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Perché la nazione sopravvive alla globalizzazione e ai populismi

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Una politica progressista può e deve far pace con la nazione, rinnovando l’alleanza non troppo antica, e declinarla secondo modalità culturali e non etniche, civili e non ostili, democratiche e non autoritarie
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La parola

Nazione (s.f.)

Il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica.

 

La nostra Costituzione sa che la repubblica democratica — oltre a porsi gli obiettivi dell’uguaglianza e dell’affermazione dei diritti — esige un fondamento, e la definisce appunto “fondata sul lavoro”: un concetto bellissimo, novecentesco, emancipativo, il cui significato è che alla base delle istituzioni c’è un legame sociale fra i cittadini, che non è la lingua, non è la razza, non è la tradizione, non è la religione: è un’attività pratica individuale che ha anche significato collettivo, che unisce uomini e donne a monte della forma politica.


Ma quando si tratta di rischiare la vita per la collettività, questa è indicata con un nome …

La parola

Nazione (s.f.)

Il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica.

 

La nostra Costituzione sa che la repubblica democratica — oltre a porsi gli obiettivi dell’uguaglianza e dell’affermazione dei diritti — esige un fondamento, e la definisce appunto “fondata sul lavoro”: un concetto bellissimo, novecentesco, emancipativo, il cui significato è che alla base delle istituzioni c’è un legame sociale fra i cittadini, che non è la lingua, non è la razza, non è la tradizione, non è la religione: è un’attività pratica individuale che ha anche significato collettivo, che unisce uomini e donne a monte della forma politica.


Ma quando si tratta di rischiare la vita per la collettività, questa è indicata con un nome diverso: è la “Patria” (che l’articolo 52 scrive con la maiuscola), la cui difesa è “sacro dovere” del cittadino. Il linguaggio sobrio e misurato della Carta qui si inarca in un’espressione in cui riaffiorano le radici sacre della politica laica.

La Costituzione, scritta da un’Assemblea costituente in cui certo non mancavano i “patrioti”, cioè i partigiani, non spiega che cos’è la Patria: non ce n’era bisogno, perché tutti sapevano che è il nome affettivo di quell’entità che è la Nazione, citata all’articolo 67 come la fonte unitaria della rappresentanza politica. E la Nazione, a sua volta, non è certo il popolo visto da destra, come spesso si crede, ma è il nome del popolo quando è visto come soggetto collettivo, come una potenza organica che dà vita legittima alle istituzioni.


La politica è un universo complesso: perfino la chiarezza razionale e giuridicamente formalizzata della democrazia comporta fondamenti inevitabilmente sfuggenti, dalle stratificazioni ambigue, ricche di significati molteplici e controversi, dei quali tuttavia la politica non può fare a meno. Non tanto inventandoli di sana pianta quanto piuttosto rielaborando e reinterpretando, anche con radicale discontinuità, il proprio passato.

La nazione — l’esempio più celebre di questa complessità — con la sua stessa etimologia introduce nel lessico politico un elemento difficile da maneggiare: la natura. La nazione viene presentata come la nascita, l’origine comune, di un certo gruppo umano e della sua forma politica. Ma che questa sia determinata dalla natura sembra difficile da ammettere nel contesto concettuale e categoriale della modernità, che della politica tende a privilegiare gli elementi artificiali, costruttivi.
E infatti quando, in età moderna, la nazione entra da protagonista sulla scena politica è tutt’altro che naturale: si schiera contro il potere regio, nel quale era incorporata, e si presenta come la nazione dei cittadini, che sono essi stessi, nel loro insieme, il fondamento dell’ordine politico. È quello che si legge nel libretto dell’abate Sieyes, Che cos’è il Terzo stato?, lo squillo di tromba che apre l’epopea della rivoluzione francese.

Qui la nazione è il popolo come collettività, che si articola in due direzioni: è composta di individui politicamente uguali anche se socialmente differenziati, ed è quindi una forza inclusiva — la nazione è la Francia di tutti i francesi –; ma è al tempo stesso una potenza escludente, che espelle i nemici interni, coloro che vogliono conservare i propri privilegi, il proprio status politico differenziato. Questa nazione non è veramente naturale: è il prodotto artificiale di una volontà rivoluzionaria, è una nazione “civile” che si richiama alla natura solo per affermare la propria originarietà, il proprio non dipendere da nessuno.

Quasi cent’anni dopo, uno studioso francese, Ernest Renan, dirà che “la nazione è un plebiscito di tutti i giorni”: il prodotto della volontà di esistenza politica collettiva di tutti i cittadini.
Con “nazione” si intende quindi il fondamento pre-istituzionale che la politica pone a sé stessa, rielaborando e innovando la propria storia, per affermare una nuova identità; ma “nazione” si dice anche con molti altri significati. Nell’ambito culturale romantico, tedesco, la nazione è il fondamento della politica non tanto come volontà civica innovativa quanto come retaggio storico-linguistico, come tradizione, finalmente riscoperta, che costituisce il tratto identitario di un popolo alla ricerca di uno Stato unitario, che non c’è ancora. La nazione etnico-culturale di Herder e di Fichte è ancora una volta una funzione della politica, poiché è pensata come una sostanza che funge da fondamento di uno Stato futuro, indipendente e libero, che convive con altre identità politiche nazionali all’interno della comune umanità; il “primato” che a tratti rivendica è una missione civilizzatrice.


