Monica Bonvicini: "Cara Berlino quanto ti sei imborghesita"
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni , dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO - Nata a Venezia, Monica Bonvicini vive e lavora da decenni a Berlino. La Neue Nationalgalerie le sta dedicando (fino al 30 aprile) una magnifica personale. All'ingresso del suo studio affacciato su un canale siamo stati accolti da un campanello che suona quattro versioni dell'Internazionale. Poco dopo, nel loft illuminato da un sole pallido si è affacciata Bonvicini, lo sguardo ironico accentuato da un paio di giganteschi occhiali da vista. E nella nostra lunga conversazione, l'artista demolisce un paio di miti immarcescibili. A partire da quello della ricostruzione felice della Berlino post caduta del Muro.
Bonvicini, la sua mostra sembra sfidare l'architettura rigorosa che la ospita, la Neue Nationalgalerie di Mies van der Rohe. A partire dall'opera che accoglie i visitatori, "I do You" ("Mi ti faccio"). E sembra evidenziare la contraddizione del padre del modernismo che sosteneva di voler annullare gli spazi tra pu…
BERLINO - Nata a Venezia, Monica Bonvicini vive e lavora da decenni a Berlino. La Neue Nationalgalerie le sta dedicando (fino al 30 aprile) una magnifica personale. All'ingresso del suo studio affacciato su un canale siamo stati accolti da un campanello che suona quattro versioni dell'Internazionale. Poco dopo, nel loft illuminato da un sole pallido si è affacciata Bonvicini, lo sguardo ironico accentuato da un paio di giganteschi occhiali da vista. E nella nostra lunga conversazione, l'artista demolisce un paio di miti immarcescibili. A partire da quello della ricostruzione felice della Berlino post caduta del Muro.
Bonvicini, la sua mostra sembra sfidare l'architettura rigorosa che la ospita, la Neue Nationalgalerie di Mies van der Rohe. A partire dall'opera che accoglie i visitatori, "I do You" ("Mi ti faccio"). E sembra evidenziare la contraddizione del padre del modernismo che sosteneva di voler annullare gli spazi tra pubblico e privato: l'arte della Neue è tutta nei sotterranei. Da fuori si vede solo la sua architettura.
"Il titolo I do You si può interpretare in maniera sessuale o anche come una domanda: "chi forma chi?". Anche un po' "io ti faccio" in un senso più aggressivo. Per la ristrutturazione di Mies van der Rohe sono stati spesi 140 milioni di euro e sei anni di lavori. Hanno creato uno spazio quasi sacro dove autorizzano poche mostre - anche per mancanza di fondi e di personale - ed è un peccato perché è uno spazio bellissimo. Spero che la mia mostra lo dimostri che quello è uno spazio perfetto per ospitare arte contemporanea, e non un tempio intoccabile del modernismo. Quello che diceva lei è vero: Mies van der Rohe voleva distruggere la differenza tra pubblico e privato, il dentro e fuori, il museo e il pubblico con la facciata di vetro. Ma non c'è riuscito. Siamo in cima a una collina, come in un tempio, e intorno non c'è niente, nessun rapporto con gli edifici, con la Potsdamer Strasse. Per me non funziona. Al contrario: questa trasparenza è diventata ancora più trasparente con la ristrutturazione, col tetto che sembra quasi volare, e l'ha trasformata ancora di più in una vetrina. Alimenta solo l'idea del capitalismo che ti costringe da fuori a guardare quello che non puoi comprare".
Tra le opere esposte c'è anche quella che mostra i ruderi della Nationalgalerie. Perché?
"È un lavoro che ho sempre voluto rimanesse a Berlino perché è un monumento al fallimento della ricostruzione della città. Nel 2005, quando ho vinto il premio della Nationalgalerie, ho proposto che rimanesse qui. Ma il presidente mi disse: "Abbiamo una cosa simile di Beuys". Che non c'entrava niente, ovviamente. Insomma, io mi ricordo quando c'era il Muro e Potsdamer Platz era vuota. Ora c'è Sony e Hyatt e tutte le cose che l'ovest ha portato a est, questi simboli di annessione. Di quegli anni è anche la mia opera verbrauchte nostalgie, una delle poche con un titolo in tedesco: "nostalgia usata". Perché già nel 1992 c'erano i bus dei turisti che venivano a vedere i quartieri "pericolosi" di Berlino (ride). Però il bello di Berlino è che ancora oggi è tutto ancora in movimento. Certo, dal punto di vista urbanistico è stato un disastro e si è imborghesita tantissimo, ma è ancora un laboratorio. Quando io venivo le prime volte per chi aveva i soldi non c'era niente".
Però a Potsdamer Platz c'è la Filarmonica che è molto bella.
