Una mattina d'agosto Maurizio Galimberti ha rivolto l'obiettivo della sua macchina fotografica verso l'alto e per alcune ore ha ripreso lo stesso soggetto, che tuttavia è cambiato per ognuno dei 262 scatti: il cielo sopra Marcinelle.
Inizialmente più terso, si è con il tempo rannuvolato. La stessa cosa accadde un'altra lontana mattina, quella dell'8 agosto 1956, nella stessa località mineraria belga. Si poté presagire la pioggia, ma non quella che avrebbero chiamato "la catastròfa", con un involontario neologismo italo-francese: la sciagura che produsse tante vittime nero-carbonizzate quanti gli scatti azzurri realizzati 66 anni dopo.
Una fotografia ferma l'attimo. Una persona, un luogo, una circostanza sono imprigionate nell'istante in cui viene azionato il dispositivo di ripresa. Il prima e il dopo sono lasciati all'incertezza e all'opinabilità dell'interpretazione. Come davant…
Una mattina d'agosto Maurizio Galimberti ha rivolto l'obiettivo della sua macchina fotografica verso l'alto e per alcune ore ha ripreso lo stesso soggetto, che tuttavia è cambiato per ognuno dei 262 scatti: il cielo sopra Marcinelle.
Inizialmente più terso, si è con il tempo rannuvolato. La stessa cosa accadde un'altra lontana mattina, quella dell'8 agosto 1956, nella stessa località mineraria belga. Si poté presagire la pioggia, ma non quella che avrebbero chiamato "la catastròfa", con un involontario neologismo italo-francese: la sciagura che produsse tante vittime nero-carbonizzate quanti gli scatti azzurri realizzati 66 anni dopo.
Una fotografia ferma l'attimo. Una persona, un luogo, una circostanza sono imprigionate nell'istante in cui viene azionato il dispositivo di ripresa. Il prima e il dopo sono lasciati all'incertezza e all'opinabilità dell'interpretazione. Come davanti a un quadro di Edward Hopper e ai suoi soggetti solitari, in apparenza immersi in una quieta disperazione, possiamo immaginare che siano in realtà in attesa di qualcuno, di qualcosa o che li trafigga la disillusione per un evento appena trascorso, così ogni fotografia ci lascia nell'incertezza del passato e del futuro prossimi di ciò che rappresenta. Non in questo caso. Non nell'opera di Maurizio Galimberti. Il suo "riutilizzo" delle immagini è esplicativo. Scava dentro il già fotografato per trovarvi un senso rimasto laterale, un'anima dentro il corpo meccanico. Contestualizza. Storicizza. Il momento viene immerso nel flusso e il particolare diventa protagonista. Di quel cielo ci racconta il rombo che annuncia la tempesta e il terminale posarsi delle sue conseguenze sulla terra. Causa ed effetto convivono nel presente che hanno determinato e da cui provengono. Sul cadavere della miniera del Bois du Cazier viene così condotta un'autopsia per immagini che spiega il delitto. Ci dice in modo incontrovertibile che era doloso, di quel dolo che i penalisti definiscono "eventuale" ossia chi ha commesso il fatto era disposto (in nome del profitto) all'evenienza di conseguenze mortali. Ci dice che il reato è stato "continuato", ossia era già in atto prima dell'incendio ferale e non è stato interrotto dopo. La sua scia arriva fino a oggi, anzi, a domani.
La mano chiusa a pugno di una donna che rimase orfana da bambina. Il volto di un'altra dietro le sbarre che la separarono da una tremenda verità. Le bare allineate con la stessa fredda geometria con cui lo erano gli abiti da lavoro appesi nella "sala degli impiccati". I nomi (finalmente) dei morti, scovati e replicati in un mosaico che è al contempo moltiplicazione del dolore e coro di un atto d'accusa che attraversa il tempo e da Marcinelle giunge fino alla miniera esplosa in Turchia mentre questo libro andava prendendo forma e al numero imprecisato (dai 2 ufficiali ai 6500 presunti) di operai morti nel corso di 12 anni nei cantieri per la costruzione degli impianti per i mondiali di calcio in Qatar. Ora come allora, queste sono "stragi di Stati". Reponsabili: uno Stato che manda i propri figli a morire perché non riesce a sfamarli, senza preoccuparsi del destino che li attende, un altro che li riceve come un male necessario e li sfrutta, li controlla, senza garantire quella sicurezza a cui, per sé, tanto tiene. Treni blindati, barconi. Eterni migranti da un sud del mondo che a quel tempo era l'Italia. I postumi di una guerra, sempre. E la motivazione che accomuna ieri come oggi quelli che preferivano un destino incerto a quel che avevano: la Fame.
Il dopoguerra non fu un picnic. Il boom venne più avanti ed ebbe una miccia lunga. All'euforia della liberazione subentrò lo sconforto causato dal confronto con la realtà. Il mondo stava subendo un'accelerazione a cui l'Italia non era preparata. L'espansione capitalista impose metodi e tempi, sovvertì il mercato delle materie prime e quello della forza lavoro. Le due cose divennero intercambiabili: si potevano comprare le une con l'altra e viceversa. L'accordo siglato fra Italia e Belgio nel 1946 ne fu un esempio. Cinquantamila futuri minatori in cambio di parte del carbone che avrebbero estratto. Numeri precisi, come se si trattasse di merci pesate, da un lato e dall'altro. Il manifesto per il reclutamento ha l'allettante colore rosa della maglia indossata dal vincitore del Giro d'Italia, appena ricominciato dopo la sospensione forzata di cinque edizioni con una classifica storica: primo Bartali, secondo Coppi. Galimberti ha lavorato su quel manifesto scomponendolo, evidenziando e replicando le parole chiave, OPERAI ITALIANI MINIERE BELGHE, mettendo in fila i numeri che erano di salari e assegni familiari e rendendo il resto confuso come doveva apparire agli occhi di chi si accostò per leggere, abbagliato da quelle lettere e cifre iniziali che significavano lavoro, soldi, fine della fame. Come le clausole di una polizza ingannevole, il resto lo si vede sfocato, doppio, triplo. In questa rivisitazione il roseo invito al viaggio verso un futuro più sereno si rivela per quel che è: un miraggio. Ci si allontana dal deserto della disoccupazione, ma Marcinelle (MINIERA BELGA) non sarà l'oasi promessa.
Il testo integrale è in La promessa. Marcinelle: 8 agosto 1956 di Maurizio Galimberti in uscita da Skira