Viv Albertine: "Noi, donne punk che amavamo far paura ai ragazzi"
di Luca Valtorta , di Luca Valtorta"Chi scrive un’autobiografia o è un cretino o è al verde. Io sono un po’ tutte e due le cose. Il titolo viene da una frase che mia madre mi ripeteva sempre: 'Vestiti, vestiti, vestiti, musica, musica, musica, ragazzi, ragazzi, ragazzi! Solo a questo pensi!'": l’introduzione è folgorante, il resto pure, sono 480 pagine che scorrono alla velocità della luce, dentro cui non si racconta solo una vita, quella di Viviane Katrina Louise Albertine detta Viv, ma si racconta un’epoca e un mondo, quello di metà anni Settanta, il periodo di esplosione del punk in Inghilterra. Un movimento che ha influenzato tutte le controculture a venire e che ancora oggi non smette di influenzare le generazioni più giovani. Sul punk esistono moltissimi libri ma sono stati scritti tutti da uomini, per questo la testimonianza di Viv Albertine è unica, diversa e fondamentale. Lei e la sua band, The Slits ('Le fessu…
"Chi scrive un’autobiografia o è un cretino o è al verde. Io sono un po’ tutte e due le cose. Il titolo viene da una frase che mia madre mi ripeteva sempre: 'Vestiti, vestiti, vestiti, musica, musica, musica, ragazzi, ragazzi, ragazzi! Solo a questo pensi!'": l’introduzione è folgorante, il resto pure, sono 480 pagine che scorrono alla velocità della luce, dentro cui non si racconta solo una vita, quella di Viviane Katrina Louise Albertine detta Viv, ma si racconta un’epoca e un mondo, quello di metà anni Settanta, il periodo di esplosione del punk in Inghilterra. Un movimento che ha influenzato tutte le controculture a venire e che ancora oggi non smette di influenzare le generazioni più giovani. Sul punk esistono moltissimi libri ma sono stati scritti tutti da uomini, per questo la testimonianza di Viv Albertine è unica, diversa e fondamentale. Lei e la sua band, The Slits ('Le fessure'), con l’album Cut hanno definito un suono e un immaginario che prima di loro non esisteva.
È molto interessante averne un libro scritto da una protagonista, anche perché voi non avevate riferimenti di alcun tipo.
"È proprio così: anche se il punk era qualcosa di nuovo per tutti, l’idea di creare un gruppo per gli uomini era qualcosa di spontaneo, tutti volevano essere in una band. Persino Sid Vicious. Non so John (Johnny Rotten, voce dei Sex Pistols, ndr) ma i Clash di sicuro sono cresciuti guardandosi allo specchio con la spazzola per capelli o la racchetta da tennis come chitarra. Noi Slits invece non avevamo mai immaginato una cosa del genere. Non avevamo alcun modello che ci insegnasse come apparire, come stare in piedi, come vestirci, come muoverci. Nella cultura popolare, tutti prendono in prestito da quelli che li hanno preceduti. E lo stesso vale per le canzoni che, anche per le migliori artiste pop femminili, spesso sono state scritte comunque da uomini. C'erano solo alcune fantastiche cantautrici folk come Joni Mitchell ma non avrei mai sognato di poter essere come lei perché era unica, era un genio e poi non mi rappresentava: sembrava provenire dalla classe media, era molto elegante, molto istruita, era fuori portata".
Voi invece?
"Noi invece abbiamo dovuto fare un salto mentale: io facevo parte della classe operaia e non sapevo suonare uno strumento. Non ho mai preso lezioni di musica, eppure ho preso in mano una chitarra. Non è che non ci fossero ragazze della classe media in Gran Bretagna che prendevano lezioni di musica ma nessuna di loro ha mai preso in mano una chitarra. È abbastanza strano che quello che mi fatto diventare quello che sono sia stata la mancanza di privilegi. Però devo dire che avevo una madre molto ribelle per quei tempi che mi ha mandato nei Woodcraft Folks, un’organizzazione di scout molto di sinistra: era bello andare nei boschi con le tende, fare esperienza di vita in comune. Quella è stata la mia prima scuola…".
Immagino che anche persone come Janis Joplin non potessero essere un esempio perché, nonostante la sua ribellione, alla fine è stata una sorta di vittima.
"Sì e poi aveva una voce fantastica. Io non avevo nessuna abilità. Neanche la capacità commerciale di Suzi Quatro".
E poi è arrivato il punk.
"Esatto, e quello che diceva il punk era: non importa che aspetto hai, quanto sei figo, qual è il tuo background. Tra noi c’erano cantanti e musicisti disabili o con problemi di vario tipo e non importava di quale ceto sociale, di quale razza fossi: potevi fare rumore ed essere ascoltato e quindi anch’io sentivo di poter entrare a far parte di questo movimento così inclusivo, così aperto a tutti".
