Il memoir di Edith Bruck: cari ragazzi, vi racconto il dolore di noi testimoni
di Raffaella De Santis , di Raffaella De Santis"Signora Auschwitz". Una studentessa la chiama così e lei, Edith Bruck, fa proprio quell'appellativo, lo rivendica, lo sceglie come titolo di un libro che è una lettera aperta ai giovani incontrati nelle scuole nel corso degli anni, durante la sua lunga esperienza di "narratrice degli orrori". Il testo, uscito la prima volta nel 1999, è ora ripubblicato da La nave di Teseo.
Non tutti i giovani hanno capito che cosa è stata la Shoah, nonostante abbiano visto - ci tengono a precisare solerti le insegnanti - Schindler's List. Molti si distraggono, altri vogliono sapere se la scrittrice crede in Dio, se ha nostalgia del suo paese d'origine, com'era la vita nei lager. Edith Bruck non edulcora: non ha la fede di sua madre, né può provare nostalgia per un Paese che l'ha consegnata agli aguzzini. Non perdona ma non odia. È disarmante vedere con quanta semplicità si consegni ai lettori nella sua fr…
"Signora Auschwitz". Una studentessa la chiama così e lei, Edith Bruck, fa proprio quell'appellativo, lo rivendica, lo sceglie come titolo di un libro che è una lettera aperta ai giovani incontrati nelle scuole nel corso degli anni, durante la sua lunga esperienza di "narratrice degli orrori". Il testo, uscito la prima volta nel 1999, è ora ripubblicato da La nave di Teseo.
Non tutti i giovani hanno capito che cosa è stata la Shoah, nonostante abbiano visto - ci tengono a precisare solerti le insegnanti - Schindler's List. Molti si distraggono, altri vogliono sapere se la scrittrice crede in Dio, se ha nostalgia del suo paese d'origine, com'era la vita nei lager. Edith Bruck non edulcora: non ha la fede di sua madre, né può provare nostalgia per un Paese che l'ha consegnata agli aguzzini. Non perdona ma non odia. È disarmante vedere con quanta semplicità si consegni ai lettori nella sua fragilità, rivelando i suoi tormenti interiori e quelli del corpo. Ricordare il lager non è indolore, affatica i muscoli, scombussola l'intestino, indolenzisce le ossa. Perché allora ripercorrere ogni volta la vita a ritroso? Forse perché la memoria serve a non dimenticare i morti, vero, ma serve soprattutto ai vivi, a noi.
E se da una parte è una liberazione dall'altra è una gabbia, una camicia di forza che si fa sempre più stretta e che sembra soffocarla. Veleno e cura, come ogni farmaco. Ci fa i conti ogni giorno, da anni, da quando si è salvata e da sopravvissuta ha dovuto affrontare il mondo dopo lo sterminio. Ricordiamo in breve la sua storia: nasce nel 1931 in un paesino ungherese in una famiglia numerosa e molto povera. È una giovane donna tredicenne quando viene deportata ad Auschwitz, da lì poi a Dachau e Bergen-Belsen. Chi conosce lo stile scarno ai limiti di una scorticante elementarità del linguaggio di Edith Bruck, qui ritroverà la sua scrittura priva di sentimentalismi. I pensieri, anche i peggiori, sono registrati con l'esattezza che richiede la verità, convinta che non servono le elucubrazioni socio-politiche di fronte alla barbarie.
Va maneggiato con cura questo libro, è un testo delicato proprio perché non conosce l'autoindulgenza. Vorrebbe smettere Bruck il suo pellegrinaggio da testimone nelle scuole. Pensa che dire "no" all'ennesimo invito potrebbe aiutarla, ma il silenzio le fa ancora più male, il silenzio è vissuto come colpa. Quanta fatica rispondere all'obbligo interiore di raccontare, quale prezzo il dono della parola. Lo paga con spasmi addominali, ricoveri in clinica. Inizia perfino a perdere strati di epidermide. Vedrai che squamandoti cambi vita, si dice. Il malessere aumenta, segue allora il consiglio di andare da un neurologo. L'incontro con il professionista sorridente sembra teatro dell'assurdo. "Malattie dei suoi genitori? E di che cosa sono morti?". Mio padre di fame - dice lei - mia madre bruciata. Il neurologo continua a sorridere, non batte ciglio: "Lei è depressa, si vede".
Auschwitz è un luogo che abita il corpo, lo assedia. Un mostro che le occupa il ventre come una gravidanza infinita e che la scrittrice vorrebbe riuscire ad espellere. Racconta di sentirsi soffocare per quel laccio che le stringe la gola, la collana di Ananke che arrossa il collo di chi si sente in trappola, la dea della necessità che James Hillman usava per dare immagine alle nostre ansie.
Un giorno durante un incontro sui lager con donne adulte le viene chiesto qual è il suo rapporto col sesso. Prova a spiegare che è impossibile concepire il piacere fisico quando si ha fame, quando i seni sono svuotati, il ventre incavato, il sesso rasato. Ma Auschwitz è castrante anche dopo, nei rapporti sessuali con mariti e amanti troppo riguardosi a letto, "dove finalmente si sarebbe potuto dimenticare tutto". Il piacere semmai riaffiora nei ricordi d'infanzia, nelle corse di una bambina scalza nelle strade polverose del villaggio. Una corsa così, leggera sotto il sole, apre Il pane perduto. Bruck la chiama "felicità del poco": le pagnotte calde e i dolci pasquali della madre, un paio di scarpe risuolate, i popcorn che scoppiettano sul fuoco. La nostalgia di un mondo contadino che forse era aspro ma diventa dolce nel ricordo come controcanto alla bestialità dei campi, quasi a volersi ripetere che l'incanto delle piccole cose resiste dopo Auschwitz, che la disumanità non ha vinto.
Il libro
Signora Auschwitz di Edith Bruck (La nave di Teseo, pagg. 176, euro 16)