Il dolore della madre che non sarò mai
di Concita De Gregorio , di Concita De GregorioCi sono cose che, effettivamente, non si raccontano. Elenco incompleto: il suicidio (di un genitore, di un figlio, della persona amata), il cancro (proprio, di chi ci si sta vicino), la malattia in generale quando è grave e invalidante. Tutto quel che è legato agli umori del corpo, quando il corpo si abbandona o imbizzarrisce. Il sangue, più di tutto, specie se femminile. Il sangue legato alla maternità: le perdite, le mestruazioni, il parto, le emorragie, gli aborti. Cose di donne, cose di cui si bisbiglia - gli uomini non devono, non possono sentire. Qualcuno riesce, certo. Qualcuno lo fa e quando dice offre una casa per tutti: le parole sono case dove si va ad abitare. (Una volta molti anni fa una delle madri di Plaza de Mayo mi disse, in risposta alla domanda su sua figlia rapita violata e scomparsa: "Queste sono cose di cui parlo solo con le piante del terrazzo". Ma già dire questo, con una specie di sorriso di scuse, ci consentì…
Ci sono cose che, effettivamente, non si raccontano. Elenco incompleto: il suicidio (di un genitore, di un figlio, della persona amata), il cancro (proprio, di chi ci si sta vicino), la malattia in generale quando è grave e invalidante. Tutto quel che è legato agli umori del corpo, quando il corpo si abbandona o imbizzarrisce. Il sangue, più di tutto, specie se femminile. Il sangue legato alla maternità: le perdite, le mestruazioni, il parto, le emorragie, gli aborti. Cose di donne, cose di cui si bisbiglia - gli uomini non devono, non possono sentire. Qualcuno riesce, certo. Qualcuno lo fa e quando dice offre una casa per tutti: le parole sono case dove si va ad abitare. (Una volta molti anni fa una delle madri di Plaza de Mayo mi disse, in risposta alla domanda su sua figlia rapita violata e scomparsa: "Queste sono cose di cui parlo solo con le piante del terrazzo". Ma già dire questo, con una specie di sorriso di scuse, ci consentì di stare a lungo, insieme, in quel terrazzo con le piante).
Le cose che non si raccontano non si dicono perché quando una cosa la dici diventa vera e a volte non vuoi credere che lo sia, non fino in fondo. Non si dicono perché fanno paura: agli altri, non a chi le vive. Chi le vive impara subito che la paura è un'intrusa, che bisogna attraversarla poi scansarla con la mano perché ci lasci vedere l'approdo, se ce n'è uno, e come arrivarci. La paura di chi ascolta genera speculare paura in chi dice e proprio non ti serve - in quel momento - quel riflesso. Servono energie. Servono amici che sanno anche parlar d'altro, qualcuno che venga a suonarti al campanello, serve un oggetto di cui occuparsi fuori da sé, un compito da svolgere con cura. Un gin tonic, anche, alle volte. E pazienza se non è nella dieta consigliata. C'è una gerarchia di divieti, una gerarchia di rischi, una gerarchia di dolori. Alcuni, minori, si possono correre se servono ad affrontare i maggiori. Antonella Lattanzi ha scritto un libro che è una sonda verticale nella scatola nera del dolore. Un viaggio vertiginoso, una caduta libera eppure controllata a ogni istante. C'è una donna, Toni, che è lei. C'è un uomo che le sta accanto, decidono di avere un figlio. Ma il figlio non arriva, nella sequenza di tentativi solitudine terrore speranza ostinazione illusione gioia senso di colpa ossessione che migliaia, milioni di persone conoscono ma non dicono, o dicono dopo, forse. Se va bene. Se va male no, meglio di no, troppo dolore troppa rabbia troppa commiserazione negli occhi degli altri.
Non amo particolarmente la letteratura diaristica, autobiografica fin nel dettaglio della cronaca dei giorni. Per quanto la letteratura sia sempre autobiografica, anche Asimov, anche Tolstoi, un conto è trasformare la realtà in verità universale, un altro parlarci di sé. Ora il Nobel, va bene, Annie Ernaux, d'accordo, e tuttavia restiamo un filtro - tutti lo siamo, anche chi non scrive - attraverso cui la vita passa e restituisce, quando si riesce a trovarla e condividerla, una briciola di senso da lasciare in dote a chi resta. Un senso che parla d'altro, intendo dire, attraverso l'esperienza e la memoria di sé, incarnandole e trasformandole. Tuttavia nelle Cose che non si raccontano di Lattanzi (Einaudi) c'è qualcosa che succede, in chi legge, che travalica quel che di tumultuoso e tragico succede giorno dopo giorno a chi scrive. Qualcosa di diverso in ciascuno, credo, perché leggere è un'esperienza individuale che ci parla sempre e solo di noi: ci interessa quel che ci riguarda. Ci guarda indietro, ci guarda dentro.
Nel mio caso, per esempio, ho trovato straordinario lo sguardo impietoso sull'ambizione e il vicolo cieco in cui sovente conduce. Sono una scrittrice, dice l'autrice. Come avrei potuto avere un figlio senza rinunciare alla cosa più importante per me, nella vita: essere chi voglio essere, curare il mio tempo, preservarlo, non rinunciare a quel che devo fare se voglio arrivare dove voglio arrivare. Le riunioni di redazione in casa editrice, le presentazioni pubbliche, tutto il lavoro di cura e poi di promozione che un'opera dell'ingegno esige, in questo tempo in questo mondo. Ne parla a proposito dei suoi aborti giovanili e delle esitazioni a stabilire quando fosse "il momento giusto". Il momento compatibile. Arriva tardi, di solito, e tardi è più difficile. Quindi il dolore torna indietro come una punizione: te lo sei meritata, questo lutto. Hai voluto governare la vita, ha peccato di hybris, di presunzione. Credevi di poter decidere? Povera te. Succede solo quel che deve succedere, invece, nella vita, e succede quando deve succedere: perciò, ora, guarda.
È questa, mi pare, la linea sottotraccia di tutto il romanzo. Che sì è un racconto di una maternità che non viene, che (peggio) arriva e poi ti lascia orfana di figli, ma soprattutto è il racconto del vicolo cieco in cui l'equivoco grande del dover essere una cosa o l'altra ti stringe e lo fa perché il mondo fuori, il sentire comune - la voce del coro - ti costringe: sei una madre? Stai facendo il tuo dovere? Sei un'ambiziosa, invece, che antepone i suoi desideri e le sue mire al naturale ruolo che la vita ti assegna. Beh, allora paghi. L'importanza di averlo detto. Di aver segnalato prima attraverso l'esperienza del corpo poi attraverso l'esercizio della scrittura il punto esatto in cui ci siamo incagliate, e restiamo lì annaspando: ecco, di questo bisogna rendere grazie a Lattanzi. Uno scoglio di mare segnalato è una guida nella rotta di tutte. Di tutti. Si aggiornano le mappe nautiche, d'ora in poi.
Il libro - Cose che non si raccontano di Antonella Lattanzi (Einaudi, pagg. 216, euro 19)