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I diritti umani spiegati da Seneca

Dettaglio del bassorilievo della facciata del duomo di Orvieto rappresentante una scena del Giudizio Universale 

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Beni comuni e obblighi reciproci erano già materia di riflessione nell’antica Roma. Come dimostrano le lettere del filosofo
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Come ha scritto la filosofa americana Martha Nussbaum, il De officiis di Cicerone "ha costituito una sorta di Bibbia" per pensatori e statisti di tutto il mondo. L'opera di Cicerone ha infatti influito su quella di filosofi del calibro di Grotius, Pufendorf, Kant, Adam Smith. Eppure, ha ammonito ancora la Nussbaum, "per un aspetto importante questa Bibbia è stata piuttosto simile al serpente nel giardino dell'Eden". Si tratta di un'immagine inquietante, e forse esagerata. Non v'è dubbio però che promuovere la giustizia fra gli uomini, facendo in modo che i communia siano effettivamente tali per tutti, non può implicare una limitazione nella redistribuzione dei beni, come afferma Cicerone, ma al contrario un incremento di essa: redistribuzione da parte dei ricchi verso i poveri, e soprattutto da parte delle nazioni ricche verso quelle povere. In altre parole, per realizzare la giustizia fra gli uomini e mettere a disposizi…

Come ha scritto la filosofa americana Martha Nussbaum, il De officiis di Cicerone "ha costituito una sorta di Bibbia" per pensatori e statisti di tutto il mondo. L'opera di Cicerone ha infatti influito su quella di filosofi del calibro di Grotius, Pufendorf, Kant, Adam Smith. Eppure, ha ammonito ancora la Nussbaum, "per un aspetto importante questa Bibbia è stata piuttosto simile al serpente nel giardino dell'Eden". Si tratta di un'immagine inquietante, e forse esagerata. Non v'è dubbio però che promuovere la giustizia fra gli uomini, facendo in modo che i communia siano effettivamente tali per tutti, non può implicare una limitazione nella redistribuzione dei beni, come afferma Cicerone, ma al contrario un incremento di essa: redistribuzione da parte dei ricchi verso i poveri, e soprattutto da parte delle nazioni ricche verso quelle povere. In altre parole, per realizzare la giustizia fra gli uomini e mettere a disposizione di tutti quei beni che sono nati per essere "comuni", è necessario superare il principio - ciceroniano - secondo cui "la generosità comune" deve arrestarsi al momento in cui venga intaccata quella che dobbiamo dedicare ai nostri. Come concludeva la Nussbaum, con pragmatica franchezza: "prendersi cura dei diritti umani implica spendere danaro, non solo fare bei discorsi".


Anche Seneca riprenderà questo genere di precetti consuetudinari (quelli che Cicerone definisce communia), ma proiettandoli in un orizzonte filosofico ed umanistico molto più vasto. Lo fa in una delle sue Lettere a Lucilio interamente dedicata a problemi di etica. Il filosofo si pone infatti questo problema: come ci si deve comportare nei confronti degli uomini? Ciò detto prosegue con una serie di interrogativi. Che cosa facciamo? Quali precetti diamo? Forse che si risparmi il sangue umano? Quanto piccola cosa è non nuocere a coloro ai quali dovresti giovare... Gli prescriveremo di porger la mano al naufrago, di indicare la via a chi l'ha smarrita, di dividere il suo pane con l'affamato? E quando mai riuscirò a esporre tutto ciò che si deve fare per gli altri e ciò che si deve evitare? Mentre posso brevemente impartire la norma seguente a cui deve attenersi l'uomo nel compimento del suo dovere: tutto quello che tu vedi, che racchiude il divino e l'umano, costituisce un'unità. Siamo le membra di un gran corpo. La natura ci ha generati parenti (cognati), poiché siamo formati dagli stessi elementi e tendiamo allo stesso fine. Essa ci ha ispirato un amore reciproco e ci ha fatto socievoli. Questo dobbiamo pensare: siamo nati nel vincolo di obblighi reciproci (in commune). La nostra società è come un arco fatto di pietre, che sta su perché esse si sostengono l'una con l'altra, altrimenti crollerebbe.


Come si vede, nella riflessione di Seneca i communia ciceroniani, ovvero gli antichi precetti degli aggiogatori di buoi, sono divenuti una sorta di soglia minima, di grado zero, perché si possa veramente parlare di comportamento umano. Dividere il pane con chi ha fame, indicare la via a chi l'ha smarrita, porgere la mano al naufrago, stanno quasi sullo stesso piano dell'astenersi dall'uccidere, il più elementare dei precetti che regolano il comportamento fra gli uomini. Nella visione stoica di Seneca gli obblighi dell'uomo verso l'uomo vanno ben al di là di queste norme elementari. Assimilare l'umanità a un unico e medesimo corpo, come fa Seneca, ossia a un organismo formato da parti che inevitabilmente sono chiamate a collaborare fra loro; un corpo indirizzato ad uno stesso fine, governato da reciproco amore e sentimenti socievoli, implica una visione della societas umana che anticipa le affermazioni più nobili che si incontrano nelle nostre, moderne, carte dei diritti.

Lo stesso Preambolo della Dichiarazione del 1948, quando definisce l'umanità in termini di famiglia ("tutti i membri della famiglia umana"), richiama esplicitamente l'idea senecana che la natura ci abbia creato "parenti"; mentre l'Articolo 1 della stessa Dichiarazione, che invita gli "esseri umani" ad "agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza", trova eco nell'affermazione senecana secondo cui la natura "ci ha ispirato un amore reciproco e ci ha fatto socievoli". La conclusione del ragionamento di Seneca, del resto, è inequivocabile: "siamo nati nel vincolo di obblighi reciproci (in commune). La nostra società è come un arco fatto di pietre, che sta su perché esse si sostengono l'una con l'altra, altrimenti crollerebbe".


Per questo motivo, secondo Seneca, limitarsi a "indicare la via a chi l'ha smarrita, dividere il pane con l'affamato, porger la mano al naufrago" sono sì comportamenti indispensabili perché si possa parlare di comportamento umano: ma non è ancora sufficiente, come non lo è il semplice astenersi dall'uccidere. Permettetemi anzi di concludere riprendendo in particolare uno di questi precetti umani che Seneca dava per scontato si dovessero rispettare già nel I secolo dopo Cristo, ossia "porgere la mano al naufrago"; mentre oggi, per un paradossale rivolgimento dei tempi, a molti sembra difficile, se non addirittura ingiusto, onorarlo. C'è infatti un aneddoto che vorrei ricordare a questo proposito. Durante l'ultimo conflitto mondiale il comandante italiano Todaro trasse in salvo l'equipaggio della nave belga Kabalo, che fino a poco prima aveva tentato di affondare la sua nave, il Cappelllini. All'ammiraglio tedesco Donitz, che per questo suo comportamento lo aveva chiamato "Don Chisciotte del mare", Todaro rispose di essere perfettamente consapevole del fatto che altri avrebbero agito in maniera ben diversa da lui. "Si sarebbe però trattato di altri", concluse Todaro "che a differenza mia non hanno duemila anni di civiltà sulle spalle". Forse a scuola il comandante Todaro aveva studiato Seneca.

 

La lectio magistralis alla Camera


Lunedì 20 febbraio alle 11, presso la Camera dei deputati, nella Sala della Regina, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, verrà presentato il Rapporto 2022 di italiadecide “La fiducia cresce nelle pratiche di comunità. Modelli ed esperienze di partecipazione condivisa tra cittadini, amministrazioni e imprese”. Anticipiamo parte della lezione di Maurizio Bettini.