"Enea è stato qui": in Puglia individuato il santuario di Atena citato da Virgilio. Con la colossale statua della dea
dalla nostra inviata Lara Crinò , dalla nostra inviata Lara CrinòCASTRO (Lecce). La cosa più strabiliante, forse più commovente, sono i riccioli biondi. Due corpose ciocche di capelli chiari appoggiate sulle spalle, che lasciano immaginare la dea glaucopide, dai lucenti occhi azzurri come la definisce già Omero, che guarda dritta davanti a sé, verso il mare del canale d'Otranto. Non è difficile immaginarla così se, nella sala del museo archeologico di Castro in cui è ora esposta dopo il restauro, si alza lo sguardo a raggiungere la sommità della colossale Atena, la più grande statua greca che si sia conservata in Magna Grecia e in Sicilia, e la più antica realizzata in pietra leccese.
Le manca il capo, che non è stato ritrovato, ma le delicate tracce di pittura policroma sul corpo e sulla capigliatura sono straordinariamente evocative: del mito e della storia, che nella vicenda della sua scoperta si mescolano continuamente, e ancora di migrazioni ed esili, mescolament…
CASTRO (Lecce). La cosa più strabiliante, forse più commovente, sono i riccioli biondi. Due corpose ciocche di capelli chiari appoggiate sulle spalle, che lasciano immaginare la dea glaucopide, dai lucenti occhi azzurri come la definisce già Omero, che guarda dritta davanti a sé, verso il mare del canale d'Otranto. Non è difficile immaginarla così se, nella sala del museo archeologico di Castro in cui è ora esposta dopo il restauro, si alza lo sguardo a raggiungere la sommità della colossale Atena, la più grande statua greca che si sia conservata in Magna Grecia e in Sicilia, e la più antica realizzata in pietra leccese.
Le manca il capo, che non è stato ritrovato, ma le delicate tracce di pittura policroma sul corpo e sulla capigliatura sono straordinariamente evocative: del mito e della storia, che nella vicenda della sua scoperta si mescolano continuamente, e ancora di migrazioni ed esili, mescolamenti di genti e di culti, guerre e pace, splendori e decadenza, insomma della nostra antica identità mediterranea.
A sovrintendere a tutto, come sempre, è il Fato: nei primi anni Duemila a Castro, piccola località marittima del Salento, iniziano i lavori per la nuova rete fognaria. Nei pressi della cattedrale, a pochi metri dal Castello aragonese, spuntano i blocchi di un'antica fortificazione. La Soprintendenza affida l'esplorazione all'archeologo Francesco D'Andria, professore emerito dell'università del Salento, già ordinario di archeologia greca e romana e accademico dei Lincei.
Sarà lui, negli scavi dell'area, a identificare il luogo come l'Athenaion, il santuario di Atena citato nel libro III dell'Eneide di Virgilio, e a ritrovare, tra il 2015 e il 2016, le parti della statua di Atena oggi ricomposta nel museo di Castro di cui è direttore. "Enea non è storicamente esistito" spiega il professor D'Andria, ma il mito fondativo di Roma narrato da Virgilio affonda le radici nella storia, così come nella topografia del sud e del centro Italia. Affacciato al belvedere di Castro, da cui si osservano i resti dell'antico tempio, l'archeologo cita Virgilio e spiega: "Nell'Eneide si racconta degli esuli troiani che, dopo aver attraversato il Mediterraneo, pensano di essere arrivati alla terra promessa, ossia l'Italia. Enea e i suoi compagni, profughi da Troia distrutta, secondo la profezia devono tornare alle loro origini".
Troia si trova in una regione dell'Asia Minore che veniva chiamata Dardania, perché fondata da Dardano, che veniva dal Lazio. Una volta che Troia non c'è più, il destino vuole che i troiani tornino in Italia, e il Salento è il loro primo approdo. Le loro navi vengono da Butrinto, sulla costa albanese, ne costeggiano i monti finché, a metà della notte, il nocchiero Palinuro li esorta a partire. Iniziano così la traversata dello stretto di Otranto.
