la violenza. Nelle parole di Liliana Segre, che tutti abbiamo applaudito, non c'è forse un monito chiaro? Bene gli applausi, meglio l'autocritica.