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Perché è giusto difendere "la città in 15 minuti"

Un urbanista ci illustra i vantaggi di un modello che non piace alla destra diventato popolare grazie al docente francese Carlos Moreno
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Non capita spesso che una teoria urbanistica faccia notizia a livello mondiale. Eppure, è quello che è successo alla "città dei quindici minuti". L'idea, all'apparenza inoffensiva - ossia che in città, i servizi essenziali per la vita quotidiana debbano essere raggiungibili in pochi minuti a piedi o in bicicletta - è diventata nelle scorse settimane bersaglio di rumorose teorie cospirative. Secondo alcuni militanti di estrema destra, il vero obiettivo di politici e urbanisti non sarebbe quello di creare spazi urbani liberi dal predominio delle automobili, ma piuttosto l'imposizione di "prigioni all'aria aperta" - recinti metropolitani in cui costringere gli ignari cittadini. Si tratta, com'è evidente, di una mistificazione. La quale, in modo paradossale, potrebbe essere combattuta proprio mettendo in pratica i principi della città dei quindici minuti.

Ma andiamo con ordine. La teoria di cui stiam…

Non capita spesso che una teoria urbanistica faccia notizia a livello mondiale. Eppure, è quello che è successo alla "città dei quindici minuti". L'idea, all'apparenza inoffensiva - ossia che in città, i servizi essenziali per la vita quotidiana debbano essere raggiungibili in pochi minuti a piedi o in bicicletta - è diventata nelle scorse settimane bersaglio di rumorose teorie cospirative. Secondo alcuni militanti di estrema destra, il vero obiettivo di politici e urbanisti non sarebbe quello di creare spazi urbani liberi dal predominio delle automobili, ma piuttosto l'imposizione di "prigioni all'aria aperta" - recinti metropolitani in cui costringere gli ignari cittadini. Si tratta, com'è evidente, di una mistificazione. La quale, in modo paradossale, potrebbe essere combattuta proprio mettendo in pratica i principi della città dei quindici minuti.

Ma andiamo con ordine. La teoria di cui stiamo parlando affonda le sue radici in alcuni principi della pianificazione urbana dell'Ottocento, ed è poi emersa negli anni Novanta del secolo scorso come alternativa al dogma modernista della zonizzazione - fondato sulla netta separazione tra funzioni diverse, ad esempio tra aree residenziali e zone dedicate ad uffici. La città dei quindici minuti predica uno sviluppo "a uso misto", in cui far convivere abitazioni, scuole, parchi, negozi di alimentari e molto altro ancora.

L'idea è stata resa popolare da un professore francese, Carlos Moreno, e da Anne Hidalgo, sindaco ambientalista di Parigi e presidente della coalizione internazionale di metropoli C40. Ma la spinta più forte e inattesa è arrivata durante il periodo della pandemia, quando numerosi sindaci e municipalità - da Milano a Portland a Melbourne - hanno iniziato a ripensare gli spazi cittadini allargando i marciapiedi, introducendo piste ciclabili o accelerando i processi di pedonalizzazione.

Sull'onda della "rinascita urbana" post-Covid arriviamo così in Inghilterra, a Oxford, dove all'inizio dell'anno, un'iniziativa nata per decongestionare le strade locali si è scontrata con una feroce resistenza e con l'indignazione sul web di un manipolo di influencer. Nel giro di poche settimane, la città dei quindici minuti si è trasformata nello spauracchio della destra. Ma cosa l'ha resa tanto suscettibile di attacchi da parte delle frange conservatrici? Un fattore è stato la diffidenza verso gli interventi dello Stato: alcuni complottisti hanno soprannominato la proposta per Oxford "lockdown climatico". Un altro motivo può essere ricercato tra i diffusi pregiudizi anti-urbani di chi, in campagna e in periferia, ritiene quei provvedimenti incompatibili con uno stile di vita fondato sull'auto privata.

Nonostante alcune legittime preoccupazioni, le attuali critiche sono svianti e pericolose. L'obiettivo degli urbanisti non è mai stato quello di creare enclave chiuse in sé stesse. Il tragitto di un quarto d'ora a piedi o in bicicletta deve essere inteso piuttosto come una "base di partenza". Concentrando i servizi essenziali vicino a casa, potremmo riservare gli spostamenti più lunghi per motivi a cui teniamo di più: andare allo stadio, provare un nuovo ristorante, visitare amici o familiari. I cittadini avrebbero insomma la libertà di accedere, entro poche centinaia di metri dalla loro abitazione, a ciò di cui necessitano ogni giorno.

Le teorie cospirative sostengono invece - senza alcun fondamento - che essi sarebbero costretti a vivere all'interno di quell'area. Basta cambiare una parola e il significato si capovolge.

Come difendere quindi una visione urbanistica importante dai suoi detrattori? Un'ipotesi potrebbe essere quella di iniziare con interventi temporanei a basso costo. Un po' di cartellonistica o di vernice sull'asfalto possono permettere di pedonalizzare velocemente parte della rete stradale. In generale, ci sono modi graduali con i quali permettere a tutti i cittadini di prendere familiarità con l'idea - evitando toni punitivi e incoraggiando la partecipazione popolare.

In un certo senso, potremmo dire che abbiamo bisogno della città dei quindici minuti precisamente per facilitare il dialogo tra le persone: unico antidoto conosciuto alla polarizzazione politica, la quale spesso nasce e si infiamma in rete. Lo spazio fisico è caratterizzato dall'inevitabilità del confronto, in cui coloro che non ci riescono graditi non possono essere esclusi con un semplice clic o filtro algoritmico. Soltanto se sapremo recuperare la capacità di dialogo sarà possibile avviare un'autentica discussione sui principi della città di domani - a partire dall'equità sociale.

La possibilità di uscire dal proprio quartiere è vitale, tra gli altri, per gli individui a basso reddito, per i quali la scala urbana spesso garantisce l'accesso a opportunità nuove. Se saremo in grado di creare aree integrate e a reddito misto, la città dei quindici minuti potrebbe cessare di essere un terreno di scontro, per tramutarsi invece in un campo di incontro - per la nostra società oggi troppo divisa.