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Verso il 25 aprile. Paola Del Din: chiamatemi patriota, la libertà è di tutti

Paola Del Din fra i compagni della missione Bigelow poco prima di partire per il Friuli (9 aprile 1945) 

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Paola Del Din, partigiana e unica donna paracadutista nel Nordest per la Special Force britannica, a quasi cento anni si racconta “A chi vuole rivalutare Mussolini dico solo: studiate la storia”
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UDINE - A casa Del Din, tra gli arredi di legno scuro, il tempo sembra sospeso. Paola ha quasi cent'anni, un portamento altero e una parlantina che scivola via come un fruscio leggero. Quando ha visto la luce, nell'agosto del 1923, era appena arrivato al potere il cavalier Benito Mussolini, la memoria della Grande Guerra ancora molto viva in famiglia.  E perfino oggi, intorno al tavolo da pranzo, la storia grande e terribile continua a prendere corpo  attraverso gli oggetti quotidiani. Il fermacarte di ferro è un pezzo del paracadute con cui Paola si lanciò nell'autunno del 1944, nell'Italia occupata dai tedeschi. Alta, slanciata, abile nell'atletica e nella scherma, è stata l'unica donna paracadutista impegnata in una missione della Special Force britannica nel Nordest sconvolto dalla guerra.  "Ma chi l'ha detto che sono stata l'unica? Non mi piace far confronti",  liquida lei, con la mitezza indomita …

UDINE - A casa Del Din, tra gli arredi di legno scuro, il tempo sembra sospeso. Paola ha quasi cent'anni, un portamento altero e una parlantina che scivola via come un fruscio leggero. Quando ha visto la luce, nell'agosto del 1923, era appena arrivato al potere il cavalier Benito Mussolini, la memoria della Grande Guerra ancora molto viva in famiglia.  E perfino oggi, intorno al tavolo da pranzo, la storia grande e terribile continua a prendere corpo  attraverso gli oggetti quotidiani. Il fermacarte di ferro è un pezzo del paracadute con cui Paola si lanciò nell'autunno del 1944, nell'Italia occupata dai tedeschi. Alta, slanciata, abile nell'atletica e nella scherma, è stata l'unica donna paracadutista impegnata in una missione della Special Force britannica nel Nordest sconvolto dalla guerra.  "Ma chi l'ha detto che sono stata l'unica? Non mi piace far confronti",  liquida lei, con la mitezza indomita delle donne d'acciaio.

Paola Del Din alle Tre Cime di Lavaredo nel dopoguerra  

 Il suo biografo Alessandro Carlini l'ha paragonata a Violette Szabo, affascinante agente del Soa durante la seconda guerra mondiale: entrambe hanno combattuto per riscattare un uomo amato ucciso dai nazisti e dai fascisti. Ma ora Paola Del Din ha perduto l'aura misteriosa di Virginia McKenna (interprete di Violette in Scuola di spie)  per somigliare a quelle soavi vecchiette di Agatha Christie capaci delle azioni più imprevedibili. "Pensavo di avere una ragazza e invece ho un diavolo", le diceva la mamma chiosando le sue imprese nei cieli. Nome in codice: Renata è il libro della Utet che ne ripercorre la storia romanzesca di agente segreta, tra colpi di scena  e documenti inediti trovati negli archivi inglesi. I capelli candidi perfettamente raccolti, Paola non perde mai il filo del discorso,  abituata a trovare l'orientamento perfino nella notte più fonda del Novecento.

Paola Del Din in divisa britannica col padre Prospero a Roma nel 1945 

 "Dall'alto del mio secolo, come vedo la mia vita nella Resistenza? Per un lunghissimo periodo ho cercato di cancellarla. Troppo dolore, troppi patemi e difficoltà, al rientro a casa volevo solo normalità, studio e lavoro. I morti erano stati tanti, non solo mio fratello Renato ma una folla di volti amici che non ho visto più. Tutti scomparsi. Di mio fratello ucciso dai fascisti durante l'assalto alla caserma repubblichina di Tolmezzo,  non ci vollero dire subito. Lo dovetti comunicare io alla mamma, e più tardi anche al papà al suo ritorno dalla prigionia in India. Ricordo gli occhi straziati di mia madre, anche perché presto anche io avrei preso la strada di Renato. "Se non piangi mi porti fortuna", le dissi. E lei non pianse. E mi accompagnò da Udine fino a Padova, attraverso i posti di blocco dei camion tedeschi. Aveva imparato a passare inosservata negli anni della Grande Guerra.

"Perché ho deciso di fare la Resistenza? Tutto è cominciato a casa mia, dove si era costituito uno dei primissimi nuclei di combattenti. Sulla scrivania mio fratello e i suoi amici costruivano gli ordigni per gli attentati contro i tedeschi e i repubblichini.  Nella grande tragedia italiana, non potevamo stare a guardare. Dopo l'8 settembre ci svegliammo un giorno con le SS alla stazione di Udine e cominciammo a chiederci: cosa possiamo fare? "Accompagna il tale in bicicletta, porta i messaggi senza farti accorgere", mi ordinava Renato. Avevo vent'anni anni e correvo come un fulmine.  Mio fratello  era un ufficiale degli alpini e comprese immediatamente cosa fare. Bisognava liberare l'Italia dagli invasori. Ed occorreva liberare parole come patria dalla patina nera imposta dal fascismo.

