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25 aprile: il senso di una festa figlia della libertà

L'entrata dei partigiani a Milano, il 25 aprile 1945 
Chi furono i protagonisti della Liberazione? Uomini e donne che credevano in un'Italia democratica. Riflessioni e storie per comprendere il valore della memoria
18 minuti di lettura

di Umberto Gentiloni

Il 25 aprile viene schiacciato su funzioni improprie, ripetute e sovrapposte nei decenni che abbiamo alle spalle. Un termometro del rapporto tra le istituzioni e il passato della Repubblica: critiche, prese di distanza, deposizioni ufficiali, feste, cortei celebrativi o gite fuori porta. Un pendolo oscillante tra estremi incompatibili: data simbolo, festa della liberazione, momento unificante dopo la guerra e il ventennio fascista; o al contrario giornata contesa tra vincitori e vinti, scelta partigiana limitante, confine arbitrario imposto a chi ha perso la guerra civile. A cinquant'anni dalla primavera del 1945 Pietro Scoppola si domandava, in un libretto prezioso che meriterebbe di tornare in circolazione per essere letto e studiato ben al di là dei confini dei corsi universitari (25 aprile. Liberazione, Einaudi 1995): "Ha un senso, e quale senso, celebrare ancora il 25 aprile, anniversario della liberazione? Da cinquant'anni il 25 aprile &…

di Umberto Gentiloni

Il 25 aprile viene schiacciato su funzioni improprie, ripetute e sovrapposte nei decenni che abbiamo alle spalle. Un termometro del rapporto tra le istituzioni e il passato della Repubblica: critiche, prese di distanza, deposizioni ufficiali, feste, cortei celebrativi o gite fuori porta. Un pendolo oscillante tra estremi incompatibili: data simbolo, festa della liberazione, momento unificante dopo la guerra e il ventennio fascista; o al contrario giornata contesa tra vincitori e vinti, scelta partigiana limitante, confine arbitrario imposto a chi ha perso la guerra civile. A cinquant'anni dalla primavera del 1945 Pietro Scoppola si domandava, in un libretto prezioso che meriterebbe di tornare in circolazione per essere letto e studiato ben al di là dei confini dei corsi universitari (25 aprile. Liberazione, Einaudi 1995): "Ha un senso, e quale senso, celebrare ancora il 25 aprile, anniversario della liberazione? Da cinquant'anni il 25 aprile è festa, la festa della liberazione: è vacanza nelle scuole; si fanno cerimonie e discorsi ufficiali; gli italiani vanno a spasso o in gita fuori città; la primavera contribuisce a dare alla ricorrenza un sapore di evasione e di svago. Ma quello che la data evoca è un evento grande e terribile; il punto di arrivo di una vicenda sanguinosa".  La domanda dello  storico ha percorso i quasi trent'anni che ci separano da quelle riflessioni. "Questa data rappresenta dunque qualcosa di decisivo per la storia del paese: punto di arrivo di una vicenda drammatica, punto di partenza della ricostruzione della democrazia italiana". Un significato composito racchiuso in una scelta. Ma cosa è rimasto sottotraccia? Perché continuare a dividersi? Come è possibile che da uomini di Stato e di governo arrivino messaggi di segno opposto, tra antiche nostalgie e nuove aspirazioni egemoniche?  

I partigiani festeggiano la liberazione a Venezia, 28 aprile 1945 

Due opposte chiavi di lettura hanno monopolizzato il confronto sulla liberazione dal nazifascismo: una autonoma e autosufficiente con al centro la Resistenza e i suoi successi militari prova della partecipazione italiana alla fase decisiva della guerra, l'altra segnata dall'immagine di un paese in balia di eserciti stranieri liberato dalla controffensiva alleata indirizzata al cuore della Germania nazista. Giudizi forzatamente distinti, spesso contrapposti: le basi del mito della Resistenza o la sua demolizione sistematica; esaltazione da un lato, irrilevanza dall'altro. I due piani non sono separabili, non è credibile isolare la Resistenza dal contesto del conflitto mondiale, né pensabile costruire una scala di meriti e priorità tra il contributo degli italiani nella guerra di liberazione e gli esiti della campagna d'Italia. In questo incontro difficile tra quadro interno e contesto internazionale, tra gli albori della Repubblica e il nuovo ordine mondiale si colloca il cammino della nostra liberazione.      

