La polemica su Ernest Renan, Carlo Galli: "Non rischiamo il nazionalismo ma l’apatia"
di Claudia Morgoglione , di Claudia MorgoglioneLa verità, vi prego, su Ernest Renan. Dopo la citazione meloniana del suo concetto di Nazione ("una grande solidarietà, un plebiscito che si rinnova ogni giorno"), con successivo dibattito, proviamo a fare un po' di chiarezza. Chiedendo lumi a uno studioso che se ne intende: Carlo Galli, filosofo e commentatore ben noto ai nostri lettori. A suo giudizio il concetto espresso dal pensatore ottocentesco francese è quello di una comunità "essenzialmente politica, lontana da qualsiasi nazionalismo": merce rara, se non assente, in questa Italia del Ventunesimo secolo, premier compresa. Anche se ne avremmo più che mai bisogno.
Professor Galli, all'indomani del caso Anastasio, che ha citato il discorso di Mussolini su Matteotti, la scelta della premier di utilizzare una frase di Renan non è un bel passo in avanti?
"Ah certo! Quella di Anastasio credo sia stata la peggior caduta dalla nascita della nostra Repubblica. I…
La verità, vi prego, su Ernest Renan. Dopo la citazione meloniana del suo concetto di Nazione ("una grande solidarietà, un plebiscito che si rinnova ogni giorno"), con successivo dibattito, proviamo a fare un po' di chiarezza. Chiedendo lumi a uno studioso che se ne intende: Carlo Galli, filosofo e commentatore ben noto ai nostri lettori. A suo giudizio il concetto espresso dal pensatore ottocentesco francese è quello di una comunità "essenzialmente politica, lontana da qualsiasi nazionalismo": merce rara, se non assente, in questa Italia del Ventunesimo secolo, premier compresa. Anche se ne avremmo più che mai bisogno.
Professor Galli, all'indomani del caso Anastasio, che ha citato il discorso di Mussolini su Matteotti, la scelta della premier di utilizzare una frase di Renan non è un bel passo in avanti?
"Ah certo! Quella di Anastasio credo sia stata la peggior caduta dalla nascita della nostra Repubblica. Invece Renan è un classico intellettuale francese di fine Ottocento, sostanzialmente democratico, la cui opera più importante è la Vita di Gesù. Meloni aveva tutto il diritto di prendere in prestito una sua frase, non ci vedo nessuno scandalo. Anzi chi gliel'ha proposta ha avuto una buona idea".
E a proposito di cadute, non dimentichiamo il ministro Sangiuliano che appiccica a Dante l'etichetta di padre della destra...
"Un'assurdità totale. È come dire che Dante andava in motocicletta!".
Torniamo a Renan. Che fu anche autore di una conferenza del 1882 sfociata nel libro "Che cos'è una Nazione?" (edito da Donzelli).
"Un testo scritto a dodici anni dalla sconfitta di Sedan, quando la Francia perse Alsazia e Lorena. Eppure la posizione di Renan è assolutamente civile. Per lui infatti la Nazione non è un'entità naturale, ed è questo che lo distingue dai pensatori nazionalisti. Non si fonda né sulla storia, né sulla lingua, né sulla religione. E nemmeno sull'interesse nazionale, che va interpretato di volta in volta. È fondata invece su quella che definirei una felice ambiguità: un'adesione volontaria, politica, che va scelta di giorno in giorno; e che nello stesso tempo deriva da una rielaborazione selettiva di materiale storico, di esperienze reali".
Niente di autoritario, dunque.
"Per niente. Anzi: dice anche che la Nazione è una nota in un'armonia universale, quindi pensa anche a qualcosa che va oltre, a un organismo più grande".
Eppure Wikipedia, nelle prime righe della voce a lui dedicata, lo definisce teorico della razza ariana.
"È privo di fondamento. Certo, Renan, in accordo ai tempi in cui viveva, utilizzava il concetto di razza. Ma questo non ha nulla a che fare col primato ariano rivendicato dalle leggi razziali naziste e fasciste. Si rifaceva alle teorie antropologiche e glottologiche ottocentesche, oggi perfezionate ma non eliminate, che identificano le migrazioni indo-arie all'origine delle popolazioni e delle lingue indiane, all'interno dell'area del gruppo indoeuropeo".
Quindi sparare su Renan per sparare su Meloni, come ha fatto Fratoianni, non ha senso?
"Contro la premier si utilizzano spesso argomenti sbagliati, a volte fornendo un bell'assist alla premier medesima".
Siamo d'accordo a questo punto che l'idea di Nazione tipicamente ottocentesca, espressa dal filosofo francese, non sia pericolosa. Però nel Novecento le Nazioni hanno provocato disastri.
"Non tutti. Sicuramente hanno generato la Prima guerra mondiale, ma la Seconda è derivata da altro, più da concetti come quello di impero e come quello di razza in senso biologico, come "sangue". Pensiamo ad esempio alle leggi razziali naziste e fasciste: sono all'opposto dell'idea di Nazione. Perseguitano persone che vivono in quella comunità da tanto tempo, che hanno il passaporto di quella nazione, che hanno ruoli importanti nella società, per una questione legata al sangue. È l'idea di "diverso" che agisce qui".
In che modo il concetto "sano" di Nazione, e quello ben più controverso di nazionalismo, arrivano dai due secoli precedenti fino a Giorgia Meloni?
"Io non credo che lei sia così tanto nazionalista: sembra piuttosto molto appiattita su posizioni americane. Al contrario di Orbán, che certo non è un bel modello di democrazia, Meloni cerca di imitare i polacchi, che hanno una loro politica più definita e che in questo momento coincide con quella di Washington. Io ero in Parlamento, ricordo negli anni scorsi, quando lei, all'opposizione, era davvero aggressiva: ora è il contrario. Continua a fare la voce grossa solo con i migranti, con gli ultimi. Ma su una politica autonoma, che persegua gli interessi nazionali, è meno visibile".
È a causa della differenza tra opporsi e governare, quella che molti commentatori le rinfacciano?
"Sì. E non dimentichiamo che chi proviene da culture politiche non mainstream (come a suo tempo anche D'Alema) deve dimostrarsi particolarmente affidabile per lo schieramento atlantico".
Ma oggi che alternativa ci sarebbe?
"Senza mettere in dubbio le alleanze internazionali, personaggi come Fanfani, Mattei, Moro, Berlinguer, Craxi hanno saputo perseguire gli interessi nazionali. Meloni invece sembra semmai voler essere la sentinella degli Usa, senza nemmeno che ce ne sia bisogno: hanno già la Polonia in Europa continentale e Israele sul Mediterraneo".
Con la premier ormai allineata agli Stati Uniti, le pulsioni populiste e sovraniste restano?
"Sono nella Lega di Salvini e nelle frange estreme di destra e di sinistra. Ma non credo siano un pericolo. Anche perché ci sono fior di leggi per impedirne le derive violente, e il governo Meloni sarebbe ben felice di applicarle".
Qual è allora il vero rischio che corriamo, sul piano politico?
"Un aumento dell'apatia generalizzata: è dal torpore, dalla disillusione, dalla percezione che la politica non cambia nulla e non risolve problemi, che può formarsi una massa sociale inerte, preda potenziale di un politico avventuriero. Che al momento per fortuna non si vede".