Difficile raccapezzarsi quando ci si trova di fronte a una serie di parole e di concetti che, persino all'interno della comunità scientifica, non sono definiti e utilizzati sempre nello stesso modo. Difficile capire se c'è una differenza reale tra le espressioni "disforia di genere" e "incongruenza di genere". Difficile persino sapere fino in fondo cosa sia il genere e quanto profondo sia il suo impatto all'interno della costruzione identitaria di ciascuno. Tanto più che, se vogliamo dirla tutta, pure la nozione di identità sfugge. Chi siamo? Cosa ci definisce davvero? Esiste un modo semplice di presentarci e raccontarci?
Cominciamo allora dall'inizio, ossia dall'identità, dicendo subito che l'identità si muove, cambia, evolve e che, nonostante i tentativi disperati di fissarla, lei sfugge, e siamo tutti "uno, nessuno e centomila", come scriveva Pirandello, non tanto perché la…
Difficile raccapezzarsi quando ci si trova di fronte a una serie di parole e di concetti che, persino all'interno della comunità scientifica, non sono definiti e utilizzati sempre nello stesso modo. Difficile capire se c'è una differenza reale tra le espressioni "disforia di genere" e "incongruenza di genere". Difficile persino sapere fino in fondo cosa sia il genere e quanto profondo sia il suo impatto all'interno della costruzione identitaria di ciascuno. Tanto più che, se vogliamo dirla tutta, pure la nozione di identità sfugge. Chi siamo? Cosa ci definisce davvero? Esiste un modo semplice di presentarci e raccontarci?
Cominciamo allora dall'inizio, ossia dall'identità, dicendo subito che l'identità si muove, cambia, evolve e che, nonostante i tentativi disperati di fissarla, lei sfugge, e siamo tutti "uno, nessuno e centomila", come scriveva Pirandello, non tanto perché la nostra identità viene moltiplicata all'infinito dagli sguardi che si posano su di noi, quanto perché siamo noi stessi ad avere mille e mille sfaccettature che facciamo fatica pure solo a elencare e che non possono mai essere contenute all'interno di una definizione rigida del sé. Cosa ancora più vera quando si prova a capire cosa sia il genere, e a quale genere si appartenga. Uomo, donna o altro, cosa sono esattamente? Sebbene la domanda, posta così, sia leggermente fuorviante. Visto che anche le categorie di "uomo" e "donna", oggi, vogliono dire poco: ognuno vive la propria femminilità e la propria virilità in modo diverso; talvolta, elementi di una categoria si mischiano a quella dell'altra, talvolta siamo certi di essere donne o uomini, ma non ci ritroviamo poi negli stereotipi che sembrano definire entrambe le categorie.
Quando si parla di genere, si parla di molte cose. Il genere, d'altronde, non è come sesso, e almeno su questo punto la comunità scientifica concorda. Poi, però, iniziano le divergenze. E se è vero che il concetto di genere rinvia al processo di costruzione sociale e culturale sulla base di caratteristiche e di comportamenti, impliciti o espliciti, associati agli uomini e alle donne, è anche vero che un conto sono gli stereotipi e i ruoli di genere, altro conto è l'identità di genere. Un conto è la costruzione puramente culturale dei comportamenti che una donna o un uomo dovrebbero essere in grado di performare, altro conto è la percezione precoce, profonda e duratura di sé come uomo o come donna. Che è poi ciò che interessa quando si affronta il tema delle incongruenze o delle varianze di genere. Cosa succede quando un adolescente non riesce a identificarsi pienamente con il genere che gli viene assegnato sulla base del proprio sesso? Perché accade? Cos'è che succede a una giovane persona quando dice di essere altro, diversa rispetto a quello che si pensa di lei, e quando dice di soffrire perché si sente prigioniera all'interno di un corpo che non corrisponde al suo io più profondo, a ciò che sente e percepisce di sé, a ciò che vuole essere, e che talvolta desidera talmente tanto da rifiutare persino la vita se non la si ascolta?
Vittorio Lingiardi che questi temi, oltre a studiarli, li attraversa costantemente quando ascolta le persone che, nel suo studio, vengono a raccontagli la propria vita e le proprie sofferenze, spiega bene come esistano aspetti biologici, psicologici e sociali, inevitabilmente distinti ma inevitabilmente connessi, che sin dall'infanzia agiscono sulla vita di ciascuna persona determinando gli sviluppi dell'identità di genere. Ma poi spiega anche che il peso di tutti questi aspetti è imponderabile. Quindi, anche se questo sono io a dirlo, è inutile cercare di trovare la formula capace di dirci con esattezza matematica cosa sia alla base di cosa quando parliamo di identità oppure anche di incongruenze di genere. C'è qualcosa che sfugge, che non si sa e che, forse, non conosceremo mai, come accade quasi sempre quando si prova a sfiorare la verità di una persona, quell'angoscia che, come dice la psicanalista Anna Ferruta, si vive quando si è adolescenti di fronte alla scoperta delle tante differenze (di sesso, di generazione, tra l'io e i gruppi) con cui ci si deve confrontare.
Ma se questa formula non esiste, in nome di cosa si dovrebbe smettere di raccogliere la parola di chi, soffrendo, chiede aiuto alla psicanalisi oppure domanda di accedere a una terapia che possa sospendere lo sviluppo puberale? Tanto più che la sospensione è temporanea e reversibile, come hanno recentemente ribadito i presidenti e le presidenti di numerose società mediche come quella di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza o quella di pediatria, per citarne solo un paio. E che i farmaci in questione, se somministrati, lo sono dopo una diagnosi di incongruenza di genere fornita da équipe multidisciplinari e specializzate, e solo dopo che si è appurato che l'assistenza psicologica, psicanalitica o psichiatrica non sono risolutive. Proprio l'uso di farmaci, tra l'altro, permette di dare tempo al tempo, e quindi dà la possibilità alle persone adolescenti di maturare, senza costringerle a convivere con quella disperazione profonda che, molto spesso (e lo sappiamo!) sfocia nel suicidio.
Poi ci sono i genitori di queste persone, certo, c'è l'angoscia e c'è la paura, c'è il desiderio che tutto passi, senza conseguenze particolari, ma che ci si può fare se le cose, nella vita, non funzionano così e se talvolta, di te tempo, ce ne vuole tanto, e se i genitori, di fronte alla sofferenza dei figli, l'unica cosa che forse possono fare è provare a convivere con la propria impotenza? La sofferenza, non la sceglie nessuno. E serve a poco imporre barriere o agitare la preoccupazione per alleviarla. Non è detto che ciò che rassicura la coscienza dei benpensanti sia sempre la buona soluzione, anzi, spesso la buona coscienza fa a pugni con la pietà e con la compassione.