"E basta! Per il resto non c'è nulla di interessante. Il Sony e altri edifici sono ridotti a ingressi di shopping mall. Non hanno rischiato niente. Anche l'edificio di Richard Rogers non si vede quasi. E quando entri nell'edificio di Renzo Piano il mall è come tutti gli altri. Il problema è che a Berlino c'è un conformismo amministrativo incredibile: anche gli appartamenti dietro alla nuova stazione centrale sono brutti, tirati su male. Cosa hanno costruito di nuovo a Berlino negli ultimi venticinque anni? Niente, mi pare".
L'arte ha battuto l'architettura, insomma. È anche questo il senso di "I do You"?
"Non so. In realtà molti artisti sono dovuti andare via per gli affitti alle stelle, frutto della speculazione immobiliare. Io prima avevo lo studio a Kunstwerke vicino a Linienstrasse, al centro. L'intera strada è stata comprata da irlandesi che hanno cacciato tutti per aumentare gli affitti: c'era gente che abitava lì da cento anni. Dove sono andati a vivere queste famiglie che stavano lì a duecento euro al mese? Nella periferia estrema. Dopo la caduta del Muro Berlino è stata svenduta".
A proposito. Sono arrivati almeno i compratori di arte? Berlino è sempre stata piena di artisti ma poco di collezionisti e appassionati.
"Sì, è un tema importante perché è vero che qui non c'è la tradizione che c'è a Colonia o a Düsseldorf, il collezionismo che c'è in altre città tedesche. Perciò i musei sono importanti, perché educano all'arte e alla passione per l'arte. Ecco perché I do You: è anche un appello alla città. Peraltro mettere quell'opera sulla facciata è stata un'impresa".
Perché?
"Perché la Soprintendenza non ci ha dato il permesso. Diceva che distruggeva la facciata di questa grande icona del modernismo. Assurdo. E noi abbiamo tirato su I do You lo stesso, nel buio, con meno sette gradi, un freddo polare. Ma questo dettaglio ti dimostra quanto è conservatrice la città. Mi ha ricordato una frase meravigliosa del film di Margarethe von Trotta su Ingeborg Bachmann: "Gedicht ist Verdacht", la poesia è sospetto. Per I do You ho usato volutamente il materiale che si usa per le facciate degli edifici. Dunque è la facciata che potrebbe essere, volutamente frammentaria, che non si legge neanche bene perché rimanda ad altro, a qualcosa che resta fuori. Sull'edificio di Mies van der Rohe si è sviluppata una tale adorazione da rasentare il feticismo e il voyeurismo e io ho voluto spezzare con un po' di umanità. Il feticismo dei materiali di Mies van der Rohe è noto, la straordinarietà ingegneristica di quest'opera è indubbia ma il risultato qual è? Che chi entra si perde. Da nessuna parte c'è scritto dove sono le biglietterie, per dire. Entri e ti perdi nel volume, nella grandezza".
Lei è la sesta artista donna ad avere avuto una mostra personale qui.
"Sì, ed è uno scandalo. Ma come in altri ambiti, per esempio la politica. La Germania ha avuto Angela Merkel, l'Italia ora Giorgia Meloni, in Gran Bretagna la prima è stata la Thatcher. E trovo significativo che siano tutte donne che sono espressione della destra. Anche nel mio ambito: io so benissimo chi non ha ancora recensito la mia mostra. Sono tutti uomini. C'è ancora tanto da fare. Però è vero che ci sono sempre più direttrici di musei, anche in Italia, tante collezioniste, tante galleriste".
Nella mostra espone delle manette, invita la gente a sdraiarsi in un'amaca intrecciata d'acciaio, c'è molto il tema della sessualità, del desiderio.
"Sì. Oggi spesso il desiderio rischia di diventare un prodotto, qualcosa da vendere. Il sesso può diventare anche una posa, qualcosa di asettico, uniformato. E non so se questa sessualità sempre in vetrina, sempre esposta, anche su TikTok, questa libertà possa essere considerata una liberazione. Breach of Decor, il tappeto con le fotografie dei miei pantaloni appena tolti scattate in due anni, propone un altro tipo di geometria rispetto a Mies van der Rohe. Ma è anche un accenno giocoso rispetto alla sessualità. La prima volta l'ho esposta alla Kunsthalle di Bielefeld costruita da Philip Johnson. In una delle sue biografie, si raccontava che Andy Warhol aveva scritto nel suo diario che era andato a trovarlo e aveva trovato alcune mutande su una poltrona: such a breach of decorum. Volevo rimettere un Johnson insieme al suo contemporaneo, Mies van der Rohe, attraverso i miei pantaloni".
Dopo lo scandalo di molestie che lo ha travolto ha deciso di separarsi dal gallerista Koenig. Quanto sono diffusi gli abusi sessuali nel mondo dell'arte?
"Anzitutto: io credo a queste donne. Non mi ha meravigliato. Spesso essere maschio ed essere potente dà l'idea di onnipotenza, di poter fare qualsiasi cosa. Nel mondo dell'arte di oggi ce n'è meno che negli anni Novanta, per dire. Ma è ovvio che anche nell'arte, la molestia non è un fenomeno singolo, è molto diffusa".