Se è vero che la nazione è un’origine remota vista con gli occhi dei bisogni e dei conflitti dell’oggi, è anche al servizio del progresso, di un futuro democratico, come la nazione post-individualista di Mazzini, centrata sui doveri e aperta all’umanità. Insomma, può essere interpretata in varie direzioni secondo la qualità della politica stessa: la nazione rivoluzionaria, la nazione civile, la nazione etnico-storico-politica, la nazione democratico-progressista, la nazione che lo Stato borghese (anche quello italiano post-risorgimentale) plasma per darsi unità, per costruire consenso — interpretando e costruendo la storia come storia “nazionale” –, sono tutte nazioni diverse perché è diversa la politica che le mette in campo.


E quando dagli anni Settanta dell’Ottocento gli Stati europei accelerano la competizione interna ed esterna, la nazione assume significati darwiniani, evoluzionistici, e vale come un’entità naturale in lotta per il primato di potenza con altre nazioni; allora la nazione, ormai piegata verso il “nazionalismo” bellicista, meno che mai sopporta interne divisioni, e con la “nazionalizzazione delle masse” vuole integrare in una stretta unità sovra-individuale e sovra-sociale quel popolo che il socialismo appena nato vuole invece dividere. Una nazione antisocialista, quindi, alle cui logiche in fondo si adeguano però anche i socialisti, che nonostante il loro internazionalismo — col quale reagivano appunto al contenuto di classe del nazionalismo — legittimano la Grande guerra coi loro voti parlamentari.


Dopo essere stata al servizio della rivoluzione, dello Stato, della democrazia, del bellicismo, dopo avere oscillato fra volontà, storia e natura, fra passato e futuro, la nazione è stata catturata anche dai totalitarismi, che però l’hanno snaturata: in fondo, era un concetto ancora troppo chiaramente prodotto della rivoluzione francese. Il fascismo, che pure se ne serve a mani basse, subordina la nazione allo Stato autoritario, e poi all’Impero, e poi alla razza — cioè a un costrutto ideologico che si pretende veramente naturale, che prescinde dalla storia e dalla volontà –; per non parlare del Volk, del popolo nazista, che solo dal sangue è caratterizzato: si è tedeschi anche al di là delle appartenenze nazionali, ma se si ha il sangue “sbagliato” non lo si è, anche se si fa parte della nazione e della cultura tedesca.


Deformata dai fascismi, la nazione trova vita nuova nel marxismo italiano: Gramsci prende il concetto molto sul serio e sottolinea che la “nazione” delle classi dominanti italiane non è “popolare”, ma è un ristretto concetto di classe, il che significa che il popolo è tenuto ai margini dello Stato; e affida al moderno Principe, al Partito comunista, il compito di sviluppare “la volontà collettiva nazionale-popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà”. La costruzione culturale e politica della “nazione di popolo” è la posta in gioco della prassi. E anche per Togliatti il socialismo dovrà svilupparsi lungo vie nazionali, cioè storiche e concrete.


La nazione non è stata travolta dalla fine della seconda guerra mondiale — il mondo anglofono la utilizza intensamente per indicare il nucleo di senso condiviso, e di appartenenza storica originaria, delle molteplici forme di esistenza politica che lo caratterizzano –, e neppure dalla fine della guerra fredda: il blocco sovietico si è disfatto lungo linee di nazionalità che a volte si tingono di nazionalismo. Anche la decolonizzazione a suo tempo si è sviluppata secondo linee “nazionali”, dove ciò è stato possibile. La globalizzazione non è stata in grado di sostituire con l’individualismo, col cosmopolitismo, con le migrazioni, con le logiche “no border”, il bisogno di identità, di storia, di autocoscienza collettiva, che fa parte essenziale della politica.


Non si può vivere politicamente come semplici individui: senza nazione è molto difficile che ci sia buona politica. Così, una cattiva politica interpreterà la nazione secondo il principio “prima gli italiani”, come un agglomerato di egoismi in rivalità interna ed esterna, secondo linee meramente reattive rispetto alla globalizzazione: sostituirà la nazione col populismo o col neo-nazionalismo, e l’identità con la xenofobia. Mentre una politica progressista può e deve far pace con la nazione, rinnovando l’alleanza non troppo antica, e declinarla secondo modalità culturali e non etniche, civili e non ostili, democratiche e non autoritarie — la nazione non implica alcun rifiuto identitario del conflitto: nasce da questo, e lo sopporta benissimo, come mostra la Francia, ieri e oggi –. Con l’obiettivo di dare, attraverso la nazione, autocoscienza storica e civica al popolo — e l’educazione sarà centrale, proprio perché la nazione non è naturale —. Con l’obiettivo, cioè, di dare concretezza, coerenza, profondità e futuro, alla democrazia.