Partigiani in azione nella zona di Vercelli, in Piemonte, nel 1944 

La Resistenza italiana nasce dentro uno scontro ben più ampio che chiama in causa gli equilibri internazionali, i concetti di progresso e modernità, la stessa nozione di civiltà nella sconfitta del disegno di dominio del nuovo ordine hitleriano. In un arco temporale di venti mesi, coinvolge più di 250 mila uomini, tiene insieme la componente nazionale della sua identità (la libertà dallo straniero oppressore) con una variegata composizione politico-ideologica che va dai liberali ai comunisti come volontà di rinascita in un paese che aveva avuto un ruolo decisivo nell'invenzione e nella diffusione del fascismo. Un fenomeno composito che la storiografia più attenta declina al plurale, antifascismi e resistenze. Anni fa il Presidente Ciampi ha esplicitato il senso di tale confronto sul passato: "Ho valorizzato la Resistenza nella sua accezione più larga; credevo nell'idea di affiancare la resistenza armata dei partigiani (che è stata scelta molto avanzata e consapevole) alle tante altre forme di resistenza civile". Una scelta che contiene diversi sentieri: la guerra partigiana in una delle declinazioni possibili, bastino i richiami alle immagini più nitide da pagine insuperate della letteratura italiana, Calvino, Fenoglio, Meneghello, Viganò in un elenco che potrebbe essere molto più lungo. Insieme,  concomitanti si muovono le Resistenze di varia natura,  plurali, civili, non armate. Scelte rischiose di tanti: chi nasconde renitenti alla leva, disertori o cittadini di religione ebraica, ricercati o perseguitati, oppositori politici, chi aiuta chi è in difficoltà sulla linea del fronte, chi nasconde bambini o soldati, chi distribuisce cibo, coperte o beni di prima necessità, chi semina futuro e costruisce tasselli di solidarietà, risorse per l'Italia che verrà. Ecco il senso dell'antifascismo della Costituzione nel nostro tempo: "Celebrare il 25 aprile significa - ancora le parole di Scoppola - aprirsi alla cultura della liberazione, all'idea di traguardi più avanzati di dignità e libertà umana, a un'idea di democrazia che coniuga tensione utopica e ricerca di adeguati strumenti istituzionali; significa aprirsi alla prospettiva di una lotta per la liberazione che continua oggi e deve continuare domani".
Partigiani in posa dopo la Liberazione 

I militari che dissero no al duce

di Concetto Vecchio


“Anche quella dei militari internati fu una resistenza, senza armi, e più importante di quel che si ritiene”. In via Labicana 15 a Roma, c’è Vite di Imi, il museo interattivo sui soldati del nostro esercito che finirono nei campi di concentramento nazisti dopo l’8 settembre. Luciano Zani, 73 anni, professore emerito di storia contemporanea alla Sapienza, è il vicepresidente dell’Anrp, l’associazione degli ex internati che gestisce lo spazio espositivo.
Che ruolo svolsero esattamente i nostri militari nella lotta partigiana?
“Un ruolo duplice. In primo luogo la Resistenza nasce dai militari. Le primissime bande furono formate da ufficiali e soldati, che avevano le armi e anche una preparazione specifica, cui si unirono giovani renitenti alla leva e politici antifascisti”.


E il secondo aspetto qual è?
“Riguarda i 650 mila uomini dell’esercito che dissero no alla richiesta di arruolamento della Wehrmacht e della Repubblica di Salò e che finirono perciò nei campi di concentramento. Dire sì avrebbe significato la libertà, il ritorno a casa. In circa cinquantamila pagarono con la vita quel ripudio”.


Perché dice che finora il ruolo dei militari è stato sottaciuto?
“Negli anni è prevalsa la dimensione politico-partitica della Resistenza. Eppure il loro ruolo fu decisivo. Giorgio Bocca ha raccontato che su 1600 partigiani piemontesi mille erano militari”.


Cosa li indusse?
“I più erano spinti da un principio di dignità militare e da una motivazione patriottica, risorgimentale, quella di salvare la patria dai tedeschi. Diedero perciò vita a formazioni autonome, svincolate dalla politica, spesso anzi in polemica con i partiti, come quella del maggiore degli alpini, Enrico Martini Mauri, che organizzò una formazione nel Cuneese. Altri esempi, di militare al vertice della Resistenza, furono quelli di Raffaele Cadorna al Nord e di Giuseppe Montezemolo nel Lazio”.


Erano stati i soldati di Mussolini.
“E questo suscitava diffidenze nei partigiani borghesi, almeno inizialmente. Eppure i militari furono i primi ad accorgersi che la guerra era persa, che il regime stava implodendo, avviando una riflessione autocritica tra gli ufficiali sul passato fascista”.


Può farci un esempio?
“Nuto Revelli. Era partito per la campagna di Russia convinto di poter ancora vincere la guerra fascista, ma quando tornò, dopo la disastrosa ritirata, disse che non poteva che rivolgere il suo mitra contro i nazisti e i fascisti”.


Quanto contò la fuga del re dopo l’8 settembre?
“Moltissimo. Il legame tra la dinastia e l’esercito si incrinò. Il re pensò a salvare se stesso, un atto di viltà che strinse il Paese nella morsa dei nazisti e degli alleati. L’esercito venne sacrificato, lasciato alla mercé della vendetta tedesca. Le comunicazioni furono inesistenti, o contradditorie: al generale Vecchiarelli, nei Balcani, venne suggerito di combattere ancora con i tedeschi”.


