Il Padiglione Italia alla Biennale: spazio ai giovani della nuova architettura
di Lara Crinò , di Lara Crinòl dato più eclatante è l’età: sono tutti under 40 i cinque componenti del collettivo Fosbury Architecture (Giacomo Ardesio, Alessandro Bonizzoni, Nicola Campri, Veronica Caprino e Claudia Mainardi) che curano il Padiglione Italia alla 18esima Biennale Architettura: presentato oggi a Roma, aprirà al pubblico, alle Tese delle Vergini dell’Arsenale di Venezia, dal 20 maggio al 26 novembre 2023. E sono giovani (età media 33 anni) gli architetti, artisti e curators dei nove progetti che i Fosbury hanno selezionato per essere ospiti del Padiglione.
Un dato talmente inusuale per il panorama italiano che Gennaro Sangiuliano in conferenza stampa non manca di sottolinearlo. Facendo riferimento a un episodio del 1910 (la prima mostra italiana sull’Impressionismo, allestita a Firenze grazie al giovane Ardengo Soffici) il ministro della Cultura plaude all’«intuizione di mettere alla prova le giovani leve dell’architettura, per…
l dato più eclatante è l’età: sono tutti under 40 i cinque componenti del collettivo Fosbury Architecture (Giacomo Ardesio, Alessandro Bonizzoni, Nicola Campri, Veronica Caprino e Claudia Mainardi) che curano il Padiglione Italia alla 18esima Biennale Architettura: presentato oggi a Roma, aprirà al pubblico, alle Tese delle Vergini dell’Arsenale di Venezia, dal 20 maggio al 26 novembre 2023. E sono giovani (età media 33 anni) gli architetti, artisti e curators dei nove progetti che i Fosbury hanno selezionato per essere ospiti del Padiglione.
Un dato talmente inusuale per il panorama italiano che Gennaro Sangiuliano in conferenza stampa non manca di sottolinearlo. Facendo riferimento a un episodio del 1910 (la prima mostra italiana sull’Impressionismo, allestita a Firenze grazie al giovane Ardengo Soffici) il ministro della Cultura plaude all’«intuizione di mettere alla prova le giovani leve dell’architettura, perché questa attività artistica deve guardare al futuro». Ma nella costruzione di questo Padiglione Italia (intitolato Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri e promosso dalla Direzione generale creatività contemporanea del ministero della Cultura) la giovinezza non è solo il segno di un ricambio generazionale. Piuttosto è l’indice di un cambiamento di paradigma dell’architettura.
Lo sa bene l’anglo ghanese Lesley Lokko, nominata curatrice di questa nuova edizione della Biennale, e lo sanno bene i cinque Fosbury. Con base a Milano, forte conoscenza dell’Italia “minore” e delle nuove esperienze multidisciplinari che vi accandono, i Fosbury parlano con un’unica voce. Seduti nella hall in stile decò di un hotel romano, discutono delle istanze del loro mestiere in un mondo minacciato da guerre, instabilità politica, migrazioni, cambiamento climatico. Cresciuti in uno scenario che definiscono di «crisi permanente», sanno che progettare e costruire edifici non è più l’unico scopo; «anche se certo ancora esistono i grandi studi e le archistar, e hanno ovviamente un peso, oggi c’è un modo alternativo di concepire il ruolo degli architetti. Si dà per scontato che l’architetto demiurgo dia soluzioni. Noi non crediamo che l’architettura sia sempre la soluzione, ma che sia parte del problema» affermano. I nuovi pratictioner, parola amata da Lesley Lokko in cui anche loro si riconoscono, sono piuttosto dei mediatori di processo, capaci di tenere conto dei fattori critici (primo fra tutti, l’impatto del settore delle costruzioni sulla crisi ambientale) sposando un modo «leggero, collaborativo» di ideare il nuovo.
Per questo, i nove progetti che hanno selezionato, distribuiti sul territorio italiano da nord a sud, tracciano la topografia alternativa di un Belpaese «particolarmente fragile» pieno di opere pubbliche incompiute («una nostra ossessione, da molto tempo»), di aree industriali dismesse, di periferie in cui manca la vita comunitaria, di spazi in cui l’aura dell’antico può emergere in modi inediti. Lo definiscono il loro nuovo «Viaggio in Italia», citando il profetico lavoro fotografico curato da Luigi Ghirri negli ‘80, gli anni della loro infanzia. Alcuni dei progetti sono già in corso: è il caso di Taranto, dove la convivenza con l’acciaieria e lo svuotarsi progressivo del centro storico vengono raccontati sui tetti della città dal collettivo Post Disaster in dialogo con Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, ma anche di Belmonte, nell’entroterra calabrese, dove un altro collettivo, gli Orizzontale, lavora insieme a Bruno Zamborlin sul digital divide.
Ci sono luoghi “ameni” come la Baia di Ieranto, oasi naturalistica del FAI nei pressi di Napoli, tra gli scenari prescelti, luoghi simbolici per la nostra storia come il confine italo sloveno (il progetto di Trieste, seguito da Giuditta Vendrame con Ana Shametaj), e luoghi di produzione come Cabras, in Sardegna, centro dell’industria della lavorazione della bottarga, dove riflettere sulla transizione alimentare. A Ripa Teatina, in provincia di Chieti, gli HPO con la scrittrice Claudia Durastanti coinvolgeranno la comunità nella rilettura di un grande edificio incompiuto. E poi, l’entroterra e le periferie: se ne occupano gli architetti di Parasite 2.0 con Elia Fornari nella zona di Marghera, e lo Studio Ossidiana con l’artista e pedagoga Adelita Husni Bey a Librino, quartiere di Catania. Infine, nella piana fra Prato e Pistoia, i progettisti (ab)Normal e Captcha con Emilio Vavarella lavoreranno sul tema del paesaggio. «Non si tratta di progetti finiti, ma di iniziative avviate, che possano avere un impatto a lungo termine» spiegano ancora i curatori.
Così anche i finanziamenti (800mila euro arrivano dalla Direzione generale creatività contemporanea del ministero, più di 230mila da Banca Ifis (main sponsor), Bottega Veneta, sponsor, e Rilegno, sostenitore) vanno in questa direzione. L’idea è di sostenere, nelle parole di Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Ifis «una dimensione partecipativa dell’arte», che si propaghi fuori dall’Arsenale e dalla durata della Biennale. Del resto il public program di incontri del Padiglione Italia si intitola Mondo Novo, come la meravigliosa opera di Giandomenico Tiepolo conservata a Ca’ Rezzonico. Lì, la folla si accalca in una piazza della Venezia settecentesca per mettere gli occhi nella lanterna magica che mostra un paesaggio esotico, tra trepidazione, paura, speranza. Siamo ancora lì, a cercare di guardare nella lanterna magica.