Una musa inquieta e inquietante, vissuta le 27 primavere canoniche e maudit del rock d’epoca, in tempi in cui tra il palcoscenico e la realtà non esisteva dannata separazione alcuna. E poi quella voce che l’ha resa eterna. Torrida e melanconica, rugginosa e dolce, struggente. Carica di rabbia, spleen e trascendenza. Poteva diventare «bassa e roca, inseguendo pensieri sommersi fino a gallerie che nascondono gemme dai riflessi crepuscolari». Oppure poteva «innalzarsi ad altezze vertiginose senza sforzo, sino a sfiorare le stelle». Un grido «limpido e sporco che la liberava da ogni dolore». Lo specchio conforme e deformante della donna che avrebbe voluto essere.
Aveva “Il fuoco dentro”, Janis Joplin, proprio come il titolo del romanzo a lei consacrato da poco pubblicato da Giunti. Un’opera affilata, evocativa e cupa: non a caso l’ha scritta Barbara Baraldi, dark lady della nuova letteratura italiana noir da esportazione e sceneggiatrice di fumetti per Dylan Dog. L’autrice bagna da par suo, nell’inchiostro nero indelebile, il contro-apologo della più grande rocker di sempre. Muovendo dalla biografia di quest’ultima (ricostruita con piglio certosino) ne redime, con slancio non edulcorato, il destino. E suona sincopato, folgorante e mimetico l’indice stesso del libro, 70 capitoletti il cui nome è degno di un ipotetico film di culto (o di un cofanetto di raccolta discografica): per dirne qualcuno, “Si addormenta cantando”, “Diventerò quella che sono”, “La Signora della Luna”, “La truffa del sabato sera”, “Seta e umore nero”, “Le streghe di New York”, “Emozioni da due soldi”, “Hotel Casablanca”, “L’ultima volta che sei stata felice”, “Le piume della sconfitta”, “Domani non arriva mai”.
Grazie all’abile e immersiva regia narrativa di Baraldi, Pearl (come la chiamavano gli amici veri) torna così a fiammeggiare nelle sue contraddizioni insanabili: la speranza di un’esistenza tranquilla e le droghe pesanti, le sirene diaboliche del successo di massa e la solitudine immane a riflettori spenti. La disperazione abissale e una fame insaziabile, invincibile d’amore. Convinta com’era di non meritarne affatto. Sarà perché era cresciuta nella provincia profonda a stelle e strisce, asfittica, reazionaria, antistorica: Port Arthur, una piccola città del Texas.
Corrono gli anni Cinquanta e il mondo sta cambiando impetuosamente pelle. Lei è un’adolescente incompresa e febbrile, diversa. Cova una rivoluzione dentro. Non è docile né gentile, non aspira allo status di aggraziata casalinga disperata. Nulla fa per sembrare bella. Legge “On the road” di Kerouac e brama di andarsene il prima possibile. I compagni di scuola la bullizzano di nascosto, brutalmente. La picchiano e apostrofano con epiteti vergognosi. Altro che “Summertime”. Ma ecco che a vent’anni riesce a tagliare finalmente la corda. E qui ha inizio il principio della fine.
Nel mezzo, l’apoteosi. Il sesso e gli alterchi con Jim Morrison. Le albe nel mitologico Chelsea Hotel insieme a Leonard Cohen. Il sentimento fraterno nei confronti di Jimi Hendrix, che la precederà di appena 15 giorni nell’ultimo viaggio. L’attrazione fatale per Peggy Caserta. La sua anima immolata sull’altare del blues. Un macabro classico. Ottobre 1970: al Landmark Motor Hotel di Hollywood, nella lucente California, viene ritrovato il corpo senza vita di Janis Joplin. La cantante americana era deceduta il giorno prima. Falciata da un’overdose di eroina. “Cry baby”. Il suo corpo è cremato e le ceneri disperse nell’oceano. C’è questa sua vecchia foto. Ha tre anni e sorride. Sul bordo sua madre aveva scritto: «Si addormenta cantando».
Il libro
Il fuoco dentro. Janis Joplin. Il romanzo
Giunti Editore, pagg. 432, euro 15,90