Quindi per i militari si pose una scelta?
“Esattamente. E non era facile scegliere tra il giuramento al re e quello al Duce. Claudio Pavone, l’autore di Una guerra civile, parla “di dramma dell’indecisione”. All’improvviso non c’erano ordini, bisognava cavarsela da soli”.


Quanti restarono fedeli al Duce?
“Una minoranza molto politicizzata aderì alla Wehrmacht, l’esercito tedesco, e poi, dall’ottobre 1943, alla Repubblica di Salò. La stragrande maggioranza rifiutò. I primi che dissero no ai tedeschi furono i militari che operavano a Cefalonia e Corfù. Ci furono altri casi simili, a Piombino, a Gaeta, e in molti più luoghi di quanto si creda, in Italia e fuori”.


Cosa accadde ai militari che dissero no a Hitler?
“Caricati su navi e treni, stipati come bestiame, vennero deportati in tutto il territorio del Reich, in Polonia e Germania soprattutto”.


Quanti furono?
“I soldati arrestati furono circa un milione, un venti per cento circa opta per i nazisti e per la Rsi, altri riuscirono a fuggire, a diventare partigiani o a nascondersi, circa 650 mila furono internati, tra cui circa trentamila ufficiali”.


Dove finirono?
“I campi principali furono, in Polonia, Deblin-Irena, Benjaminowo, Leopoli, Schokken; in Germania, Hammerstein, Sandbostel, Fallingbostel, Wietzendorf”.


Quale fu il loro destino?
“I tedeschi avevano due priorità. Punirli, il viaggio in quelle condizioni erà già di per sé una punizione, e farli lavorare per il Reich, costretti cioè al lavoro coatto. Una specificità peculiare del nazifascismo”.


Perché fanno parte della nostra Resistenza?
“Dissero no a Hitler, pagando un prezzo pesantissimo, e dissero no a Mussolini e Graziani, delegittimandoli. Le condizioni nei campi erano terribili. Molti ufficiali dissero di no più volte. Uno dei pochi ancora in vita, Michele Montagano, 102 anni, molisano, è il nostro presidente onorario. Era un giovanissimo ufficiale di complemento”.


Quale è la sua storia?
“Salvò dalla fucilazione ventuno compagni offrendosi volontario al loro posto, con altri quarantatré ufficiali. Saranno internati nel terribile campo di punizione di Unterluess. Circa seimila ufficiali riusciranno a pronuciare fino alla fine l’ultimo no: quello al lavoro coatto”.


Che ne fu di Montagano?
“È stato poi risarcito dal governo tedesco per quel trattamento. Per tutta la sua vita è stato uno straordinario testimone dell’internamento”.


Quindi il dire no fa di loro dei partigiani?
“Sì, L’altra resistenza, per citare il bel libro del segretario del Pci Alessandro Natta, che era ufficiale in Grecia”.


Una resistenza patriottica?
“Consideri che molti di loro erano ufficiali di complemento, e quindi di estrazione borghese. Giovanni Guareschi era un giornalista fascista, Giuseppe Selmi un violoncellista, Enzo Paci un filosofo, Gianrico Tedeschi, un attore, Vittorio Emanuele Giuntella ed Enrico Zampetti, cattolici impegnati nella Fuci. Fecero i conti col fascismo, dando vita a delle “università”  all’interno dei campi”.


Come spiega la rimozione?
“Per il grosso dei partigiani restarono fino alla fine fascisti; per quelli della Rsi erano traditori. Il disconoscimento è stato doppio”.


Lei perché se ne occupa?
“Mio padre, l’ufficiale Pino Zani, fu uno dei 650mila. Finì a Biala Podlaska. Ci raccontava di come per la fame andavano a raccogliere le bucce di carote dietro le cucine. E’ morto nel 1977, ma soltanto dopo ho cominciato a interessarmi a questo pezzo di storia”.

1945: Operaie partigiane ad un comizio nei giorni della Liberazione 

Dilva Daoli e il riscatto delle donne

di Benedetta Tobagi

Dilva Daoli nasce nel 1920 e cresce nelle campagne di Novellara, in provincia di Reggio Emilia, in una famiglia povera di mezzadri, con tanti fratelli. Già a 11 anni le tocca andare a fare il bucato a casa della padrona del fondo agricolo. Quando la padrona le offre da mangiare gli avanzi mangiucchiati dai figli, nonostante la fame, si ribella: “anch’io ho una mia dignità, non posso mangiare le ossa come un cane”. Il rispetto di sé l’ha imparato in casa, soprattutto dalla mamma, “una donna speciale”, racconta con orgoglio, “aveva sempre dei libri da leggere, se li prendeva in biblioteca, da qualche amica in paese” e per questo alcune vicine di casa “la odiavano un po’ perché dicevano ‘ma cosa vuol fare? Ma cosa legge a fare che ha tanti figli?’”. Ma lei riusciva a far tutto, incluso insegnare a leggere e scrivere a tutti i suoi figli. Dilva vorrebbe tanto studiare, la mamma sogna per lei un futuro da maestra. “A me maestra non piaceva molto”, confessa, “però piuttosto che far la contadina…”, ma non si può, non ci sono i soldi.


