Lesley Lokko: "Architettura il tuo futuro è l’Africa"
di Lara Crinò , di Lara Crinò“L’architettura è molte cose: un agente di cambiamento, un mezzo di traduzione potente, e un materiale che si può manipolare: per trovare un senso di appartenenza, per interpretare il presente e immaginare il futuro. I protagonisti e le protagoniste della prossima Biennale Architettura, che mi piace chiamare più che architetti pratictioners, hanno questo in comune: sono consapevoli della capacità manipolatoria dell’architettura e hanno un’identità ibrida. Non necessariamente perché hanno un background multirazziale o perché hanno vissuto in paesi diversi, ma perché pensano e lavorano in maniera ibrida”. L’anglo-ghanese Lesley Lokko, 58 anni, ha appena presentato a Venezia, a Ca’ Giustian, The Laboratory of the Future, 18esima edizione della Mostra internazionale di architettura da lei diretta. Tra i Giardini, l’Arsenale e Forte Marghera, la sua Biennale Architettura aprirà le…
“L’architettura è molte cose: un agente di cambiamento, un mezzo di traduzione potente, e un materiale che si può manipolare: per trovare un senso di appartenenza, per interpretare il presente e immaginare il futuro. I protagonisti e le protagoniste della prossima Biennale Architettura, che mi piace chiamare più che architetti pratictioners, hanno questo in comune: sono consapevoli della capacità manipolatoria dell’architettura e hanno un’identità ibrida. Non necessariamente perché hanno un background multirazziale o perché hanno vissuto in paesi diversi, ma perché pensano e lavorano in maniera ibrida”. L’anglo-ghanese Lesley Lokko, 58 anni, ha appena presentato a Venezia, a Ca’ Giustian, The Laboratory of the Future, 18esima edizione della Mostra internazionale di architettura da lei diretta. Tra i Giardini, l’Arsenale e Forte Marghera, la sua Biennale Architettura aprirà le porte il 20 maggio per chiudersi il 26 novembre. Sarà divisa in sei sezioni: degli 89 partecipanti, oltre la metà proviene dall’Africa o dalla diaspora africana: le donne sono il 50 per cento e l’età media è di 43 anni. I padiglioni nazionali sono 63, quello italiano è curato da Fosbury Architecture.
Per la prima volta ci sarà un College, per una cinquantina di studenti e giovani architetti, che durerà un mese. La Russia non parteciperà alla Biennale (né, ha specificato il presidente della Biennale Roberto Cicutto, ha chiesto di partecipare); sulla presenza del padiglione ucraino, invece, la porta è aperta, ma non ci sono conferme.
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Sarà quindi la Biennale di un tempo incerto e di guerra, in cui l’urgenza delle questioni del presente – le diseguaglianze e gli squilibri tra le aree del pianeta e l’accelerazione del cambiamento climatico – chiede all’architettura di modificare i suoi scopi e, spiega Lokko, “prendersi dei rischi”. Senza cancellare nulla: se decolonizzazione e decarbonizzazione sono le parole d’ordine, in quel de non è la pars destruens a prevalere. Piuttosto è la potenzialità trasformativa, lo spirito del Carnevale, la festa delle sorti che in questi giorni anima Venezia ma che è anche festa principe della diaspora africana. Non a caso una delle sezioni Lokko l’ha chiamata così, Carnival: rovesciare la prospettiva, spostare l’attenzione dalla “voce dominante” alle altri voci dell’architettura, è cercare altre chiavi per un futuro complicato.
Giovani, “ibridi”, provenienti da piccoli studi. L’identikit degli architetti della prossima Biennale è il contrario del profilo dell’archistar. Quel modello è tramontato e ora ne serve un altro?
Professione e disciplina in architettura sono due cose diverse. La professione è spesso una barriera, perché è generalmente incentrata sul risk management. Ma in un momento di cambiamento estremo come quello che viviamo, non possiamo permetterci di non correre rischi. La nuova generazione di architetti ha bisogno di meno “professionalità” e di un senso di cittadinanza più forte.
L’impulso dell’architettura è di essere stabile, di trovare un posto nel terreno e piantare fondamenta robuste. Ma tutte le discipline forti, inclusa l’architettura, oggi hanno molto da imparare dalle discipline considerate “deboli”, come la musica, o la letteratura: la loro, di forza, sta nel permettere influenze esterne, nell’essere già multidisciplinari. In quanto all’Africa, è l’esempio di dove sta andando il mondo: cambiamento climatico, problemi razziali, sostenibilità, insicurezza politica: ha già a che fare con tutto ciò. Affinché gli architetti affrontino queste sfide future, serve prendere lezioni dalla terra che le sta già affrontando. Se guardo a questo intero continente popolato di giovani, e alla diaspora africana, vedo una capacità di superare le identità nazionali e forgiare nuove identità e nuove alleanze. E vedo in atto la capacità di tradurre, che è la capacità principe dell’architettura.
L’architettura come atto di traduzione?
L’architettura è capacità di tradurre un’idea in un modello, e un modello in un palazzo, e un palazzo in una città: un continuo spostamento di scala, di materiali. Non c’è un singolo africano che non sia multilingue. La traduzione è nel nostro dna. Negli architetti africani vedo questa forza: con il giusto materiale, fanno cose che gli altri non riescono a immaginare. Ma se chiediamo loro di copiare l’Occidente, ciò che è stato insegnato finora, il risultato non è mai buono come l’originale.
In Africa incontriamo dimensioni differenti: passato remoto e il futuro, la metropoli e la natura
Ciascuno dei partecipanti alla Biennale usa il materiale dell’architettura per uno scopo: in generale, gli architetti afro americani lavorano sul senso di appartenenza. Per gli architetti che lavorano in Africa gli scopi sono diversi. Alcuni, come Kéré, si ispirano alla terra, ai materiali tradizionali, ai colori del territorio. Altri sono molto proiettati verso il futuro, quella corrente che in altre discipline si definisce Afrofuturismo. In generale, ciò che colpisce fuori dalle città, in Africa, è la capacità dell’uomo di integrarsi con l’ambiente circostante: quindi, senza cadere nel tranello dell’utopia verde, la lezione dell’Africa è che la modernità non deve necessariamente sedere pesantemente sulla Terra. Ovviamente anche nel continente africano c’è un’enorme spinta verso l’urbanizzazione. Ma è nei villaggi la vera ispirazione: dobbiamo trovare i meccanismi non per replicare il villaggio, ma per tradurre questa lezione in qualcosa di utile per le generazioni future.
Frequento molto il Medio Oriente, pochi giorni fa ero alla Biennale di arte islamica di Gedda. I giovani architetti di quell’area del mondo mi colpiscono per la loro forza, la determinazione, la fiducia in se stessi. Ma la risposta sta già nella sua domanda: hanno risorse, visibilità, un diverso rapporto con l’Occidente. Io Venezia volevo concentrarmi su chi finora ne ha avuta di meno.
Che cosa voleva evitare ideando questa Biennale?
Dei cliché. Chi pensa all’Africa pensa di sapere già che cosa sta per vedere. Io volevo evitare questa trappola. Per me il futuro è un luogo: non un stato mentale, non un destino. La maggior parte di chi oggi vive in Africa ha davanti la maggior parte della sua vita. E questo desiderio di futuro, molto diverso dal contentarsi dello status quo, è ciò che voglio portare a Venezia.