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Italo Calvino. Ungheria e '68: la Storia siamo noi

A un secolo dalla nascita vi proponiamo due riflessioni del grande scrittore su eventi cruciali della politica internazionale del secondo Novecento
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A bruschi contraccolpi (ottobre - novembre 1956)

A bruschi contraccolpi è sottoposto il nostro modo di stare nella storia. Per cinque o sei anni abbiamo vissuto a nervi tesi come chi sta sull'orlo di un precipizio, o di sentinella ad una immensa polveriera; cercando di munirci d'una stoica armatura interiore, per guardare fisso, senza chiudere le palpebre, il cielo corrusco di lampi atomici incombenti sulle nostre esistenze.

Poi, quasi tutt'a un tratto, risultò che non sarebbe andata così, ma tutto all'opposto. L'assedio era rotto, per il mondo volava una kermesse di sorrisi e di brindisi, s'apriva l'era della pace, la bipartizione del genere umano in amici e nemici faceva luogo all'interesse per ciò che di migliore ognuno in sé sviluppa, l'avvento del socialismo era nelle cose, nelle macchine, in ogni moto dell'ingegno umano. Il corso dei nostri pensieri mutò: passammo l'estate a sognare centrali …

A bruschi contraccolpi (ottobre - novembre 1956)

A bruschi contraccolpi è sottoposto il nostro modo di stare nella storia. Per cinque o sei anni abbiamo vissuto a nervi tesi come chi sta sull'orlo di un precipizio, o di sentinella ad una immensa polveriera; cercando di munirci d'una stoica armatura interiore, per guardare fisso, senza chiudere le palpebre, il cielo corrusco di lampi atomici incombenti sulle nostre esistenze.

Poi, quasi tutt'a un tratto, risultò che non sarebbe andata così, ma tutto all'opposto. L'assedio era rotto, per il mondo volava una kermesse di sorrisi e di brindisi, s'apriva l'era della pace, la bipartizione del genere umano in amici e nemici faceva luogo all'interesse per ciò che di migliore ognuno in sé sviluppa, l'avvento del socialismo era nelle cose, nelle macchine, in ogni moto dell'ingegno umano. Il corso dei nostri pensieri mutò: passammo l'estate a sognare centrali d'energia solare, pianificazioni universali, età di Pericle.

Invece venne l'ottobre, e ci portò quello che non ci aspettavamo: il sangue. Non la guerra degli enormi eserciti contrapposti: sangue di gente che annera i selciati. In Ungheria ed in Egitto (Calvino scrive a fine 1956, si riferisce all'invasione dell'Ungheria e alla crisi di Suez) è avvenuto tutto quel che pareva più lontano, ancora più lontano della guerra fredda. Passano le settimane, la ridda di notizie non dà tregua: ora commossi, ora adirati, ora soltanto desiderosi di veder chiaro, non pensiamo neppure più a configurarci una nuova immagine del nostro tempo. Forse è sbagliato questo nostro vivere così attaccati alla storia? Forse la saggezza va ancorata fuori dal tempo, e il nostro comportarci in mezzo ai fatti va improntato ad un empirico pessimismo?

No, per quel che possiamo discernere attraverso l'ansia dei giorni, le prospettive del mondo non mutano. Ma il mondo porta in sé troppa parte del suo vecchio anacronistico armamentario per andare avanti senza queste tragiche scosse. Siamo in un trapasso d'epoca. L'immagine di sé che il socialismo ha dato in Ungheria - questo caso limite di non-identificazione tra volontà popolare e potere socialista - era già superata dalla storia, una via senza uscita. L'immagine che il mondo capitalistico ha dato di sé in Egitto, è l'immagine di guerra coloniale più stantia, che pare evochi davvero la borghesia ottocentesca di questi fantomatici azionisti del Canale, con la bombetta e con le ghette. Entrambe queste immagini corrispondono certo a una realtà di fatto, ma a una realtà che sopravvive per una sua inerzia, non a una realtà in sviluppo. Le vie per cui la storia marcia sono altre: Gomulka, il piano di disarmo sovietico, Nehru, le dimissioni di protesta di Nutting, Hammarskjöld in Egitto coi suoi soldati danesi e colombiani.