La scelta antifascista matura da questo vissuto, al desiderio di riscatto. Durante la Resistenza in un certo senso realizza il sogno della madre: diventa “maestra” di altre donne. Si unisce infatti ai “Gruppi di difesa della donna e l’assistenza ai combattenti della libertà”, principale organizzazione femminile della resistenza, voluta dal Cln e messa in piedi da figure di spicco dell’antifascismo clandestino, come Ada Gobetti. Oltre a fornire l’indispensabile supporto logistico ai partigiani, i Gruppi hanno un programma politico forte: far partecipare coscientemente le donne alla lotta di liberazione e portarle a “un piano di parità rispetto all’uomo nel campo giuridico, economico e politico”. Dilva fa mille cose, incluso la staffetta, ma il compito che ricorda con più emozione sono le riunioni clandestine di donne in campagna e in città: “si spiegava cos’erano i Gruppi di difesa, perché dovevamo organizzarci e sostenere il movimento partigiano, per un fine di giustizia e di libertà, per la fine della guerra […] cercavamo di spiegarlo nel modo migliore e con tutto il calore possibile, per farci capire […] la forza della fame e della situazione ha aiutato molto”, riflette anni dopo, “ma anche tutte le parole che si dicevano, tutta l'importanza della stampa, delle riunioni che si facevano per sollevare queste masse femminili” che non avevano mai conosciuto la politica sotto il fascismo.

 

Palmiro Gonzato la scelta giusta di un ragazzo

di Maurizio Crosetti

La casa di Palmiro Gonzato, classe 1926, è una cascina piena di cimeli partigiani. Gli ricordano quando anche lui combatteva, diciottenne, nella Brigata Garibaldi “Mameli” del Vicentino. <La memoria di quello che abbiamo fatto non deve morire con noi".
Palmiro è lucidissimo nei suoi 97 anni. "Sono nato il 20 marzo 1926 a Levà di Montecchio Precalcino, provincia di Vicenza. Un nome di battaglia non l’ho mai avuto, perché agivamo in pianura e ci conoscevano tutti: se ci fossimo chiamati tra noi con un altro nome, ci avrebbero smascherati subito. Ero nelle Sap, le Squadre Armate Patriottiche. Per offenderci ci chiamavano sbandati, però io non mi offendevo mica".
Tutto cominciò nell’estate del 1944: "Ci fu la chiamata alla leva per la Repubblica di Salò, e naturalmente non mi presentai. Noi renitenti ci venivano a cercare casa per casa, le Brigate Nere minacciavano le persone e le costringevano a diventare spie. Quando uccisero il mio amico Livio Campagnolo, mitragliato mentre fuggiva ai fascisti dalla finestra, decisi di diventare partigiano anch’io. Ero così giovane, ma non avevo dubbi su quello che era giusto fare. Con altri compagni entrammo a far parte della divisione “Ateo Garemi”, eravamo impegnati in azioni di sabotaggio, in particolare avevamo il compito di disarmare i fascisti che si muovevano in piccoli gruppi".
Palmiro venne catturato, ma si salvò: "Volevano mandarmi in Germania come lavoratore coatto, però in caserma incontrai un paesano che mi evitò la deportazione. Poi riuscii a fuggire, e sono rimasto partigiano fino alla Liberazione. Il sabotaggio lo facevamo usando bombe a mano al plastico di nostra fabbricazione, oggetti artigianali molto pericolosi: per tenere insieme l’esplosivo usavamo le calze elastiche delle donne".
La vocazione combattente, Palmiro l’aveva già da ragazzino: "Avevo 14 anni e mio papà faceva la guardia giurata, perciò lavorava di notte. Io sapevo dove nascondeva la chiave di casa che adoperava per rientrare al mattino, così uscivo con due amici e li seguivo in qualche piccola azione alla polveriera, a circa un chilometro da casa mia. Eravamo sei fratelli tra maschi e femmine".
Quand’era partigiano, qualche anno più tardi, Palmiro scoprì quant’era difficile muoversi allo scoperto in pianura, senza la protezione delle montagne e dei boschi: "È un tipo di Resistenza di cui si parla meno, però fu importantissima. Ricordo che dopo un nostro attentato al distretto militare di Vicenza, i tedeschi e i fascisti vietarono a tutti l’uso delle biciclette. Continuammo le nostre azioni a piedi, eravamo coraggiosi e velocissimi ma abbiamo avuto anche tanta fortuna. Perché quando arriva la tua ora, l’abilità e la scaltrezza non contano. Io ho visto cadere compagni bravissimi, combattenti nati, solo per colpa della scalogna".
La più feroce delle guerre civili non impediva qualche gesto di pietà: "Una volta organizzammo un’imboscata ai fascisti, eravamo una quarantina di partigiani divisi in due gruppi e io ero tra i più giovani. “Stai vicino a me”, mi aveva detto il comandante. Ci mettemmo dietro una siepe di gelsi, tirammo una bomba a un automezzo nemico ma lo facemmo troppo presto, e non lo fermammo: allora si cominciò a sparare. L’ufficiale fascista e il suo autista riuscirono a fuggire, invece il terzo lo prendemmo vivo. In quei casi, non si badava tanto alla forma e di solito si fucilavano i prigionieri, specialmente dopo una rappresaglia. Ma quell’uomo cominciò a piangere, parlava della famiglia, dei suoi figli, così il nostro comandante decise di risparmiarlo".
Dopo il 25 aprile, cominciarono altri guai: "Andai sotto processo per detenzione abusiva di armi da fuoco, non le avevamo ancora consegnate, e poi ci fu la questione dei prelevamenti: in sostanza ci accusarono di rapine, ma era solo una vendetta politica, una persecuzione che mi costò 29 mesi di carcere. Venni riabilitato soltanto dopo cinque anni, una vergogna, e allora cominciò la mia nuova vita". Palmiro Gonzato si trasferì a Torino, dove frequentò il convitto “Rinascita partigiani e reduci” e diventò disegnatore meccanico: "Per tanti anni sono stato responsabile del servizio d’ordine del Pci della federazione torinese, ho anche giocato a pallone con Berlinguer". Il cimelio più caro è un berretto con la visiera rossa: "Lo ricavai da una bandiera tricolore sottratta ai fascisti e recuperata dopo un bombardamento. Ho anche cucito una stella, che mi regalò un partigiano della Valle di Susa. Questo cappello lo porto con me da quasi ottant’anni, e mi ricorda che la vita bisogna spenderla restando dalla parte giusta".

