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La rinascita laica della politica e la lezioni di Machiavelli

Niccolò Machiavelli 
Il fiorentino fu il primo a trovare nelle istituzioni repubblicane la soluzione moderna ai conflitti sociali. Come spiega il filosofo in Vitam instituere, il suo nuovo saggio, di cui pubblichiamo un estratto
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Ad aprire la riflessione moderna sulle istituzioni è Machiavelli – egli stesso talmente uomo delle istituzioni da soffrirne la mancanza quando resta fuori dal governo di Firenze. Non appare irrilevante la forte presenza, nella sua formazione culturale, dell’esperienza romana. Ma decisivo è il passaggio, che egli compie, dal diritto alla politica. Quella connessione tra istituzione e vita, impensabile nel diritto romano, è consentita a Machiavelli dal suo nuovo oggetto di analisi – non più gli algidi rapporti giuridici tra privati, ma la trama collettiva di una vicenda politica innervata nell’esistenza effettiva degli uomini. E infatti “vita libera”, “civile”, “politica” sono i nuovi termini con cui Machiavelli affronta la questione, fino allora irrisolta, dell’institutio vitae.

Ma perché tale risultato sia possibile, è necessario superare i due ostacoli concettuali che ne aveva…

Ad aprire la riflessione moderna sulle istituzioni è Machiavelli – egli stesso talmente uomo delle istituzioni da soffrirne la mancanza quando resta fuori dal governo di Firenze. Non appare irrilevante la forte presenza, nella sua formazione culturale, dell’esperienza romana. Ma decisivo è il passaggio, che egli compie, dal diritto alla politica. Quella connessione tra istituzione e vita, impensabile nel diritto romano, è consentita a Machiavelli dal suo nuovo oggetto di analisi – non più gli algidi rapporti giuridici tra privati, ma la trama collettiva di una vicenda politica innervata nell’esistenza effettiva degli uomini. E infatti “vita libera”, “civile”, “politica” sono i nuovi termini con cui Machiavelli affronta la questione, fino allora irrisolta, dell’institutio vitae.

Ma perché tale risultato sia possibile, è necessario superare i due ostacoli concettuali che ne avevano precluso la strada ai giuristi romani – la rottura verticale tra natura e storia e l’impensabilità di una soggettività politica.
Quanto al primo punto va detto che, se Machiavelli storicizza la natura umana, immettendola nella dinamica delle contingenze e delle mutazioni, non perde di vista gli attriti che tale incrocio determina. Al contrario li enfatizza in una concezione drammatica del destino degli uomini, insidiato non solo dallo scontro reciproco per il potere, ma anche dall’incombenza implacabile della natura. Nell’orizzonte di Machiavelli, pure intriso di desiderio vitale, la morte non è meno presente della vita. Rispetto alla libertà – insieme alla brama di potere, la molla più potente dell’agire politico – la natura sta dalla parte della necessità, come qualcosa con cui bisogna, prima o dopo, fare i conti.


Come sosterranno, a cinque secoli di distanza, gli istituzionalisti novecenteschi, la necessità è una delle fonti ineliminabili della legge. Ma, al contempo, può essere produttiva di libertà allorché stimola il soggetto politico a superare le difficoltà oggettive con un sovrappiù di energia creativa. A patto, però, che intorno a lui le istituzioni restino salde, modificandosi secondo le circostanze. Da qui il rilievo che esse assumono nel pensiero di Machiavelli – appunto orientato in direzione istituente.
L’espressione va assunta nella pienezza del suo significato. Machiavelli apre il pensiero istituente non solo perché lavora tutta la vita tra e per le istituzioni di Firenze, alla cui riforma costituzionale dedica i suoi ultimi testi. Ma anche perché sostiene, già a partire dal Principe, e in senso diverso anche nei Discorsi, il primato dell’istituente sull’istituito. Le istituzioni si conservano se e fin quando non perdono il rapporto con la propria fonte – vale a dire con il potere costituente. Ciò chiama direttamente in causa l’altro, decisivo, elemento della teoria machiavelliana delle istituzioni. Che è il suo rapporto con il conflitto politico. Contro l’intera filosofia politica, precedente e successiva, Machiavelli rompe l’opposizione tradizionale tra ordine e conflitto, ponendo l’uno alla base dell’altro. Non per nulla, per tornare a Roma, la più innovativa istituzione romana da lui analizzata, il tribunato della plebe, nasce dal conflitto e ne genera a sua volta di altri. Anche aldilà della posizione repubblicana di Machiavelli, quello che ne fa il primo pensatore istituente è l’identificazione del conflitto politico come lo spazio in movimento tra istituzione e vita.


Ancora oggi la bipolarità tra ordine e conflitto rappresenta il nodo su cui più di ogni altro si misura l’attualità di un pensiero istituente all’altezza dei tempi. Considerata a lungo un apparato neutralizzante, l’istituzione non solo non esclude la dinamica conflittuale, ma ne costituisce allo stesso tempo il luogo e l’oggetto. Gli uomini confliggono nelle e per le istituzioni – esse stesse potenzialmente in conflitto tra loro. Mai come nel nostro tempo la dinamica istituente diventa il cuore della prassi politica. Il cui ruolo è precisamente quello di istituire la società, rivelandole il suo carattere originariamente conflittuale e così fornendole il potenziale innovativo di cui ha bisogno per riconoscersi e trasformarsi. Da questo lato il principio sfuggente del vitam instituere ritrova il suo senso di cui né la tradizione classica né quella moderna potevano venire a capo. Si tratta, probabilmente, dell’unica via per lasciarsi alle spalle ogni tipo di teologia politica, ogni principio tradizionale. La necessità dell’istituzione, all’incrocio di ordine e conflitto, nasce non da un disegno prefissato, ma, al contrario, dall’assenza di fondamento della società moderna. Affidati solo a se stessi, gli esseri umani non hanno altre risorse, per affrontare le sfide cui sono esposti, che l’energia inesauribile della loro prassi istituente.

Il libro

Vitam instituere.Genealogia dell’istituzione di Roberto Esposito (Einaudi, pagg. 168, euro 20)