La lezione è d'una urgente chiarezza per il nostro campo come per quello a noi avversario. Il mondo che vogliamo non ci giunge per miracolo ma dobbiamo conquistarcelo, forse anche duramente, costruircelo nella teoria e nella pratica. Di questa coscienza della dura lotta che ci attende è nutrito oggi il nostro ottimismo.

La fortuna dell'utopia (testo letto alla radio nel 1974)

La fortuna dell'utopia ha avuto un momento di ritorno di fiamma negli anni intorno al '68, quando sembrava che tutto fosse rimesso in discussione e si dovesse riimmaginare su scala mondiale una società futura. Oggi forse le cose si sono ridimensionate e il mondo che ci circonda è sempre meno vivibile, meno accettabile; è in uno stato di avanzata disgregazione. Ma il ricorso all'utopia sembra ancora più lontano, più impossibile. Come arrivare a un mondo completamente diverso? Quindi è forse un momento in cui si sente - e questo si sente anche negli articoli che accompagnano quest'antologia dell'utopia (Calvino si riferisce all'Almanacco Bompiani 1974) - una certa presa di distanza, un certo distacco.

Un particolare interesse hanno gli articoli sull'architettura, particolarmente quello di Portoghesi: l'architettura, che è stata, nel nostro secolo, una specie di grande religione utopica, che proponeva un'immagine non solo di città, ma di società diversa, e che in varia misura ha perduto queste illusioni e che oggi continua a recuperare l'utopia, ma come immagine fantastica, come una polemica contro la città di oggi, immaginando delle città irrealizzabili ma che comunque servono per il loro contrasto con il teatro delle nostre vite attuali. Le illustrazioni tratte da architetti, e comunque da tutta un'iconografia popolare attuale più o meno fantascientifica, danno bene il senso di questo bisogno e di questa impossibilità dell'utopia oggi.

È un po' in questo senso che nei miei scritti recenti, particolarmente nel libro Le città invisibili, che parte un poco, appunto, da questa crisi dell'utopia - un fantastico impero di un ipotetico Kublai Kan, che è arrivato a un tale punto di disgregamento, di corruzione, di putrefazione, per cui anche un suo risanamento appare quasi impossibile - c'è il desiderio di cogliere delle immagini che si salvino da questa disgregazione e che in questo momento ci appaiono solo frammentarie e quasi polverizzate.

 

I testi e l'incontro
A bruschi contraccolpi risale all'ottobre-novembre 1956. La fortuna dell'utopia è stato letto alla radio nel 1974. A individuare entrambi è stato Luca Baranelli. Il 2 marzo alle 16 a Roma, alla Casa delle Letterature, il Laboratorio Calvino Calvino (Sapienza Università di Roma, Università degli studi di Milano e di Milano Bicocca, University of Oxford), diretto da Laura Di Nicola, con Mario Barenghi, Bruno Falcetto, Martin McLaughlin, presenta le iniziative per il centenario della nascita dello scrittore, in collaborazione con Fondazione Mondadori.

L'analisi. Epoche diverse, identica tensione etica (di Bruno Falcetto)

Due testi con un nucleo politico: distanti nel tempo, nei modi e nella prospettiva, ma entrambi imperniati sul confronto con gli scossoni di una storia in atto (1956) o da poco passata (1968). Netto il passaggio da un bisogno d'ottimismo di fronte a una realtà terribile alla visione pessimistica di un quadro disgregato, dove la promessa di cambiamenti profondi appare precocemente esaurita. Da un vivere "così attaccati alla storia", come negli anni ancora di un impegno di Calvino nelle forme organizzate della politica, al prevalere di una distanza. Nitida è la matrice comune: un atteggiamento conoscitivo ed etico costruito sul dar(si) conto e interagire con il mondo presente, che alimenta una scrittura di riflessione reattiva in versioni differenti - ora più tesa, ora più pacata - unite dalla centralità di un'esigenza di "immagini". Per capire quel che avviene e per pensare una società diversa.