 

Luciana Romoli: "Quando la razza entrò a scuola"

di Simonetta Fiori

Luciana Romoli ha cominciato la sua Resistenza a otto anni, stringendo forte la mano della compagna ebrea. A dicembre compirà 93 anni, la voce potente non ha perso il timbro popolare di Casal Bertone,  il quartiere d’origine che allora era periferia romana. Si emoziona ancora Luciana, nome di battaglia Luce, quando ricorda quella mattina del 1938, dopo l’emanazione delle leggi antisemite.  “La supplente indossava il basco e la mantella neri. Ci ordinò di alzarci in piedi all’appello. Debora era l’ultima perché si chiamava Zarfati. Arrivato il suo turno, l’insegnante le si avvicinò minacciosa, pronunciando parole offensive. Terrorizzata, le tenevo stretta la mano. Ma l’insegnante la trascinò alla finestra dove legò le sue lunghe nere trecce al cordone delle tende. Accadde il finimondo”.


Insieme alla sua compagna di banco, Luciana sarebbe stata espulsa da scuola. Non per la sua reazione furibonda contro la supplente razzista, ma perché tornata a casa raccontò l’episodio ai genitori che fecero stampare da uno zio tipografo centinaia di volantini. “Tutti dovevano sapere che cosa stavano facendo agli ebrei. Il nostro era un quartiere popolare, dove anche i bambini conoscevano la solidarietà. Ci si aiutava a turno tra le famiglie, arrivando in soccorso di chi aveva bisogno. I volantini furono distribuiti a scuola,  ma inevitabilmente finirono anche nelle tasche di qualche dirigente fascista che ordinò alla direttrice l’allontanamento delle responsabili. Fu così che mia sorella Adriana ed io fummo cacciate da tutte le scuole del Regno. Anche in quella circostanza, ottenemmo il sostegno solidale  di una maestra antifascista, che ogni giorno ci faceva arrivare i compiti a casa. Io li facevo con la mia compagnetta, vivevamo nello stesso caseggiato, noi al quarto piano, lei al primo. Poi Debora un giorno scomparve. L’ho aspettata a lungo, come si può aspettare l’amica del cuore. Soltanto alcuni anni fa, grazie a mio marito Gianfranco Baglioni che era entrato a far parte della comunità ebraica, ho saputo che fine avesse fatto. E allora sono andata ad Auschwitz, ho accarezzato i parallelepipedi di vetro con quel che resta. La mia ultima carezza per lei.


