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Michela Murgia e la malattia raccontata senza nascondersi

Michela Murgia 

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Perché Emma Bonino, Concita De Gregorio, Francesca Mannocchi e Alessandro Baricco hanno fatto la stessa scelta di Murgia: rendere pubbliche le loro condizioni di salute
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"No non sono il mio cancro" (Emma Bonino). E proprio perché il malato non è la sua malattia, proprio perché la vita, la mente e il cuore del paziente non si riducono alla sua patologia e, ancora, proprio perché la persona non si esaurisce nella decadenza del corpo, nel suo sfarsi, nel suo incistarsi: per tutte queste ragioni, e per mille altre ancora (alcune indicibili), la scelta di Michela Murgia di dire pubblicamente il male di cui soffre è bella e toccante.

Così come lo era stata, nel gennaio del 2015, quella di Emma Bonino e come lo erano state quelle di Alessandro Baricco, Francesca Mannocchi e Concita De Gregorio.

Non è una fascinosa tendenza delle élite colte: tante persone sconosciute rendono noto il proprio male a quanti incontrano; e numerose celebrità, invece, lo riservano alla discrezione della propria dimensione privata. È una decisione, come è evidente, tutta soggettiva, c…

"No non sono il mio cancro" (Emma Bonino). E proprio perché il malato non è la sua malattia, proprio perché la vita, la mente e il cuore del paziente non si riducono alla sua patologia e, ancora, proprio perché la persona non si esaurisce nella decadenza del corpo, nel suo sfarsi, nel suo incistarsi: per tutte queste ragioni, e per mille altre ancora (alcune indicibili), la scelta di Michela Murgia di dire pubblicamente il male di cui soffre è bella e toccante.

Così come lo era stata, nel gennaio del 2015, quella di Emma Bonino e come lo erano state quelle di Alessandro Baricco, Francesca Mannocchi e Concita De Gregorio.

Non è una fascinosa tendenza delle élite colte: tante persone sconosciute rendono noto il proprio male a quanti incontrano; e numerose celebrità, invece, lo riservano alla discrezione della propria dimensione privata. È una decisione, come è evidente, tutta soggettiva, che va in primo luogo rispettata, ma che, una volta comunicata, diventa di interesse pubblico.

Michela Murgia sembra dirci: la mia persona, al di là della sorte cui sono destinata, va oltre la diagnosi medica e la cartella clinica; e il mio organismo contiene la patologia, ma non si risolve in essa. Tuttavia, ora il mio cancro incurabile è parte costitutiva di me. Entra nelle mie relazioni, nella sfera delle mie emozioni e nel mio mondo sentimentale. Ci convivo come so e come posso.

Nessun fatuo ottimismo e, per chi non abbia la fede, nessuna speranza escatologica. Piuttosto una concezione tragica dell'esistenza, che può essere sia l'espressione di un tratto caratteriale, sia l'esito di una ispirazione nietzschiana, sia, ancora, il risultato di una vita di fatiche. Una concezione che considera il bene e il male come parti ineludibili del vivere, reciprocamente in credito l'una verso l'altra. La concezione, in altre parole, di chi è consapevole della propria finitezza, della propria imperfezione, della propria caducità. È l'incompletezza di cui parlava Ernesto De Martino.

Nessuna consolazione, dunque, ma forse la possibilità di cogliere nella condizione della malattia ancora risorse e opportunità, che lo stato di salute non consentiva di rivelare. È ciò che la Chiesa cattolica chiama grazia di stato.

D'altra parte - lo si vede bene nelle parole terse e miti di Michela Murgia, intervistata dal Corriere della Sera - nessuna tentazione eroicistica. Non è in corso un combattimento, come troppo spesso una cattiva retorica sanitaria sul "coraggio" vorrebbe, ma una terribile esperienza che pure può rivelare una sua vitalità: e proprio perché non esclude la possibilità della fine, anzi, la contempla, ma senza tuttavia cederle.

Come accade quando la stessa diagnosi della malattia diventa di per sé l'annuncio della fine del mondo: il mondo degli amori e dei piaceri, delle passioni e dei progetti, delle curiosità e delle conoscenze. Quasi che la morte di una persona fosse destinata a non lasciare traccia.

Così non è. E non a causa della sua notorietà e del suo successo, ma in ragione di ciò che ha vissuto e che ha fatto vivere. Il che riguarda ciascuno di noi. Michela Murgia parla di una vita fatta di tante vite, di lavori, amori, incontri, figli non biologici ma "d'anima", obiettivi, progetti, ambizioni, conflitti, avventure, desideri. Certo, non a tutti è data la fortuna di una esistenza così piena e lussureggiante. Ma a tutti è dato provarci. E sperimentare la possibilità di una convivenza con la malattia, dopo l'annuncio pubblico o senza annuncio pubblico, che consenta di "guadagnare tempo" (ancora Murgia) o di ingannarlo, il tempo: cioè riempirlo di vita, anche residuale, e non solo di attesa della fine.

Sia chiaro: per tanti, per troppi, la malattia letale è solo anticipazione dolente della morte. È un tempo vuoto e desolato, è lo spazio dove si consuma quella "solitudine del morente" su cui ha scritto pagine mirabili Norbert Elias.

Tra le persone prima ricordate, anche chi ha superato la fase più critica ed è guarita non ricorre a parole di conforto; non nega che la malattia sia una condanna; prova a farci vedere, sentire, ascoltare, percepire che la si può subire senza esserne sopraffatti. Ma non perché sono politici e scrittori - dunque lavorano con la parola - ma perché sono vivi e vogliono continuare a esserlo il più possibile. Il più possibile. Come la gran parte degli esseri umani, nei quali l'istinto della vita è più potente della morte, perché sopravvive loro in ciò che hanno detto e fatto, in ciò che hanno odiato e amato.

Eppure, in La compresenza dei morti e dei viventi, Aldo Capitini rifletteva sulla capacità misteriosa e ineffabile delle persone morte di offrire un contributo alla vita e, dunque, ai vivi. In altre parole, è come se esistesse una realtà capace di trascendere il dato naturale della morte fisica; e come se la morte di un individuo non interrompesse necessariamente la relazione e le relazioni. Queste continuano a vivere nella memoria trasmessa, anche di un gesto o di un bacio, in un bimbo concepito, in una lettera scritta, in una carezza mancata.
Poi, certo, è anche possibile pensare la morte come un passaggio repentino al buio totale. Anche questo è parte della grandiosa e drammatica libertà umana.