In un tempo in cui l’Europa sembra attraversata da una crisi che forse è strutturale, ha senso domandarsi se esista una letteratura europea?
L’anno scorso, nei primi giorni di marzo, incontrai a Parigi un folto gruppo di scrittori che, come me, avevano partecipato a Le Grand Tour. Autoportrait de l’Europe par ses écrivains, un’antologia ideata e curata dallo scrittore Olivier Guez. In vista del semestre di presidenza francese, Guez invitò 27 autori (tra cui Aramburu, Toibin, de Kerangal…), ciascuno in rappresentanza di uno Stato dell’Unione, a scrivere un testo ambientato in un luogo significativo per la cultura o la Storia europee.
Ci trovammo all’Hôtel de la Marine a discutere insieme di letteratura europea. Putin aveva appena invaso l’Ucraina e da un lato il tema mi sembrava d’improvviso irrilevante, dall’altro, proprio a causa di quell’evento, mi sembrava necessario. Che cos’era l…
In un tempo in cui l’Europa sembra attraversata da una crisi che forse è strutturale, ha senso domandarsi se esista una letteratura europea?
L’anno scorso, nei primi giorni di marzo, incontrai a Parigi un folto gruppo di scrittori che, come me, avevano partecipato a Le Grand Tour. Autoportrait de l’Europe par ses écrivains, un’antologia ideata e curata dallo scrittore Olivier Guez. In vista del semestre di presidenza francese, Guez invitò 27 autori (tra cui Aramburu, Toibin, de Kerangal…), ciascuno in rappresentanza di uno Stato dell’Unione, a scrivere un testo ambientato in un luogo significativo per la cultura o la Storia europee.
Ci trovammo all’Hôtel de la Marine a discutere insieme di letteratura europea. Putin aveva appena invaso l’Ucraina e da un lato il tema mi sembrava d’improvviso irrilevante, dall’altro, proprio a causa di quell’evento, mi sembrava necessario. Che cos’era la letteratura europea? Che cos’era l’Europa?
La guerra appena scoppiata me ne ricordava un’altra, quella dei Balcani, che dell’idea di Europa unita aveva rivelato la fragilità, il fallimento, o l’ipocrisia. Stavo scrivendo la quarta parte del mio ultimo romanzo, Mi limitavo ad amare te, e mi tornava in mente l’appello che Alexander Langer aveva rivolto, assieme ad altri europarlamentari, ai capi di Stato e governo riuniti a Cannes nel ’95: «L’Europa muore o rinasce a Sarajevo». A volte i media italiani, riferendosi a quello in Ucraina, parlavano del primo conflitto in Europa dopo il ’45, dimenticando i campi di concentramento, gli stupri di massa, la pulizia etnica e i genocidi perpetrati al di là dell’Adriatico. Forse gli stati dell’Unione, che negli anni ’90 era appena nata, non avevano considerato la Jugoslavia come un pezzo dell’Europa. E adesso consideravano Europa l’Ucraina solo perché la contrapposizione con la Russia ricalcava una contrapposizione fra i valori democratici dell’Occidente e quelli autoritari dell’Oriente.
Ci ripenso oggi, che in Ucraina si continua a combattere; del resto, le letterature europee hanno narrato moltissimo la guerra e, a leggere l’antologia, l’Europa appare un posto pieno di cicatrici: in passato oltraggiata dai totalitarismi, dallo sterminio degli ebrei, colpevole di schiavitù e colonialismo, e oggi colpevole della tragedia dei migranti, che non ha saputo affrontare in modo coerente e unitario. Ci ripenso anche perché l’Italia è il Paese ospite del Salone del libro di Parigi che apre il 21 aprile, quindi una volta di più vale la pena ragionare attraverso la letteratura sulla nostra identità europea.
Se è vero che esiste una storia millenaria della letteratura europea, la cui origine sono la cultura greca e romana e la Bibbia, è anche vero che la specificità della cultura europea consiste proprio nella pluralità di culture, oltre che di lingue, che la compongono. Queste differenze rappresentano la fisiologica debolezza dell’Europa, e implicano una costante potenziale minaccia per l’Europa stessa, ma ne sono anche la ricchezza. Quella d’Europa è una storia di incroci di popoli, perciò la sua letteratura è un «ecosistema», come lo chiama Franco Moretti. Non può che essere una mescolanza difficilmente incasellabile a priori, anche perché la letteratura sfugge a ogni incasellamento e travalica i confini geografici o politici con cui circoscriviamo la realtà. Esattamente come li travalicano le persone.
Il miracolo della letteratura è trasformare in universale il particolare. Il nazionale e persino il provinciale possono diventare internazionali (pensiamo al successo mondiale della tetralogia di Elena Ferrante) se aspirano a parlare alla e dell’intera umanità. In fondo l’idea di un’identità unitaria anziché dialettica è appannaggio dei totalitarismi, non delle democrazie. In Pensare l’Europa Edgar Morin scrisse che la verità della democrazia è di non avere nessuna verità. È quanto penso della letteratura, che sempre si pone domande destinate a restare inevase, eppure è questa l’unica maniera in cui può cercare di raggiungere una verità, sebbene consapevole che tale ricerca è vana.
Non credo che per essere reputato “europeo” un romanzo debba essere necessariamente transnazionale. Lo scopo della letteratura è raccontare «l’eterno e immutabile» di cui parla Baudelaire ne Il pittore della vita moderna. Per quanto mi riguarda, il punto di partenza della mia scrittura è sempre una precisa condizione umana. La possibilità di scivolare nella colpa senza sceglierlo, anzi proprio perché si è vittime, come accadde alle assaggiatrici di Hitler. Lo strappo come dimensione ineludibile dell’”inconveniente di essere nati”, che sperimentano i protagonisti del mio ultimo romanzo, e chiunque venga al mondo. Malgrado non fosse questa l’intenzione, i miei ultimi due romanzi potrebbero essere chiamati transnazionali, perché scritti da un’italiana che, in un caso, si proietta dentro la mente e il corpo di una tedesca berlinese cooptata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale (l’avvenimento storico che ha determinato la distruzione dell’Europa, ma anche la sua successiva rinascita su altri fondamenti), e nell’altro caso si proietta dentro la mente e il corpo di tre ragazzini di Sarajevo, che nel ’92 arrivano in Italia per salvarsi dalle bombe; tre profughi, tre creature sole che hanno perso tutto: il nido, la lingua, le madri.
Non so se ad accomunare le letterature europee sia il senso del tragico, l’esilio, o la contraddizione come presupposto inevitabile, conseguenza di un’identità molteplice e metamorfica. Probabilmente il fatto che sono una scrittrice europea è rivelato proprio dalla mia ossessione per le guerre che hanno lacerato il nostro continente. O è soltanto che la guerra è l’evidenza innegabile dell’ingiustizia della vita, dell’ineluttabilità del male, del fatto che possiamo uccidere perché la morte esiste, infliggere dolore perché i nostri corpi sono vulnerabili, ed è innanzitutto questa vulnerabilità a definirci umani. Contrapposta alla violenza cieca della guerra, la letteratura rivendica l’unicità irripetibile di ogni esistenza umana, e forse è anche per questo che io scrivo.