“Nel settembre del 1943, a tredici anni, Luciana entra nella Resistenza. Fa la staffetta. Nella Roma occupata dai tedeschi porta pacchi e messaggi ai partigiani. “Nun me ce volevano. Il comandante di zona, Nino Franchellucci, mi disse che ero troppo piccola, allora intervenne Lallo Bruscani che mi conosceva dai tempi della cacciata da scuola, “perché no’ a voi prende, questa è brava, se non la prendi tu la piglio io”. Così entrai nella brigata partigiana della sesta zona di Roma.  Andavo a Trastevere da Enrico Ferola che mi dava sei sacchi di chiodi a quattro punte, quelli che si mettevano sotto le gomme degli automezzi tedeschi per squarciarle. Poi li portavo ai compagni dietro piazzale Flaminio. I chiodi stavano nascosti in fondo alla sporta, sopra ce mettevo la verdura. E pedalavo veloce. La cospirazione è stata una cosa formidabile: ciascuno di noi aveva un nome di battaglia e non dovevamo mai dimenticarcelo. ‘Ciao Luce sono Marco’, ‘Ciao Luce sono Andrea’, questa era la formula con cui mi veniva incontro il compagno, e se non me lo diceva io non gli davo niente.


“Un giorno ho rischiato di morire per la paura. Mia sorella Adriana era più grande di me, bellissima e spavalda. I primi tempi andavamo insieme. Una volta arrivammo in bici al ponte di Portonaccio, vicino al Verano. C’era un posto di blocco tedesco. Adriana mi sorpassa con due pedalate veloci, la chioma bionda al vento e un sorriso smagliante. ‘Signorina, cosa porta nella sporta?’. “Bombe a mano”, risponde lei correndo via come una saetta, sotto lo sguardo divertito del soldato. Io mi sentivo le gambe paralizzate, così procedetti piano piano. Davanti al cimitero mi aspettava Adriana, una furia. ‘Ma che sei scema?  Ma te voi move che non stiamo facendo una passeggiata di piacere…’. ‘Ma tu che gli dici delle bombe a mano?’. ‘Ma se me ce guardavano, le trovavano, no?’. Scoprii allora che Adriana portava nascoste le armi.
 
“Mio padre, che aveva fatto la Grande Guerra come ufficiale degli alpini, aveva un amico farmacista. Si fece fare due pasticche di cianuro per noi, da nascondere sotto i calzini. ‘Meglio se v’ammazzate da sole piuttosto che farvi torturare e stuprare dai nazisti’. Questo era il clima nella Roma occupata.


“Se c’era maschilismo tra i compagni? Sì, tanto. Ci consideravano creature inferiori, mentre le donne sono state l’anima della Resistenza. Eravamo noi a procurare il cibo, i vestiti, i farmaci, le armi. Mi ricordo ancora i giorni della battaglia di Porta San Paolo, tra l’8 e il 10 settembre del 1943. Mia madre – partigiana anche lei – mi mandò casa per casa a prendere disinfettanti, garze, medicinali, tutto ciò che occorreva per medicare i feriti. Eravamo tutte diverse, proletarie, borghesi, contadine, maestre e impiegate, ma ciascuna per suo conto aveva maturato la stessa scelta di vita. I compagni si servivano di noi, ma non c’era mai un rapporto paritario. Mi ricordo un giorno la reazione rabbiosa di Adriana di fronte al comando impartito da un partigiano. Ti ho detto che era bellissima, no? Faceva ubriacare i  soldati tedeschi per poi sfilargli le armi. ‘Anna, portale al tuo comandante’, le fu ordinato. ‘Che cosa? Il mio comandante se vuole le armi se le procura, queste servono a me che devo andare a fare gli attentati’.


“Nel dopoguerra molte di noi non sono state riconosciute con la qualifica di partigiane combattenti.  Quando mi affacciai alla sede dell’Anpi appena nata fui aggredita: “Tu la staffetta nun l’hai fatta perché nun c’hai un pezzo de carta”. Ma ti rendi conto? Mia madre non aveva chiesto il riconoscimento né per sé stessa né per le due figlie. Non gli avevamo dato importanza.  Però fu subito evidente il segno della restaurazione. Oggi festeggiamo giustamente il voto alle donne. Ma quante furono elette dentro l’Assemblea Costituente? Soltanto ventuno, il quattro per cento. Una vergognosa minoranza.


“Quante persone ho visto morire in quei mesi di guerra partigiana. Me le sogno spesso, come fai a dimenticare storie così terribili? Massimo Gizzio era un po’ più grande di noi, organizzava in borgata un corso per analfabeti. Il 29 gennaio del 1944 era alla testa di un corteo di studenti diretto verso piazza della Libertà per protestare contro i nazifascisti. Fu ucciso alle spalle con tre colpi di rivoltella. Dopo la fine della guerra il giovane assassino sarebbe stato assolto: ‘Anche lui era uno studente travolto dal clima arroventato della guerra’, recita la motivazione. Ho visto cadere nel sangue anche Teresa Gullace e Caterina Martinelli, non sono cose che puoi dimenticarti.


