Io, in clinica aspettando il verdetto
di Michela MurgiaOggi tornando dalla clinica ho pensato che bisognerà pur dire a un certo punto a questa gente che io i bambini li odio. Quando il dottore mi ha detto: sarà contenta alla fine, ho dovuto mordermi le labbra per non dirgli che no, non sarò contenta per niente, perché io i bambini li detesto.
Non alcuni bambini, ma proprio tutti. Non esistono bambini buoni o cattivi, sono categorie sciocche: è proprio il fatto che sono bambini a renderli odiosi. Nelle discussioni, per amore di pace, annuisco senza ribattere se qualcuno cerca di spostare la questione sui genitori che li educano male. Secondo questa teoria, se il bambino è beneducato è delizioso o quantomeno non troppo problematico.
Il suo essere molesto sarebbe dunque colpa dell’adulto che lo ha cresciuto male. È una menzogna. Nessuna educazione impedisce che il bambino agisca la cosa più odiosa di cui è capace: sé stesso. Tutti i bambini, anche quelli inibiti con la minaccia, presto o tardi piangeranno, cercheranno di attirare l…
Oggi tornando dalla clinica ho pensato che bisognerà pur dire a un certo punto a questa gente che io i bambini li odio. Quando il dottore mi ha detto: sarà contenta alla fine, ho dovuto mordermi le labbra per non dirgli che no, non sarò contenta per niente, perché io i bambini li detesto.
Non alcuni bambini, ma proprio tutti. Non esistono bambini buoni o cattivi, sono categorie sciocche: è proprio il fatto che sono bambini a renderli odiosi. Nelle discussioni, per amore di pace, annuisco senza ribattere se qualcuno cerca di spostare la questione sui genitori che li educano male. Secondo questa teoria, se il bambino è beneducato è delizioso o quantomeno non troppo problematico.
Il suo essere molesto sarebbe dunque colpa dell’adulto che lo ha cresciuto male. È una menzogna. Nessuna educazione impedisce che il bambino agisca la cosa più odiosa di cui è capace: sé stesso. Tutti i bambini, anche quelli inibiti con la minaccia, presto o tardi piangeranno, cercheranno di attirare l’attenzione interrompendoti, faranno cadere le cose, alzeranno la voce, vorranno correre dove non si può e mangiare quello che non c’è, chiederanno di andare in bagno nel momento meno opportuno o pretenderanno altre cose che non puoi o non vuoi dargli. I bambini sono fasci di bisogni infiniti che non sanno fingere e non saper fingere è un difetto sociale, puerile per definizione. Crescere è anche imparare a nascondere gli istinti che ci porterebbero all’abbrutimento.
La buona educazione è addestramento alla finzione, a dire che stai bene anche se non è vero, perché in realtà nessuno vuol davvero sapere che quel giorno hai la diarrea o il reflusso. Educazione è affermare che sei lieta di fare una cosa che non vorresti fare per niente. È sorridere a qualcuno a cui vorresti spaccare la faccia, altrimenti andremmo tutti in giro con i connotati scomposti dalle botte. Il senso di responsabilità nasce dal fatto che ogni ipocrisia mancata genera conseguenze, ma il bambino il problema delle conseguenze non ce l’ha.
Per me sono fondamentali.
Il medico mi ha detto: è fortunata, le isteroscopie indicano un ottimo stato sia della cavità uterina sia del canale cervicale e anche la parete dell’endometrio rientra nei migliori parametri. Credo fossero anche dei complimenti, a loro modo, ma non mi sono sentita per nulla lusingata.
È così che si sente chi prova davvero a fare figli con l’aiuto medico? Una cosa di cui si prendono le misure interne, una vacca da riproduzione testata per vedere se corrisponde agli standard di fertilità? Tutto mi appare violento in questo settore, a cominciare dalle parole. Primipara attempata, così mi ha indicata l’infermiere nella cartella clinica, perché ho compiuto trent’anni e non ho mai generato prima. Lo credo bene che non ho figliato, mi è bastato guardarmi intorno e vedere quello che succedeva a chi lo faceva. Il migliore degli anticoncezionali sono i figli degli altri, ma questo al medico non occorre spiegarlo.
