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Il racconto: Aida e Venere le mie piccole sorelle gatte

Domani è la giornata dedicata ai felini. Una scrittrice svela il suo rapporto con le sue micie. E tutto quello che nel tempo le hanno insegnato
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"Sono davvero sorelle?", chiedono tutti quelli che vedono Aida e Venere, le mie gatte. Sono nate dalla stessa madre, quanto al padre chissà: è probabile che della loro cucciolata ce ne fossero tre diversi. I due maschi, identici, sono andati a una famiglia in Toscana (quanto mi piace immaginarli tra i capolavori del Rinascimento), mentre le due femmine sono finite a casa mia: le aspettavo da trent’anni. Sono infatti simili ai due felini che nell’infanzia mi hanno fatto compagnia in una casa sulla collina, dove per un po’ è stato mio padre prima di lasciare questo mondo. A me non era permesso tenere animali nell’appartamento di città, mentre la domenica giocare con loro era l’evasione da una realtà sempre più buia, mio padre si ammalava, dimagriva, ma io non volevo vederlo, cercavo una forma di protezione che difendesse gli ultimi mesi della mia infanzia. Mi piaceva avere qualcuno da nutrire, era una cura…

"Sono davvero sorelle?", chiedono tutti quelli che vedono Aida e Venere, le mie gatte. Sono nate dalla stessa madre, quanto al padre chissà: è probabile che della loro cucciolata ce ne fossero tre diversi. I due maschi, identici, sono andati a una famiglia in Toscana (quanto mi piace immaginarli tra i capolavori del Rinascimento), mentre le due femmine sono finite a casa mia: le aspettavo da trent’anni. Sono infatti simili ai due felini che nell’infanzia mi hanno fatto compagnia in una casa sulla collina, dove per un po’ è stato mio padre prima di lasciare questo mondo. A me non era permesso tenere animali nell’appartamento di città, mentre la domenica giocare con loro era l’evasione da una realtà sempre più buia, mio padre si ammalava, dimagriva, ma io non volevo vederlo, cercavo una forma di protezione che difendesse gli ultimi mesi della mia infanzia. Mi piaceva avere qualcuno da nutrire, era una cura che funzionava – almeno quella, dato che sulla realtà io non avevo più possibilità di incidere. Quando i gatti sparivano oltre il giardino, nel lato a me ignoto della collina, immaginavo l’altra faccia delle loro esistenze, quella predatrice e notturna, l’esplicazione della vera e propria vita felina, quel gene selvatico che portano fin dentro i nostri appartamenti.

Poi, mio padre morì. Non tornai mai più nella casa sulla collina. Per molto tempo continuai a sognare le due creature che ne erano le vere padrone. Sognavo di tornare a prenderle e, sfidando i divieti di mia madre, portarle nella casa di città, ma non ebbi il coraggio di chiederlo e ne persi le tracce.

Gli anni passano, i gatti si reincarnano. Un giorno di questo millennio, in piena pandemia, ho visto una foto di due cucciole in cerca di adozione: una tricolore e una nera, abbracciate. Si danno via solo insieme, avvisava l’inserzione. Somigliavano così tanto alle due creature della mia infanzia che la prima cosa che ho pensato è stata: accidenti, quanta strada hanno fatto per tornare da me. Così sono arrivate Aida, la gatta nera dal pelo lungo, e Venere, la calico con la pancia bianca, il dorso caramello e una mascherina nera sugli occhi. Per forza possono vivere solo insieme, si completano. Aida è una fifona, Venere è coraggiosa. Aida è golosa di scatolette, Venere di croccantini. Aida è seduttiva, Venere spavalda. Della strada, queste due sorelle nate in mezzo alla borgata romana, hanno una memoria completamente diversa: nelle loro prime settimane di vita Aida ha imparato a scappare, Venere ad affrontare i pericoli.

Ancora adesso, nel calduccio del nostro appartamento, ogni tanto sembra di essere nella savana e mi incanto a osservare le loro diverse reazioni su ogni cosa. L’evento più rivoluzionario nelle nostre vite è stato la nascita di mia figlia, nata un anno dopo il loro arrivo (spoiler: vanno molto d’accordo, tutt’e tre). Ancora durante la gravidanza ho dovuto affrontare domande e sospetti su gatti e pancione, gatti e bambini. Nessun animale come il gatto spacca in due l’umanità: chi li ama ridacchia di tutte le paure che si porta dietro da sempre, ma sa anche di dover affrontare, di tanto in tanto, qualche preoccupazione degli altri che somiglia a una superstizione. Pazienza, non esistono divinità in cui credono tutti, paiono dire loro, infischiandosene. Ho uno scaffale pieno di libri che li celebrano, conosciamo tutti il gigantesco elenco di scrittori e artisti che non hanno potuto fare a meno di loro, eppure la nostra quotidianità insieme ai gatti continua a preservare il suo mistero: per conoscerli non basta una vita, né nostra né loro.

Da quando ci sono, Aida e Venere sono finite anche nella mia scrittura. Scrivo di loro anche per il gusto di vederle disegnate da grandi artiste contemporanee: Mara Cerri si è ispirata a Venere per il gatto Sirio del nostro libro Il segreto e Simona Mulazzani ad Aida per la gatta Artemide de Il cortile delle sette fate. Ogni tanto metto le illustrazioni davanti ai loro musi e mi pare che si pavoneggino, molto più di quanto non fanno davanti allo specchio che le ha sempre lasciate piuttosto indifferenti. In questi giorni sto scrivendo un racconto dedicato all’apocalissi che hanno portato nella mia vita, e ogni tanto ne leggo loro dei brani ad alta voce. Diventa un po’ stupido chi vive con un gatto dentro casa. Notare: non ho scritto “chi ha” un gatto, perché al massimo sono loro che hanno te: il tuo petto mentre sei sdraiato, la culla di tua figlia, il lavabo della cucina non esistono più nelle loro antiche funzione, sono cucce, nient’altro che cucce. Un gatto è un re, i luoghi che sceglie i suoi troni, gli umani che ama dei privilegiati.

Ogni tanto, quando ho paura di qualcosa, cosa che fuori dalla scrittura accade spesso, penso all’ansia di accudire che mi è presa il giorno in cui ho accolto in casa Aida e Venere. Temevo di non farcela, che non sarei stata abbastanza presente per quelle due furbette. Temevo di essere troppo malinconica per loro. I gatti assorbono tutto, anche le emozioni negative, mi dicevano. In effetti so quando stanno venendo a consolarmi per qualcosa, o a portarsi via un pezzetto di un dolore che non riesco a gestire, così come so quando gioiscono con me. Mi hanno insegnato che perfino io sono sopportabile, e mi hanno insegnato soprattutto che è sempre il frutto a proteggere l’albero.

Illustrazioni di Paula Simonetti