“Oggi sento dire che i soldati nazisti della Bozen era dei musicanti e che la Carta Costituzionale non fa rifermento all’antifascismo. Il presidente del Senato riscrive la storia come pare a lui. Credo di non meritarmelo, come non se lo meritano Massimo, Teresa, Caterina, anche il mio fidanzatino Enrico , morto sotto i bombardamenti. Qualche volta penso che sarei dovuta morire prima, per non assistere a questo scempio della memoria.  Però poi non mi arrendo, continuo ad andare nelle scuole per parlare con i ragazzi. Gli dico: non chiamatemi ‘ex partigiana’, perché partigiani si è per sempre. Quando è finita la guerra abbiamo continuato a organizzarci per difendere i diritti dei più deboli. Abbiamo scritto la Costituzione che è un’arma potentissima. La Costituzione è la fotografia del mondo per il quale abbiamo combattuto.  Non permettete a nessuno di distruggerla”.

Il sacrificio di Don Morosini

di Iacopo Scaramuzzi

“Zio Peppino ha fatto il prete come poteva farlo in quel periodo: come dice papa Francesco andava in periferia, e lì ha trovato questi ragazzi e li ha aiutati”. Monsignor Nino Di Stefano, 77 anni, vicario generale della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, ricorda così lo zio, don Giuseppe Morosini (19 marzo 1913 – 3 aprile 1944), il sacerdote al quale Roberto Rossellini si ispirò in Roma città aperta per la figura di don Pietro, impersonato da Aldo Fabrizi: dava rifugio agli ebrei e aiutava i partigiani, nascose le loro armi, fu tradito, arrestato, torturato senza fare nomi, fucilato.
 
Che prete era suo zio?
 
“Zio Peppino era l’ultimo figlio di una famiglia numerosa di Ferentino. Era nato in quella che oggi si chiama via don Morosini, vicino c’era la chiesa di Sant’Ippolito dove stavano i missionari di San Vincenzo, i lazzaristi. Lui dopo il seminario decise di entrare lì perché voleva diventare missionario. Nella sua famiglia, che era numerosa, due delle sue sorelle erano già diventate suore, anche loro figlie della carità di San Vincenzo, tanto che quando Peppino ha chiesto di entrare tra i vincenziani la mamma commentò: “Mica ho fatto la balia per San Vincenzo!”. Zio Peppino era molto bravo con le missioni popolari: all’epoca, prima del Concilio, a Quaresima si andava nei paesi a predicare: due sacerdoti facevano una catechesi dividendosi, l’uno faceva il dotto e l’altro l’ignorante, uno faceva le domande e l’altro spiegava. Zio Peppino andava nelle campagne dell’Abruzzo, del Frusinate, e faceva l’uno e l’altro, il dotto e l’ignorante. Si è dedicato molto ai giovani, anche quando è tornato a Roma. E lì, in particolare, dopo l’otto settembre del 1943, ha incontrato i ragazzi di Monte Mario".
 
Chi erano, e cosa faceva don Morosini?
 
"Erano ragazzi, tra loro c’erano alcuni militari sbandati, alcuni erano entrati nella Resistenza. Lui, da prete, li aiutava. E poi li ha difesi. Zio Peppino ha fatto il prete come poteva farlo in quel periodo: come dice papa Francesco andava in periferia, e lì ha trovato questi ragazzi e li ha aiutati, con la preghiera ma anche materialmente, portava loro i viveri per il pranzo e per la cena. Li ha incoraggiati a non fare i carnefici, e a stare attenti alle retate delle SS".
 
Raccontano che dette rifugio ad alcuni di loro nel Collegio Leoniano, dove nascose anche le loro armi, e dove fu scoperto…
 
"Sì, forse per togliere le armi a quei ragazzi le ha nascoste in biblioteca… Ma sono andati a colpo sicuro e le hanno trovate. È stato tradito da uno dei ragazzi, è stato preso il 4 gennaio del 1944 e portato nel carcere di Regina Coeli. E lì ha continuato a fare il sacerdote, diceva il rosario. Lo hanno torturato chiedendogli di fare i nomi, che lui non ha fatto. Sandro Pertini, il futuro presidente della Repubblica, che era anch’egli detenuto in una cella lì vicino, una volta lo incontrò dopo le torture, e raccontò: “Usciva da un interrogatorio delle Ss, il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione”. Fu condannato a morte. Papa Pio XII, tramite l’ambasciatore tedesco, chiese a Hitler di graziarlo, ma non ci fu nulla da fare".
 
Come morì?
 
