Perché i social ci rubano la memoria
di Chiara Valerio , di Chiara ValerioAll'osservazione di Andy Warhol "In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti", si dovrebbe aggiungere una conseguenza dovuta alla moltiplicazione dei media. Non più solo giornali, radio e televisione ma social network e dispositivi ciascuno dei quali si comporta come un curatore artistico, o editoriale. Raggruppa le foto per temi e volti, ci ricorda dove siamo stati felici - o riproponendo certe foto in certi giorni e non altre in altri giorni ci induce a pensare che lì (tempo e luogo) lo fossimo - o anche solo dove siamo stati, aggiunge motivi sonori, sceglie, secondo una logica che ci è estranea ma che ha a che fare con qualcosa di sentimentale dunque con una frequenza (la nostra foto più guardata, quella che noi stessi guardiamo di più).
Se amiamo le cose e le persone, d'altronde, ci passiamo il tempo, le nominiamo continuamente. I social network e i nostri dispositivi personali ci musealizzano, creano un racconto, con pe…
All'osservazione di Andy Warhol "In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti", si dovrebbe aggiungere una conseguenza dovuta alla moltiplicazione dei media. Non più solo giornali, radio e televisione ma social network e dispositivi ciascuno dei quali si comporta come un curatore artistico, o editoriale. Raggruppa le foto per temi e volti, ci ricorda dove siamo stati felici - o riproponendo certe foto in certi giorni e non altre in altri giorni ci induce a pensare che lì (tempo e luogo) lo fossimo - o anche solo dove siamo stati, aggiunge motivi sonori, sceglie, secondo una logica che ci è estranea ma che ha a che fare con qualcosa di sentimentale dunque con una frequenza (la nostra foto più guardata, quella che noi stessi guardiamo di più).
Se amiamo le cose e le persone, d'altronde, ci passiamo il tempo, le nominiamo continuamente. I social network e i nostri dispositivi personali ci musealizzano, creano un racconto, con pezzi supposti autentici, sottolineando non tanto l'importanza della nostra memoria, ma la necessità di una memoria qualsiasi, anche di un altro. Umano o non umano. Come Svetonio, lo storico romano, il telefono e i social ci assicurano che noi c'eravamo, e ci saremo, anche quando non è vero. La memoria rinnova la sua natura di moneta di scambio. Come in certe favole o mitologie, come ne La storia infinita di Michael Ende, la cessione di un ricordo corrisponde a una qualche forma di salvezza, di procrastinazione della fine. È d'altronde evidente che il possesso della memoria e la sua contraffazione siano faccende politiche. La questione contemporanea sopraggiunta mi pare sia che la nostra memoria può finire prima di noi.
I social possono essere hackerati, i telefoni rubati, persi o possono rompersi senza backup, potremmo non avere batteria o possibilità di ricarica per molto tempo. Potrebbero decidere di chiudere gli account Instagram, Facebook o Twitter (come è successo a Trump mentre era ancora presidente degli Stati Uniti d'America).
Non conserviamo noi la nostra memoria o il nostro archivio. Possiamo accedervi ma non ci appartiene. Ne abbiamo l'usufrutto ma non il possesso.
Che forma prende il mondo quando la memoria di tutte le persone potrebbe durare meno delle persone che quella memoria, conscia o inconscia, hanno registrato? Il nostro corpo considerato per ciò che è oggi, nel suo insieme di arti e dispositivi, gangli e circuiti integrati, è geneticamente predisposto a malattie neurodegenerative. Certo, esistevano i diari, gli epistolari, che potevano essere bruciati o finire perduti, ma diari ed epistolari non creavano autonomamente un racconto, sceglievano certi episodi della nostra vita passata per riproporceli, ci chiedevano di ricordare, tra tanti, proprio quel momento. Potevano farlo i biografi e dunque, in questa funzione di selezione e raccordo delle memorie, il dispositivo è persona.
