Zerocalcare: "Vivo da sempre in un Truman Show: ci sono un ragazzino romano e una massaia che mi guardano e mi giudicano"
di Chiara Valerio , di Chiara ValerioDopo il botto, Strappare lungo i bordi, No Sleep till Shengal sono tre degli ultimi lavori di Zerocalcare, una mostra, una serie Netflix, e un libro sugli ezidi in Iraq, una esperienza di confederalismo democratico. L’occasione di questa conversazione scritta è un dialogo sul potere a Libri Come a Roma, venerdì sera. Lui disegna sé stesso, sempre più calvo, rintanato su un divano a Rebibbia circondato da accolli, con l’unico reale pericolo di morire strozzato dal grasso del prosciutto, un armadillo come coscienza e una Lavalamp con la testa di Cartesio. Io mi racconto come una signora di mezza età sotterrata di manoscritti di altri, sempre su un treno, e talmente affollata dalle voci che quando mi fermo a pensare, nella mia testa trovo uno studio televisivo Mediaset governato dal conduttore del mio gioco a premi interiore. E mi strozzo con la cicoria.
Gli amici immaginari sono un esercizio di potere?
«Dipende da che tipo di immagin…
Dopo il botto, Strappare lungo i bordi, No Sleep till Shengal sono tre degli ultimi lavori di Zerocalcare, una mostra, una serie Netflix, e un libro sugli ezidi in Iraq, una esperienza di confederalismo democratico. L’occasione di questa conversazione scritta è un dialogo sul potere a Libri Come a Roma, venerdì sera. Lui disegna sé stesso, sempre più calvo, rintanato su un divano a Rebibbia circondato da accolli, con l’unico reale pericolo di morire strozzato dal grasso del prosciutto, un armadillo come coscienza e una Lavalamp con la testa di Cartesio. Io mi racconto come una signora di mezza età sotterrata di manoscritti di altri, sempre su un treno, e talmente affollata dalle voci che quando mi fermo a pensare, nella mia testa trovo uno studio televisivo Mediaset governato dal conduttore del mio gioco a premi interiore. E mi strozzo con la cicoria.
Gli amici immaginari sono un esercizio di potere?
«Dipende da che tipo di immaginazione c’hai. In realtà io ho degli amici immaginari che mi giudicano e mi vessano. Rovinano il piccolo potere che avrei sulla mia vita. Cioè, l’immaginazione mi ridimensiona molto».
Sono arrivati prima gli amici immaginari o il giudizio?
«Il giudizio. Oltre all’armadillo, io c’ho un ragazzino di San Basilio e una massaia che mi guardano da un divano come nel Truman Show e giudicano ogni mia azione, da sempre. Ho cominciato a gestire il giudizio nel momento in cui sono riuscito a dargli una forma grafica, quando ho cercato di trasformare quella cosa che mi governava in una cosa buffa di cui la gente potesse ridere. Una cosa buffa arancione, a forma de palla».
E i cavalieri dello Zodiaco e la Lavalamp con la testa di Cartesio?
I cavalieri dello zodiaco sono quelli che ti spingono all’azione, al sacrificio, all’atto eroico, ti giudicano se tentenni, ti dicono che stai utilizzando alibi per non fare quello che dovresti. Cartesio è il contrario, ti chiede non è che il tuo impeto, il tuo slancio ti stanno portando verso qualcosa di troppo affrettato?
Hai raccontato la guerra nelle file ai supermercati durante il lockdown, la guerra in Rojava, hai detto della guerra al centro dell’Europa. Hai detto anche che tra gli ezidi la parola rivoluzione ha un senso e quando la pronunciamo noi, non ne ha più. E la parola guerra?
«A un certo punto è diventata, in qualche modo, nel linguaggio comune sinonimo di sfida. Guerra. Che va dalla malattia al degrado. Io non so’ un talebano che pensa che assolutamente non si può utilizzare come metafora o cose del genere, lo capisco e mi sarà capitato di farlo. Mi sembra che tutto va bene fino a che abbiamo la coscienza di parlare per metafore, e penso che gli ultimi due anni anche qua da noi (pure prima eh perché non è che le guerre si sono mai interrotte) avrebbero dovuto riportarci a quello che significa la parola guerra. Ora la guerra ce l’abbiamo anche più vicina e vorrei che tutti avessimo più chiaro cosa significa e la usassimo con un po’ più di cautela».
E l’Europa?
«Non lo so. Nel senso io non so che significa la parola Italia, a malapena concepisco la parola Roma, mi sono sempre pensato appartenente a un quartiere, semmai ad un quadrante. Fatico proprio, non c’ho manco la retorica della generazione Erasmus, non ce l’ho mai avuta quindi fatico a dare una risposta intelligente».
Sì, ma dal programma di Fabrizio Frizzi dove vincevi i gettoni d’oro se rispondevi “Europa Europa!”, c’era Giochi senza frontiere, è cambiato qualcosa nel racconto non costruiamo siamo asserragliati a difendere confini d’acqua.
Diciamo che, senza bisogno di parlare di Europa, io vengo da una cultura di sinistra in cui le canzoni, l’immaginario era abolire la frontiera, frontiera era una parolaccia, anche se nessuno pensava si potessero abolire dall’oggi al domani. Avevamo l’orizzonte di superare le frontiere, anche al di là dell’Europa, e invece mi sembra che adesso la sinistra si pone al limite il tema di amministrarle, l’idea di superarle è qualcosa di relegato a quasi appunto a na follia massimalista. E questa roba dal punto di vista dell’immaginario produce danni che avranno mi pare conseguenze eterne.