C’è stato un momento particolare in cui hai capito di voler essere parte attiva del punk e non solo spettatrice?
"Sì, quando ho visto suonare i Sex Pistols. Era il loro secondo concerto: anche se erano uomini anche loro venivano dalla working class e dalla mia stessa zona di Londra. Non erano particolarmente dotati nel suonare i loro strumenti e Johnnty Rotten non era esattamente un cantante, non certo secondo gli schemi classici".
L’unica che ti ha ispirato forse è stata Patti Smith anche se faceva una musica più vicino al rock rispetto a voi.
"Sì, ho visto una sua foto su una rivista musicale e ho pensato: 'Mio Dio, questo è qualcosa che mi parla' sono andata subito a comprare il suo disco ed è stata la cosa più eccitante che abbia mai sentito. E sì, anche lei ha avuto un'enorme influenza anche se era una cantante e quindi, ancora una volta, ho dovuto fare un salto per prendere in mano una chitarra. Voglio dire, avevo sentito parlare di band come le Fanny che suonavano nei primi anni Settanta ma non era quello che interessava me così come le Runaways che trovavo molto artefatte".
Il tuo libro è molto coraggioso perché non temi di parlare di te stessa anche nelle parti più scabrose. Mi ricorda quello di Steve Jones dei Sex Pistols con cui, tra l’altro, come racconti, avevi avuto qualche problemino…
"Era solo un ragazzo pieno di testosterone (ride)".
In Inghilterra il tuo libro è uscito nel 2014 e ha vinto molti premi: forse era la prima volta che si poteva leggere qualcosa di così sincero, persino impietoso in certi momenti, riguardo non solo al mondo ma anche a te stessa dai rapporti con gli uomini, all’aborto, alla lotta contro il tumore.
"Per una volta voglio dire qualcosa di buono su di me e se hai letto il libro sai quanto sia difficile. Credo in effetti che il modo in cui l’ho scritto abbia poi influenzato molti altri autori anche uomini. È stato riconosciuto che ha cambiato il modo in cui si scriveva di rock o di musica. Quindi sì, conosco Steve e credo che sia stato influenzato da quello che ho fatto io e così anche molte altre biografie. Penso che sia una buona cosa anche se è ancora piuttosto raro leggere un libro di una donna, nonostante oggi ce ne siano molte di più nella musica che però preferiscono ancora non esporsi perché raccontare troppa intimità ti rende vulnerabile. Oggi poi con Internet e la violenza dei troll rimane una cosa abbastanza rara avere un libro scritto da una donna nell'industria musicale in maniera esplicita. Ma sono sicura che altri ne arriveranno…".
C’è una parte molto divertente in cui racconti della prima volta in cui hai un rapporto orale con Johnny Rotten e lui a un certo punto dice: "Viv, non ha importanza, lasciamo perdere…".
"Non volevo metterlo nel libro. Ma sai, mentre lo scrivevo, ho riso così tanto tra me e me… Ma ancora comunque pensavo che non fosse una cosa che interessante per i lettori. Alla fine invece mi sono detta: 'Devo metterlo perché è così che era la vita allora. E quelle sono esperienze molto ordinarie'. Tantissime giovani donne sono venute da me e mi hanno detto che era successo anche a loro. Non intendevo essere così onesta ma alla fine è stato il libro stesso a impormelo: era come un piccolo Gremlin! Del resto lo stesso Stephen King ha detto: 'The book is the boss' e quindi sei tu che devi ubbidire a lui".
Anche nella copertina di Cut, il vostro primo disco, siete state piuttosto coraggiose: siete nude, coperte di fango con un’aria che definirei decisamente aggressiva più che sexy.
"Decisamente. Alcuni mi hanno proprio detto che erano abbastanza spaventati da quell’immagine (ride). Direi che essere nude e spaventare i ragazzi per noi è stato un bel risultato. Credo che ancora oggi non ci sia niente del genere o almeno io non lo conosco".
Come è venuta fuori?
"L’influenza principale per me sono stati John e Yoko in Two Virgins perché erano nudi ma non avevano dei corpi sexy in senso convenzionale, non erano dei modelli o attori famosi e bellissimi. Forse avevo quello in testa…".
Però tu sei l’unica della band a non avere la faccia coperta coperta di fango.
"Lo so, perché sono vanitosa. Alle altre due non importava. Questo è stato il mio problema per tutta la vita: sono sempre stata mezza ribelle e mezza conformista e le due cose ancora oggi sono sempre in conflitto".
Blackie edizioni