Salman Rushdie è il primo a sapere che è impossibile scindere la sua vicenda umana da quella letteraria. Ed è il primo a rammaricarsene, perché avverte in questa percezione una mortificazione di quello che gli sta più a cuore, e ritiene che anche questa sia una limitazione della libertà.
In realtà però dobbiamo rammaricarcene anche noi, perché Rushdie è un magnifico scrittore, con un profondo mondo interiore, una cultura vasta e un linguaggio immaginifico nel quale è presente sempre l'ironia. Elementi che hanno reso un classico I figli della mezzanotte, il libro con cui vinse il Booker Prize nel 1981, e che sono presenti anche in quest'ultimo romanzo, intitolato La città della vittoria, pubblicato in Italia da Mondadori. È un miracolo che lo scrittore sia ancora vivo dopo l'attentato di pochi mesi fa a Chautauqua, ed è un miracolo che il libro sia uscito ora: Rushdie aveva fi…
Salman Rushdie è il primo a sapere che è impossibile scindere la sua vicenda umana da quella letteraria. Ed è il primo a rammaricarsene, perché avverte in questa percezione una mortificazione di quello che gli sta più a cuore, e ritiene che anche questa sia una limitazione della libertà.
In realtà però dobbiamo rammaricarcene anche noi, perché Rushdie è un magnifico scrittore, con un profondo mondo interiore, una cultura vasta e un linguaggio immaginifico nel quale è presente sempre l'ironia. Elementi che hanno reso un classico I figli della mezzanotte, il libro con cui vinse il Booker Prize nel 1981, e che sono presenti anche in quest'ultimo romanzo, intitolato La città della vittoria, pubblicato in Italia da Mondadori. È un miracolo che lo scrittore sia ancora vivo dopo l'attentato di pochi mesi fa a Chautauqua, ed è un miracolo che il libro sia uscito ora: Rushdie aveva finito di correggerlo una settimana prima di essere stato aggredito da Hadi Matar, un giovane di soli ventiquattro anni, che non era neanche nato all'epoca della fatwa pronunciata dall'ayatollah Khomeini nel 1989.
Il romanzo, che sin dalle prime pagine immerge il lettore in una dimensione di realismo magico, è stato accolto da ottime recensioni, ma ciò che colpisce maggiormente non è l'elogio della critica più severa (la New York Review of Books ha parlato di "un'energia ossessiva e misteriosa che ribadisce perché il suo lavoro sarà sempre importante" e The Atlantic lo ha definito "un trionfo") ma l'impatto che ha avuto sui colleghi: Michael Cunningham ha scritto "ogni pagina è magica, ogni pagina è bella";
Colum McCann ha parlato della creazione di "un mito luminoso e della celebrazione del raccontare storie che superano la guerra, la violenza e la vita stessa", e Gary Shteyngart ha dichiarato "nessuno, e intendo davvero nessuno riesce a portare in vita un intero mondo con questa naturalezza, saggezza, umorismo e autorevolezza". Forse è proprio questo ultimo commento che può guidarci nella storia inventata da Rushdie, che trasporta il lettore a metà dello scorso millennio a Vijayanagar, poi ribatezzata Bisnaga, ovvero la città della vittoria, un luogo realmente esistito al centro dell'impero Karnata, che dominava tutta la parte meridionale dell'India.
Con abilità ed evidente divertimento, Rushdie mescola episodi storici con altri presenti nella mitologia della zona e altri ancora inventati da lui: il risultato è il mondo estremamente affascinante di cui parla Shteyngart, nel quale, partendo da un immaginario poema in sanscrito di 24.000 versi, segue le vicende di Pampa Kampana, una divinità bambina che passa gran parte dei suoi 247 anni a creare la città dal nulla, quindi a popolarla e infine a lottare quotidianamente per evitare che soccomba al caos. È un mondo nel quale si incontrano tigri grandi come una casa e in cui la giungla di mangrovie circonda la città con palazzi scintillanti, dove però è tutto dominato da rigide tradizioni patriarcali.
Rushdie attribuisce alla sua eroina sia la volontà che la capacità di rivoluzionare questo mondo, con finezza, ingegno caparbietà: questa dea bambina è determinata a "ridere anche della morte e volgere il proprio sguardo alla vita". Si è parlato di un libro femminista, e non credo che questa sia l'intenzione dell'autore, ma è certo che La città della vittoria è un libro al femminile, nel quale Rushdie dimostra una mirabile capacità introspettiva nel raccontare la psiche della protagonista e delle altre donne che compaiono nel romanzo. Negli oltre due secoli in cui vive, Pampa Kampana diviene tre volte regina, e il maggiore successo del suo operato è la creazione di un'epica sulla quale il mondo a cui lei stessa ha dato origine pone le proprie fondamenta: è come se il potere della parola finisse per essere l'unico, autentico compimento della vita. È evidente che è proprio questo il tema che sta più a cuore a Rushdie, che è ateo, ma certamente conosce e apprezza l'elemento divino che la religione attribuisce al verbo.
Il mito che diventa un'unica sostanza con l'epica è fatto di battaglie quotidiane, che alternano le vittorie alle sconfitte, nella consapevolezza che la statura di ognuno si misura nella scelta di sapersi opporre a ogni tipo di oscurantismo: il libro sottolinea come la lotta per l'uguaglianza dei sessi vada di pari passo con quella contro ogni tipo di fanatismo. Nella continua fusione di realtà e mito, Rushdie racconta anche un suicidio di massa avvenuto storicamente e deplora come il modo per preservare la pace consista di fatto nello scatenare una guerra. Il mondo in cui riesce mirabilmente a immergerci è popolato da animali che parlano e divinità estremamente umane che assistono a tradimenti e abusi di ogni tipo, ma anche a momenti di autentico amore.
È un mondo umano, troppo umano, che non riesce a mantenere in vita le aspettative della sua fondatrice, la quale nei lunghi periodi di esilio si rende conto con lampante chiarezza che è del tutto irrilevante la successione di una dinastia con un'altra: guardando la storia sub specie aeternitatis ogni cosa appare fallace, eppure non bisogna mai smettere di lottare e sperare, con la consapevolezza che l'unica possibilità di vincere è affidata al racconto. Anzi di essere eterni.
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