Fu portato a Forte Bravetta per essere fucilato. Il vescovo Traglia, vicegerente della diocesi di Roma, che lo aveva ordinato sacerdote, lo accompagnò. Il plotone di esecuzione si rifiutò di sparargli, i soldati spararono di fianco o per aria: il capitano gli sparò in testa e poi gli dette un secondo colpo di grazia. Era stato legato a una sedia: Aldo Fabrizi, in Roma città aperta, muore nello stesso modo, dicono che Rossellini per il personaggio di don Pietro si sia ispirato a lui e a don Pietro Pappagallo, un altro prete della Resistenza. Nel 1954, nel decennale della morte, il corpo di mio zio è stato traslato dal Verano qui a Ferentino.
 
Che ricordo ha lasciato?
 
La sua medaglia d’oro termina con la frase “luminosa figura di soldato di Cristo e della patria”: qualunque opera faceva, di persuasione, di incoraggiamento, di aiuto, di prudenza la faceva sempre da sacerdote. E poi gli piaceva la musica, aveva studiato musica. Compose una bella ninna nanna per il suo compagno di cella, il partigiano Epimenio Liberi, perché la moglie aspettava un bambino. Iniziò a comporla il 16 gennaio del 1944, ha fatto in tempo a terminarla e dargliela prima di essere fucilato il 3 aprile. Epimenio Liberi era morto poco prima alle Fosse Ardeatine.
 
Qual è per lei il significato della Liberazione?  
 
“Ogni popolo ha diritto alla sua libertà, libertà di pensiero e libertà di azione”.

25 luglio 1943: la popolazione di Torino abbatte i simboli del potere, e trascina per le vie il busto di Mussolini. Il fascismo è caduto 

Ricordare perché il male non si ripeta

di Tonia Mastrobuoni

Sara Berger, storica dell’Istituto Fritz Bauer, dedicato al leggendario magistrato tedesco che scovò, tra gli altri, Adolf Eichmann, lavora da anni sulla Shoah e ha dedicato molti studi alla persecuzione degli ebrei italiani. A Repubblica spiega perché è importante festeggiare il 25 aprile e perché ricordare Jan Palach, come farà oggi Ignazio La Russa, nel giorno in cui l’Italia si interroga sulla fine del fascismo “è il tentativo di equiparare il comunismo e il fascismo. Il 25 aprile non si dovrebbe proprio fare”.


Berger, perché il 25 aprile è una festa importante?
“È come l’8 maggio per la Germania: simboleggia la fine del fascismo. Ma in Italia fa riferimento a due vicende: la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta del fascismo. È anche l’occasione per ricordarsi del coraggio della Resistenza”.


E delle vittime, ad esempio gli ebrei.
“Sì, anche se la Shoah si ricorda piuttosto il 27 gennaio. Il 25 aprile bisogna parlare anche di quello, certo, perché ricordando la Resistenza si fa riferimento anche all'aiuto dato da tanti italiani agli ebrei. Ed è importante anche parlare delle altre vittime”.


Il governo italiano fa fatica a riconoscere le colpe del fascismo.
“L’importanza del riconoscimento dei crimini del fascismo è che ogni tanto qualcuno dice che il fascismo ha avuto solo la ‘piccola’ colpa della persecuzione degli ebrei. E invece bisogna ricordare tutto: i crimini di occupazione durante la guerra, i comportamenti in Libia e nelle colonie, i confini inflitti agli antifascisti: c'è una vasta scala di di crimini commessi da fascisti verso una parte della popolazione o verso altre etnie”.


Il linguaggio quanto è importante? Ad esempio l’uso di un termine come “sostituzione etnica”.
“Dovrebbe far parte della coscienza capire che quelle idee non devono esistere. Anche in Germania vengono superate delle linee rosse, ogni tanto. L’importante è che ci siano i riflessi giusti, che se ne discuta collettivamente. E che quelle linee rosse non vengano più superate".


Il Presidente del Senato Ignazio la Russa andrà a Praga a commemorare Jan Palach.
“È il vecchio tentativo di mettere insieme i totalitarismi. Come se fossero equivalenti. E invece non è così: quello che è stato fatto dai nazisti non ha paragoni nella storia. Il fascismo è il ‘fratello minore’, non eguaglia i crimini della Germania nazista. Però il fascismo non è certo privo di responsabilità. Quindi paragonarlo ai comunisti e farlo proprio il 25 aprile, quando nel proprio Paese si ricordano le responsabilità e le vittime del fascismo, è qualcosa che non si dovrebbe proprio fare”.


La Russa sostiene anche che la Costituzione non è antifascista. Lei, da storica, cosa ne pensa?

“La Costituzione nasce come reazione al fascismo. E il Grundgesetz tedesco fu una reazione al nazismo. Queste costituzioni sono il tentativo di stabilire la democrazia dopo quelle esperienze tragiche. Come fa, quella italiana, a non essere antifascista?"