Che forma prende il mondo quando non bisogna più scegliere di ricordare il passato - aprire un album fotografico, il diario, una agenda, aprendoli credere che tutto ciò che sta lì dentro è realmente accaduto, è stato scritto con sincerità ed esattezza - , che forma prende il mondo quando il passato ci viene riproposto senza che decidiamo nulla, ci salta incontro come qualcosa che sta avvenendo adesso? (Ancora un nodo nel tempo).
Che forma prende il mondo quando viviamo in mezzo a dispositivi che presentificano? Quale storia è possibile oltre la cronologia? Riuscirà l'analogia a soppiantare la cronologia?
(Penso a video TikTok virali nei quali persone di ogni età e ogni parte del mondo ripetono gli stessi movimenti di danza o lo stesso esercizio ginnico o eseguono la stessa ricetta di cucina).
Dunque, non solo come aveva predetto Andy Warhol (che della ripetizione aveva fatto cifra artistica) tutti saremo famosi per quindici minuti, ma tutti saremo musealizzati da un curatore digitale ogni giorno della nostra vita. Quando avverto preoccupazione riguardo una società governata dalle macchine (algoritmi), penso non al governo di cose pratiche, ma alla memoria. E a tutto ciò che riteniamo, in qualche modo, cosa, che ha in breve un grado di vita - la scala di misurazione varia ovviamente in base a classe sociale, economica, cultura, geografia, genere e gruppi di appartenenza - e dunque di coscienza, anima et alia, inferiore al nostro.
Penso, per esempio, al fenomeno delle badanti e dei badanti che si occupano dei nostri nonni, dei nostri genitori, dei malati. Si prendono cura di esseri viventi la cui vita viene considerata meno produttiva di altre. La conservazione di questa vita meno produttiva, che tuttavia contiene memoria, è affidata a persone oggettificate, nel senso che assolvono a una funzione, la cura, che abbiamo dislocato fuori di noi.
Alla fine del Capitalismo c'è ancora il Capitalismo e il profitto non si misura in soldi, ma in tempo. Ai badanti e alle badanti, come ai dispositivi, deleghiamo il mantenimento di ricordi sotto forma di esseri umani o immagini, messaggi, note scritte o vocali, informazioni di geolocalizzazione. Come per chi cura i vecchi o i malati o i bambini, quelle che possiamo definire "produttività non conformi", così per i dispositivi, riteniamo che i nostri ricordi possano stare in corpi di differente sostanza. Cerchiamo sollievi pratici negli oggetti dei quali ci circondiamo. O in persone che fanno funzione di oggetto. Anche se non esplicitiamo il parallelo.
Se il "teorema del peluche" dimostra che fino a un certo punto della nostra vita tutto è vivo, si capisce che può accadere di ridurre i viventi a mere funzioni, a servomeccanismi. Per secoli e secoli gli esseri umani erano cose, potevano essere venduti e scambiati, in alcuni posti del mondo sono ancora venduti o scambiati, per intero o a pezzi, e non c'è da stupirsi che la vita e la coscienza stessa siano qualcosa che non solo attribuiamo, ma sottraiamo, sempre attraverso il linguaggio. D'altronde, come ho scritto spesso, le macchine hanno un costo di produzione, gli esseri umani no. (C'è invero un costo energetico ma lo paghiamo lieti quasi sempre). Anzi, il contrario, i metodi per contrastare la riproduzione degli esseri umani hanno un costo. Gli esseri umani hanno un costo di mantenimento.
Il libro
La tecnologia è religione di Chiara Valerio (Einaudi, pagg. 128, euro 13)
Il brano che pubblichiamo è un'anticipazione di un estratto del libro. L’autrice lo presenterà domenica 19 marzo, ore 17, a Peccioli (Pi), al festival Pensavo Peccioli con Ludovica Lugli; sabato 25 marzo, ore 16, a Roma per Libri Come, Auditorium Parco della Musica, Sala risonanze, con la lectio “Chi ha paura di Norbert Wiener?”