 "Noi della Brigata Osoppo eravamo dei patrioti. Conoscevo bene il comandante Francesco De Gregori, sì lo zio omonimo del cantautore, ucciso dai comunisti nel febbraio del 1945. Lui si era rivolto al Comitato di Liberazione Nazionale perché non voleva certo associarsi alle bande dei partigiani titini, ma non ebbe mai risposta. Scriveva, scriveva, il povero Bolla, ma nessuno gli badava. I Garibaldini lo fecero secco nella malghe di Porzus, lui e altri venti osovani. Io allora non ero più in Friuli, ma non ho mai dimenticato quella barbarie.

 "Dopo la morte di mio fratello, il 25 aprile del 1944, decisi di continuarne l'opera. Così accettai di entrare nei servizi segreti britannici scegliendo "Renata" come nome di battaglia: Renata come Renato.  Venni contattata dal maggiore Manfred Beckett Czernin,  mi disse che dovevo attraversare la penisola per arrivare oltre le linee nemiche, nascosti nel grembo i documenti segreti con il progetto dello sbarco nell'Alto Adriatico messo a punto da Churchill. Certo che rischiavo, e anche tanto: tortura e fucilazione. Ma io non avevo paura, non sapevo proprio cosa fosse: ero cresciuta in una famiglia di militari dove la stessa parola era bandita. Arrivai con la mamma fino a Padova, poi la direttrice di un istituto di suore mi procurò un'automobile con autista per arrivare fino a Bologna. Sardo e fascistissimo, il conducente mi diceva tante di quelle stupidaggini su Mussolini ma io non protestavo per evitare di dare nell'occhio. Poi sopra un'ambulanza militare tedesca riuscii a raggiungere Firenze, da qui Roma grazie agli stessi alleati. Nella capitale avrei dovuto consegnare i documenti a un certo maggiore Biondo, invece mi trovai davanti un tenente arrogante, insopportabile, che mi minacciò di sbattermi in galera se non avessi dato a lui le carte. Un vero maleducato.

 Il fratello Renato Del Din nel luglio 1943 

 "Se ho subìto molti pregiudizi?  Ricordo il mio primo lancio con il paracadute, in ordine ero la penultima,  ma il capitano  dietro di  me  insisteva per passarmi davanti con la scusa che certamente avrei fatto delle lagne. Non fece in tempo a ripetere "scusi, signorina" che gli sbarrai la strada per poi  gettarmi nel vuoto senza esitazione: figuriamoci, ero abituata a difendere il mio posto nelle estenuanti code per il cibo. Un altro ricordo è legato agli ultimi giorni della guerra, quando chiesi un'arma al vicecomandante Piemonte, Brigata Rosselli. Sapevo sparare, con un padre ufficiale degli alpini e un fratello in divisa era naturale la dimestichezza con i bossoli. Ma Piemonte mi liquidò: non è roba per te, ovvero non è roba per donne.

 "Non sono mai stata femminista e non faccio differenza tra uomini e donne. Ho fatto quello che dovevo, senza alcuna rivendicazione ideologica.  Quando ricevetti la medaglia d'oro al valor militare fu elogiato il mio "coraggio virile". Se mi fa sorridere l'aggettivo? Ma no, lo interpreto nell'accezione latina di eroico: il vir è l'uomo ed è anche l'eroe. Mi hanno riconosciuto l'indole coraggiosa, anche se io non mi sento affatto come Anita Garibaldi.  Credo di aver fatto il giusto, questo sì. A cosa pensavo durante le mie missioni pericolose col paracadute? Quando mi lanciai l'ultima volta, pensavo alla polenta, sì alla prima pietanza che avrei cucinato una volta messo piede a casa, dopo nove mesi di vita randagia.

 "Perché preferisco essere chiamata patriota, non partigiana? Perché io ho combattuto per tutti, non per una parte sola. Scusi, la pensa diversamente da me? Ma io l'ho fatto anche per lei. E ho combattuto anche per liberare gli italiani fascisti, pensi un po', ho rischiato la vita pure per loro. 

"Oggi sento dire che, a parte qualche errore, Mussolini è stato un grande politico. Ma si può dire di un uomo che ha mandato i suoi uomini a morire in quella maniera? Eppure io ricordo le piazze osannanti del 10 giugno del 1940, il giorno della dichiarazione di guerra: quanta superficialità tra gli italiani. Lei mi chiede cosa è stato il fascismo: un regime che ha soppresso la libertà, pezzetto dopo pezzetto.  Ha presente gli strati di una cipolla? Togli qui, togli là, non è rimasto niente: solo la dittatura, con un Parlamento snaturato. Ora c'è chi ripropone i discorsi più famosi di Mussolini, come quel manager che si è poi dimesso. A me sembrano  colossali sciocchezze dette da chi non conosce la storia. Studiate, cretini. Qualche volta mi viene da dire sulla tomba di Renato: sei morto così presto per chi? Per un paese che ha perso la bussola? Cosa siamo diventati noi italiani? Poi mi torna il buon umore e ricomincerei tutto daccapo. Sono orgogliosa della mia guerra da patriota, e di tutto quello che ho costruito nella vita, famiglia, figli, nipoti e bisnipoti, anche per loro mi sforzo di guardare sempre avanti, anche se il passato è sempre con me, non mi lascia mai".  

 

Il libro - Nome in codice: Renata di Alessandro Carlini (Utet, pagg. 230, euro 17,50)