Navigano verso Occidente quando arriva l'Aurora: Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis, scrive Virgilio. "Per indicare la bassa costa del Salento" continua l'archeologo "il poeta usa l'espressione humilemque videmus Italiam e cita il tempio di Minerva sulla collina scrivendo: templumque apparet in arce Minervae. Dante riprende l'espressione dell'umile Italia nel Canto I dell'Inferno, dandole un significato diverso, e Pasolini la usa nelle Ceneri di Gramsci. Quando arrivai nel Salento, decenni fa, l'eco della lettura di Virgilio mi commosse, così come la citazione dell'Italia, evocata tre volte dagli esuli".
Se i commentatori di Virgilio, tra cui Varrone, scrissero che il tempio si trovava nel sito chiamato Castrum Minervae, l'antico nome di Castro, e se Strabone, geografo massimo dell'epoca di Augusto, parla del promontorio iapigio su cui si trovava un celebre Athenaion, nei secoli successivi gli umanisti salentini dibatterono sulla sua collocazione. Secondo la tradizione cristiana, poi, fu l'apostolo Pietro, proveniente dalla Palestina, a distruggere a Leuca il tempio di Atena; al suo posto sarebbe sorto il Santuario di Santa Maria de finibus terrae.
Dell'Athenaion di Castro si perse dunque memoria, fino a quando le tecniche e le evidenze archeologiche non hanno permesso di ricostruirne la storia. "Quando iniziammo a scavare a Castro, oltre vent'anni fa" racconta ancora D'Andria "scoprimmo una stratificazione di ceneri, con ossa di animali combusti e migliaia di coppette monoansate: usate per le libagioni, restavano sul posto perché consacrate. Tutto indicava un fenomeno di culto, e mi chiesi se si trattasse di Atena, la dea per eccellenza - insieme ad Era - di questi promontori".
Dea della metis, la sottigliezza, l'intelligenza pratica che serve ad Odisseo, poi ad Enea, per navigare i mari tempestosi della vita, Atena a Castro si è fatta ritrovare. Con la statua colossale, rinvenuta a pezzi tra il 2015 e il 2016, e oggi restaurata (da Mario Catania e grazie alla Fondazione Banca Popolare Pugliese), ma anche con un piccolo bronzetto coevo, in cui la dea è nella stessa postura della statua e porta il copricapo frigio. La dea di Castro non è infatti un'Atena attica ma troiana, a riprova dei continui scambi di merci, persone, credenze tra le sponde del Mediterraneo fino all'Asia minore. Testimonia un culto che univa greci e messapi, l'antica popolazione del Salento, poco frequentata dall'archeologia fino a qualche decennio fa.
"Per tutto il Novecento, agli archeologi non interessavano del Salento che le antiche iscrizioni messapiche, perché la lingua dei messapi, benché indoeuropea, era di ceppo illirico, ossia balcanico. Non c'era un'idea del contesto, che invece ora possiamo ricostruire" puntualizza D'Andria mentre ci accompagna nelle sale del museo di Castro, all'interno del Castello Aragonese, alla scoperta delle meraviglie che terra e mare continuano a restituire. Gli artisti tarantini che nel IV secolo a. C. scolpirono la statua di Atena realizzarono con la stessa pietra leccese le lastre che dovevano costituire il recinto intorno all'altare principale, all'aperto, in cui si bruciavano le offerte: vi sono raffigurati girali "abitati" di foglie, fiori, spighe, in cui si inseguono leprotti, aquile, colombe, figure umane, in una prefigurazione dello stile del barocco leccese.
Per secoli, i pellegrini si recarono all'Athenaion, dal mare e dalle città dell'antica Messapia, per fare sacrifici e a lasciare offerte. E fu la ricchezza del tempio a segnare la sua fine: sappiamo infatti dallo storico Tito Livio che nel 214 a.C. i soldati di Annibale, attestati nella Daunia, nella zona di Foggia, fecero incursioni nel territorio salentino e saccheggiarono i templi e i loro tesori. La statua di Atena fu probabilmente distrutta allora, e poi seppellita ritualmente dai romani in tempi successivi. Altre sante e madonne presero il suo posto. Ma mentre a Roma, la mostra Il viaggio di Enea. Da Troia a Roma presso il Tempio di Romolo al Foro Romano ripercorre fino a luglio le tracce del viaggio dell'eroe, da qualche settimana la divinità bionda è tornata a vegliare sul suo promontorio. E sul destino dell'umanità in viaggio.