Alle prime visite ci sono andata con quello che sarà il futuro padre e ci siamo presentati mano nella mano come facevamo da piccoli, quando combinavo un guaio e lui veniva con me da mia madre per implorare clemenza.
Era il più rassicurante già allora e lo è rimasto, non a caso la stessa laurea ha portato me nella redazione di un sito di dossieraggio travestito da gossip e lui alla cattedra di ruolo da professore di lettere. Questo comunque non ha fatto differenza nella clinica. Dove paghi nessuno ti fa domande. Nel caso, io ero comunque pronta a dare tutte le risposte giuste: «Sono lesbica, caro dottore, desidero un figlio, ma non un uomo». L’accenno al lesbismo, mi avevano avvisata quelle che l’avevano già fatto, sarebbe stato risolutivo. Sono tutti più pronti ad accettare che non ti piaccia il cazzo piuttosto che non ti piaccia l’idea di dare un padre a tuo figlio. In questo paese infame, dove avere prole non è un diritto delle persone, ma solo delle coppie, negli ospedali pubblici ti devi per forza presentare in due. Meno male che, se paghi abbastanza, nelle cliniche private anche il dottore più tradizionalista apre la mente all’evidenza che volere un figlio e volere il padre del figlio sono due cose diverse. Nel mio caso io poi non voglio neanche il figlio.
Odio i bambini.
Prima dei dodici anni non li voglio proprio vicini, ne va della mia salute mentale. Se un bambino piange all’improvviso, mi paralizzo come un coniglio abbagliato dai fari e non riesco più a pensare finché non smette. La frigna degli infanti mi fa lo stesso effetto che alcuni subiscono da un’unghia sulla lavagna e in molte situazioni è una questione invalidante, per esempio in viaggio e in generale nei posti chiusi da cui non posso scegliere di scappare. Se uno mi vuole male, deve mettermi su un aereo seduta vicino a un bambino. Sicuro come la morte che quello piangerà o darà calci al sedile mentre la mamma dice: smettila, che la signora si arrabbia. No, cretina del Signore Iddio, non è perché io mi arrabbio che tuo figlio la deve smettere. Deve farlo perché non è prendendo a calci il sedile che si viaggia sugli aerei, sennò sembra che se io non mi arrabbiassi lo potrebbe fare, che sia io la stronza che impedisce al tuo rampollo di violentare con la sua energia l’innocente retro del mio sedile. Ti odio, mammina inadeguata che scarichi su di me la tua mancanza di autorevolezza genitoriale. Una volta alla partenza di un volo intercontinentale mi si è seduto accanto un bambino di tre anni allucinato dai camion dei pompieri che si intravedevano a terra negli hangar dal finestrino. Continuava ad agitare una bottiglietta d’acqua gridando che anche lui voleva spegnere gli incendi e io fissavo la madre con disapprovazione, temendo una doccia da un momento all’altro, ma non c’era verso che la disgraziata riuscisse a placare il frutto del suo seno, Grisù.
Adesso al check-in, alla domanda «corridoio o finestrino?», rispondo «ovunque, purché non sia vicino a un bambino» e la hostess di terra, vittima anch’ella dietro il suo sorriso, mi guarda con comprensione.
Entrambe siamo consapevoli che non c’è alcuna possibilità che una creatura di tre anni non rompa i coglioni a nessuno per la durata di un volo di nove ore e ogni mammina che imbarca un pargolo questo lo sa benissimo.
Il libro. Tre Ciotole di Michela Murgia (Mondadori, pagg. 144, euro 18) esce il 16 maggio. Sarà presentato al Salone del libro di Torino il 19 maggio, con Matteo B. Bianchi