Freelance è un termine inglese che non ha più bisogno di traduzione. Spesso identifica i giornalisti senza un contratto fisso con una testata, che collaborano con vari media, pagati un tanto ad articolo o con compensi concordati di volta in volta. Talvolta è un modo per cominciare il mestiere: come feci anch'io, una quarantina di anni or sono, nelle guerre civili del Centro America. In altri casi diventa una carriera di autonomia e indipendenza.
Alcuni freelance producono scoop e reportage di straordinario coraggio: un esempio in materia sono le splendide corrispondenze dal Medio Oriente e dai Balcani di Francesca Borri, pubblicate frequentemente anche dal nostro giornale. Un altro esempio è Luca Steinmann, 32enne giornalista italo-svizzero, che dopo avere scritto dalla Siria e dall'Afghanistan, dall'Armenia e dalla Giordania, ha contribuito a raccontare per mesi su Repubblica e su La7 l'invasione dell'Ucraina.
Ma l'ha raccontata da un osservatorio particolare: in mezzo alle forze russe che attaccavano. Uno dei pochissimi giornalisti occidentali a ritrovarsi inviato tra i soldati di Putin, avanzando nel Donbass, poi nell'assedio di Mariupol, quindi attorno alla centrale nucleare di Zaporizhya.
Ora dai suoi taccuini di reporter nei territori occupati ucraini ha tratto un libro: Il fronte russo (Rizzoli), doloroso resoconto di una guerra fratricida, come lo definisce la scheda editoriale. È lui il primo a riconoscere la difficoltà dell'impresa. Come occidentale che scrive per media occidentali, è sospettato dai russi di essere un propagandista del nemico o addirittura una spia. Un paio di volte, infatti, viene minacciato, fermato, allontanato dalle zone di guerra, bollato come "americanski", l'americano.
Per la maggior parte del tempo, tuttavia, riesce a fare il proprio lavoro indisturbato, offrendo lucide testimonianze della guerra vista dalla prima linea. Come questa: "Palazzi in fiamme, carcasse di missili abbandonate a terra, quartieri rasi al suolo, morti nelle strade, accasciati a terra con i volti ghiacciati e perfettamente intatti, circondati dal bianco della neve e dal rosso del loro sangue. Altri, neri come la pece, inceneriti e sfigurati dal fuoco che li ha arsi vivi".
O questa: "Sulla strada, tre carri armati distrutti e all'interno altrettanti uomini carbonizzati, bruciati vivi mentre erano alla guida. Abbandonato nella neve, il corpo irrigidito di un giovane militare. Sulla spallina della divisa ha cucita una bandiera ucraina. Qualcuno gli ha sfilato gli scarponi, lasciandolo a piedi nudi. È il destino dei soldati di Kiev, ai quali i miliziani sottraggono scarpe e armamentario bellico. "Trofei", dice un filorusso portandosi via un giubbotto antiproiettile".
Un limite del libro potrebbe essere, per alcuni, quello di equiparare Russia e Ucraina, la versione di Mosca e quella dell'Occidente. Precisando di non essere mai stato censurato dalle autorità di Mosca o di non essersi mai autocensurato, l'autore sostiene che "è possibile lavorare sul fronte russo in modo libero e indipendente senza fare alcun tipo di propaganda". A un ufficiale russo che a un certo punto lo accusa di fare il gioco occidentale, Steinmann risponde che i suoi articoli sono imparziali: "Non faccio propaganda filorussa, ma nemmeno antirussa".
Il libro - Il fronte russo di Luca Steinmann (Rizzoli, pagg. 352, euro 19)