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“Cara mamma, alto il morale”. Storia di Franco, 13 anni, il più giovane partigiano d’Italia

Franco Cesana 
La storia di Franco Cesana, cui post mortem fu attribuito per il suo valore il grado di  sottotenente e la medaglia di bronzo alla memoria, è una delle tante vicende raccolte nel sito dedicato ai Resistenti ebrei d’Italia
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“Non ti devi impensierirti per me che sto da re. La salute è ottima; solo un po’ precario il dormire. Per chiarire un increscioso incidente, ti avverto che non ho detto quella cosa che mi hai fatto giurare. Così, chiudo questa mia, raccomandandoti alto il morale, che ormai abbiamo finito. Affettuosamente ti bacia e ti pensa il tuo tesoro”

Così, il 7 giugno 1944, Franco Cesana scriveva a sua madre, Ada Basevi, dalla clandestinità. Ebreo, mantovano d’origine, cresciuto a Bologna, Franco sembrava più grande della sua età. Così, dopo che il fratello maggiore Lelio, agli inizi del 1944, si arruolò con i partigiani nella formazione Scarabelli, attiva in provincia di Modena, anche lui decise di unirsi alla lotta clandestina contro i nazifascisti. Fuggì di casa, raggiunse i partigiani dichiarando di avere 16 anni e fu arruolato come staffetta portaordini con il nome di battaglia di “Balilla”. M…

“Non ti devi impensierirti per me che sto da re. La salute è ottima; solo un po’ precario il dormire. Per chiarire un increscioso incidente, ti avverto che non ho detto quella cosa che mi hai fatto giurare. Così, chiudo questa mia, raccomandandoti alto il morale, che ormai abbiamo finito. Affettuosamente ti bacia e ti pensa il tuo tesoro”

Così, il 7 giugno 1944, Franco Cesana scriveva a sua madre, Ada Basevi, dalla clandestinità. Ebreo, mantovano d’origine, cresciuto a Bologna, Franco sembrava più grande della sua età. Così, dopo che il fratello maggiore Lelio, agli inizi del 1944, si arruolò con i partigiani nella formazione Scarabelli, attiva in provincia di Modena, anche lui decise di unirsi alla lotta clandestina contro i nazifascisti. Fuggì di casa, raggiunse i partigiani dichiarando di avere 16 anni e fu arruolato come staffetta portaordini con il nome di battaglia di “Balilla”. Morì in uno scontro a fuoco con i tedeschi, insieme ad altri quattro compagni, il 15 settembre dello stesso anno.


La storia di Franco Cesana, cui post mortem fu attribuito per il suo valore il grado di  sottotenente e la medaglia di bronzo alla memoria, è una delle tante vicende raccolte nel sito dedicato ai Resistenti ebrei d’Italia, il progetto in corso del CDEC (Fondazione Centro di Documentazione Ebraica contemporanea) per recuperare la memoria di quegli uomini e donne ebrei che vollero dare il loro contributo alla lotta partigiana durante il biennio 1943-1945, pur nell’estremo pericolo in cui si trovavano in quanto perseguitati dal regime fascista e poi dagli occupanti nazisti.


Una ricerca, spiega la storica Liliana Picciotto che ne è responsabile, che si è sviluppata dividendo il territorio italiano in regioni. Dopo il sud e centro Italia, le ultime due zone indagate dal progetto sono Liguria ed Emilia Romagna. “La lotta partigiana, lo sappiamo, fu più attiva nelle zone di montagna” spiega dando le coordinate topologiche di quel che accadde durante la Resistenza “perché essendo una lotta di guerriglia era più facile nascondersi in zone boschive e montane. Anche il Liguria e in Emilia le formazioni partigiane si attestarono sulle montagne”.

Le figure di resistenti ebrei che emergono dalla ricerca (tutti i profili, insieme a cinque nuovi podcast a cura di Lorenzo Pavolini, si trovano sul sito) hanno profili molto diversi. Oltre a Cesana, altre storie emergono dagli archivi. Come quella del bolognese Mario Finzi, giovane pianista di grande talento, avvocato, militante di Giustizia e Libertà, collaboratore dell’ente di soccorso in favore degli ebrei profughi dalla Germania nazista e dai territori occupati, il Delasem (Delegazione Assistenza Emigranti). Aiuta i profughi, aiuta i partigiani in clandestinità, fino a quando, in seguito a una delazione, fu arrestato, condotto prima al carcere di San Giovanni in Monte, poi al campo di Fossoli e di là ad Auschwitz, dove morirà, fiaccato dalla malattia e dagli stenti, poco dopo la liberazione del lager.

“Le storie dei resistenti sono molto diverse una dall’altra: colpisce la determinazione a partecipare alla lotta clandestina di chi era particolarmente esposto in quanto ebreo e perseguitato. E un’altra cosa credo vada sottolineata: se scorriamo le storie dei resistenti, scopriamo che la maggior parte di loro fu catturato in seguito alla delazione. Il peso della delazione, fu enorme”. Un altro fattore spesso trascurato nella narrazione degli “italiani brava gente” che periodicamente si riaffaccia quando ci si occupa degli anni del regime fascista, della sciagurata avventura coloniale italiana e del collaborazionismo con le truppe d’occupazione, come ha ben raccontato Simon Levi Sullam nel saggio di qualche anno fa I carnefici italiani (Feltrinelli).