Non me ne intendo, ma pare Plutone transitasse in Acquario anche durante la Rivoluzione Francese. Che pensi delle proteste in Francia?
«Ogni giorno ci stanno notizie del settantacinquenne o dell’ottantenne morti cadendo da un ponteggio. Mi pare che viviamo in una barbarie tale, dal punto di vista del lavoro, che il fatto che qualcuno vicino a noi non voglia averci niente a che fare mi pare sano. In un momento in cui le macchine possono andare a sostituire certi lavoratori umani e i profitti di certe cose aumentano, non capisco perché uno deve continua’ a lavora’ fino a settant’anni. Dunque, guardo le proteste in Francia con molta ammirazione per un paese in cui, dopo un giorno e una notte in cui era esploso il conflitto, il più grosso sindacato francese, invitava le persone a tornare in piazza e continuare a scioperare. Sono cose che guardo pensando che forse ci servirebbero pure a noi. Sarebbero motori di democrazia pure per noi».
In un mondo dove le parole diventano tabù, tu hai i pelati, quelli che sembrano la mongolfiera, l’amica teiera. E la cancel culture? Il tentativo di non dover ferire nessuno?
«Non penso che il linguaggio non debba ferire nessuno, penso che devi decidere se una persona ti va di ferirla o no e devi assumerti delle responsabilità di farti dei nemici. Sui pelati mi posso accanire, sono un rappresentante della categoria. Il linguaggio fa parte delle armi di cui disponiamo, come la violenza fisica, io non sono favorevole o contrario a prescindere, penso che uno deve farlo con giudizio, e se pensa di doverlo fare lo fa».
E i disegni?
«Il disegno raddoppia l’attenzione, devi stare attento alle parole e alla rappresentazione grafica, agli stereotipi, a un certo punto mi fu imputato di fare i personaggi troppo magri, quindi mi sono dovuto porre il problema di inquartare certi personaggi. La verità è che la cancel culture colpisce soltanto le persone che hanno a cuore il tema, nel senso che io non penso che a Pio e Amedeo gliene freghi un c...o di quello che le persone scrivono su internet. Nessuno di loro smette di lavorare o essere pagate per le shitstorm su twitter. Credo che la cancel culture vada a levare il sonno solo a quelli che si occupano di farsi levare il sonno, io sono una di quelle e quindi mi sento il triplo dei legacci. Pure tu?».
Pure io. Poi condivido l’obiettivo tuo “minimo ma comunque ambizioso” di non sembra’ un cojone.
«Ho sentito una curda dire che non c’è sentimento più rivoluzionario della vergogna. Ecco, in un contesto dove non esiste più nessun tipo di vergogna e di pudore, il mitomane prospera e cresce come i cinghiali a Roma nord. Se si ristabilisse quel minimo vergognarsi e avere un po’ di pudore nel porsi di fronte agli altri, molto si migliorerebbe».
Ma che problema abbiamo per dire che siamo i più belli i più bravi i più giusti e a negare tutte le miserie, a nasconderle?
«Perché fanno solo i filtri instagram per abbellirci, se facessero pure i filtri per imbruttirci, ci plasmerebbe a pensare che quella sia una chiave per presentarsi al mondo».
Con tutto l’accanimento sui bambini, che arrivino per mare o che arrivino perché si rompono le acque, non ti sembra che i nostri politici democraticamente eletti detestino il futuro?
«È un governo che c’ha una impostazione antica. Salvini, penso, incarnava un certo tipo di reazionario populista egoista senza un apparato culturale dietro. Questi qua hanno un apparato culturale, e dentro un’idea di futuro di cento anni fa, in cui le coppie italiane devono garantire la stirpe. Mi sembra che tutto quello che ci hanno consegnato negli ultimi mesi ci rimanda al fatto che questi so’ ottant’anni che stanno in panchina e adesso possono mettere a profitto il loro apparato culturale. Per me è una cultura aberrante e fino a vent’anni fa lo era per tutti. Evidentemente non c’è manco più la capacità di riconoscerla».
E come hanno fatto ad hackerare, diciamo così, la sinistra?
Nel corso di questi anni mi pare che si sono mosse due cose parallele. Da una parte una certa sinistra che per motivi di amministrazione del presente e dei conflitti ha cercato di trasformare tutto in una specie di magma unico per arrivare a una pacificazione che consentisse di governare il presente. Dall’altra la destra che ha cercato di accreditarsi come una cultura politica come un’altra e di raccontare che gli intolleranti erano quelli che volevano screditarla. E questo lavoro certosino fatto co teatro, fiction, televisione, libri, tutto ha prodotto il fatto che ad oggi, io credo, per la maggior parte degli italiani è una cultura politica come un’altra. E il fatto che uno abbia il busto di Mussolini in camera o da Codreanu alle SS di tutta Europa come padri spirituali del partito di governo, beh questa roba non pone più un problema.
Quale altro peso hai sulle spalle? Il successo?
«Il successo lo percepisco le due settimane successive all’uscita di una serie Netflix che mi hanno dato il polso di che significa essere al centro del ciclone».
Che dicono la massaia e il pischello di San Basilio?
«Dicono malissimo. Il ragazzino dice ma guarda che pupazzo sei diventato. E la massaia ma perché questo sta dappertutto, che cosa c’ha di più interessante da dirmi rispetto a Totti e Ilari?».
Fai quarant’anni quest’anno.
«Madonna iddio, a dicembre, se c’arrivo».