La scrittrice Rachel Cusk: "Le mie donne inascoltate"
di Anna Lombardi"Ho cercato di dare consistenza a una voce femminile inascoltata. Quella interna a ciascuna di noi, certo: ma soprattutto quella specifica di una donna vissuta un secolo fa. A ispirare il nuovo romanzo è stato il memoir Lorenzo in Taos scritto nel 1932 dalla mecenate d'arte Mabel Dodge Luhan, sulla permanenza distruttiva dello scrittore D.H. Lawrence nella colonia di artisti da lei creata in New Mexico. Quel libro poco noto, dove una donna estremamente sensibile racconta la fatica di rapportarsi a un uomo dall'ego immenso, mi ha fatto venir voglia di restituirle concretezza".
Dopo aver inseguito una sua idea di verità in dieci romanzi e avergli infine dato forma nella fortunata trilogia Outline, sorta di monologo essenziale che ha fatto di lei un'autrice di culto, la scrittrice anglo canadese Rachel Cusk, 56 anni, torna con un nuovo romanzo intitolato La seconda casa (edito da Einaudi, traduzione di Isabella Pasqualetto) dove affronta l'ambigua…
"Ho cercato di dare consistenza a una voce femminile inascoltata. Quella interna a ciascuna di noi, certo: ma soprattutto quella specifica di una donna vissuta un secolo fa. A ispirare il nuovo romanzo è stato il memoir Lorenzo in Taos scritto nel 1932 dalla mecenate d'arte Mabel Dodge Luhan, sulla permanenza distruttiva dello scrittore D.H. Lawrence nella colonia di artisti da lei creata in New Mexico. Quel libro poco noto, dove una donna estremamente sensibile racconta la fatica di rapportarsi a un uomo dall'ego immenso, mi ha fatto venir voglia di restituirle concretezza".
Dopo aver inseguito una sua idea di verità in dieci romanzi e avergli infine dato forma nella fortunata trilogia Outline, sorta di monologo essenziale che ha fatto di lei un'autrice di culto, la scrittrice anglo canadese Rachel Cusk, 56 anni, torna con un nuovo romanzo intitolato La seconda casa (edito da Einaudi, traduzione di Isabella Pasqualetto) dove affronta l'ambigua relazione tra arte e cattiveria, declinandola attraverso i suoi temi tipici: maternità, relazioni di coppia, dinamiche di potere.
La critica disse della Trilogia che "riconcettualizzando il meccanismo della narrativa contemporanea" lei aveva segnato la "fine del romanzo". Era la sua intenzione?
"Ora che mi guardo indietro da una certa distanza, posso dire di sì. Volevo usare la parola come strumento di conoscenza, scrivere libri dove le esperienze non risultassero falsate e tirar fuori una verità personale difficile da esprimere nella realtà. Ho affrontato l'indissolubilità di vita e rappresentazione, attraverso una sorta di smantellamento letterario. E proprio indagando sulle relazioni fra realtà e finzione ho finito per mettere in discussione la struttura del romanzo classico. Ho posto domande scientifiche, e mi ha sorpreso che in tanti le abbiano colte e apprezzate".
"La seconda casa" arriva dopo quell'esperienza così intensa.
"Lo considero una sorta di episodio, di spin-off della Trilogia, nato dal mio inesauribile interesse verso voci femminili non appropriatamente registrate. Voci come quella di Mabel Dodge Luhan, appunto, che nessuno ha voluto realmente ascoltare. Lei è morta, il suo libro è andato fuori edizione, la sua storia universale non ha più interessato nessuno. Ho voluto restituire suono a quella voce che rischiava di essere cancellata, magnificando il lavoro da me fatto prima".
Cosa c'è di Mabel nel romanzo?
"Lei era una creativa, avrebbe potuto essere una grande artista: ma invece di coltivare quel dono si è messa al servizio di altri che lo avevano. Una dinamica tipicamente femminile. Ho dunque provato a raccontare il difficile conflitto tra ciò che immaginiamo e la durezza di una realtà spesso differente".
È un romanzo femminista?
"Sì. Anche se non trasformo la donna in eroina ma do voce a un suo io profondo, per molti disturbante. Questioni che riguardano genere, arte, potere muovono la mia scrittura verso immagini filosofiche che cerco di cristallizzare. Idee non finite che su carta possono diventare immagini astratte, apparentemente avulse da un contesto, ma dalle radici molto profonde".
È per questo che nei suoi libri è sempre più interessata alle arti visive?
"Ritengo ormai esaurite le possibilità del linguaggio, almeno per quel che riguarda la struttura narrativa. Una qualunque frase, al contrario, presuppone un prima e un dopo e ha sempre bisogno di un'impalcatura di parole a sostenerla mentre le immagini non hanno bisogno di riferimenti riconoscibili e permettono una libertà illimitata".
Ne ha scritto in un testo pubblicato di recente da Marsilio - e sulla rivista americana New Yorker - intitolato "La controfigura". Frutto di un reading a Palazzo Grassi nell'ambito della rassegna "Lo stato dell'arte".
"Ispirandomi alla figura di Georg Baselitz ho intrecciato la storia di un pittore che per raggiungere la fama capovolge i suoi quadri, alla vicenda di una donna aggredita in strada da un'altra donna che poi si volta a guardarla soddisfatta: proprio come fa l'artista con la sua opera. Mi è realmente accaduto, e questo ha scatenato la riflessione sul capovolgimento della realtà, la violenza della rappresentazione, il potere della creatività".
Una via complessa...
"La tensione della creatività è movimento costante, che solo nel corso di un'intera vita possiamo sperare di rappresentare. Penso alla scultrice Louise Bourgeois: se fosse morta a 30 anni il suo lavoro sarebbe stato intrappolato in una determinata visione. Invece ha vissuto fino a 90 anni, esprimendo il suo potere creativo e la sua onestà intellettuale attraverso il suo intero corpus di opere".
La riguarda?
"Anche io tento di costringermi in una semplicità radicale per arrivare all'essenza delle cose. Forse solo considerando i miei libri e la mia vita come un insieme arriverò un giorno ad esprimermi con pienezza".
Il suo lavoro è stato più volte definito “autofiction”. Parola che non le piace.
«Mi piace: ma non è ciò che faccio, anche se ci somiglia. Nei romanzi le cose hanno bisogno di sembrare autobiografiche, perché altrimenti la relazione con la realtà ne esce compromessa. Ed è in questo modo che cerco di sfruttare le mie esperienze. Delle cose che mi sono accadute uso solo la parte convenzionale e con un elemento di universalità. Lasciando fuori i dettagli: che so, nazionalità, classe sociale, etnia. Nei miei libri non c’è mai nulla di identitario. C’è un sé, ma non sono io».
Scriverà un sequel de La Seconda Casa?
«No, ma lavoro a quello de La Controfigura. Gli scrittori sono spesso meno interessanti del loro lavoro, mentre la libertà con cui gli artisti visivi usano le immagini, intrecciano vita e arte, e fanno azioni che la società disapprova è molto stimolante. Mi affascina come il loro egocentrismo si concretizza in libertà dai ruoli».
Il libro
La seconda casa di Rachel Cusk (Einaudi, trad. di Isabella Pasqualetto, pagg. 168, euro 16,50)