È una questione di metodo, non di merito. La decisione di revocare a Carlo Rovelli l'incarico di inaugurare la Fiera del Libro di Francoforte è sbagliata, tanto che a tarda sera ha provocato una imbarazzata e imbarazzante marcia indietro. È un'idea pericolosa che costituisce un precedente cupo quella di confondere i piani e ribaltarli: una cosa è difatti l'opera dell'ingegno, che ha valore assoluto specie quando è indiscutibile e conclamata, un'altra è la convenienza politica che ha sempre valore relativo - relativo al colore politico di chi governa, mutevole per definizione.
L'idea di asservire l'ingegno alla maggior gloria di chi governa e di zittirlo invece se al contrario "imbarazza" il potere, come scrive Ricardo Franco Levi, commissario governativo alla Buchmesse, è il nucleo primigenio dell'asservimento della cultura al potere, della messa al bando del pensiero critico. È tipico d…
È una questione di metodo, non di merito. La decisione di revocare a Carlo Rovelli l'incarico di inaugurare la Fiera del Libro di Francoforte è sbagliata, tanto che a tarda sera ha provocato una imbarazzata e imbarazzante marcia indietro. È un'idea pericolosa che costituisce un precedente cupo quella di confondere i piani e ribaltarli: una cosa è difatti l'opera dell'ingegno, che ha valore assoluto specie quando è indiscutibile e conclamata, un'altra è la convenienza politica che ha sempre valore relativo - relativo al colore politico di chi governa, mutevole per definizione.
L'idea di asservire l'ingegno alla maggior gloria di chi governa e di zittirlo invece se al contrario "imbarazza" il potere, come scrive Ricardo Franco Levi, commissario governativo alla Buchmesse, è il nucleo primigenio dell'asservimento della cultura al potere, della messa al bando del pensiero critico. È tipico dei regimi dispotici, che non ammettono altro che plauso e consenso, pena l'eliminazione. È agli antipodi del senso di una Fiera del Libro - dunque la sede di un confronto di idee opere analisi punti di vista, l'incontro e il confronto delle intelligenze che si sono distinte per eccellenza, le migliori menti del tempo a fertile convegno - decretare che se non la pensi come me non hai diritto di parola: è la negazione del significato di cultura, pensiero, progresso.
Non è davvero il caso di entrare nel merito. Non ha nessun senso discutere di quali siano le parole, le convinzioni personali e politiche di Carlo Rovelli che, espresse dal palco del Primo Maggio (una sede in cui è legittimo e persino auspicato che ciascuno porti in campo le sue proprie convinzioni, una sede radicalmente diversa da quella di Francoforte) lo hanno "condannato" a non potersi esprimere, come fisico teorico di fama mondiale, nel luogo in cui è proprio questo l'oggetto del convegno: l'esposizione e il confronto dei saperi al loro massimo livello.
La parola chiave dell'editto Levi è "imbarazzo", bisogna partire da qui: le ragioni per cui la censura si esercita. Il motivo, scritto su carta intestata, è il timore che la presenza di Rovelli, in virtù delle sue convinzioni personali non in linea con le politiche di governo, possa "mettere in imbarazzo" ospiti illustri. Levi scrive proprio così. Ha deciso di revocare l'incarico per "evitare che l'occasione diventi motivo di imbarazzo per chi quel giorno rappresenterà l'Italia, e non le nascondo la speranza che il nostro paese sia rappresentato al massimo livello istituzionale". Cioè a dire: speriamo che vengano presidenti, ministri. Non vorrei che la sua presenza li infastidisse.
Ora. La materia è complessa e bisogna fare lo sforzo di attingere ad alcuni principi cardine, rinominarli perché facciano da guida. Procediamo per punti, come insegnano a scuola che è buona cosa fare quando c'è da mettere ordine.
1. L'obiezione che sentiremo stamani è che Ricardo Franco Levi è commissario di governo, dunque è la persona incaricata da Giorgia Meloni e dalla sua compagine di organizzare la presenza dell'Italia alla Buchmesse, essendo l'Italia il Paese ospite d'onore alla Fiera. Si dirà: è logico che Levi agisca nell'interesse del governo, è lì per quello. Rovelli è libero di esprimere le sue convinzioni personali (in questo caso: una critica al ministro della Difesa relativa, a suo parere, a un conflitto di interessi in materia di armamenti), il governo, dunque Levi, è libero di non considerarlo adatto a rappresentare il Paese. Errore: perché la Fiera del libro non è un consesso politico, non è un G20. È un luogo di esposizione delle eccellenze del pensiero. Proprio in quanto Paese Ospite l'Italia non è lì per mettere in scena la sua proposta di governo, esibire i suoi devoti: è lì per accompagnare i talenti, siano o non siano in linea col progetto politico che incarna.
2. La capacità di distinguere. Di tenere separati gli ambiti e di confidare nell'intelligenza elementare di chiunque, nel farlo. Una cosa è parlare in una situazione di militanza politica, un'altra è farlo in un consesso culturale - relativo cioè al proprio sapere. Una cosa è esprimersi al Primo Maggio, in relazione alle proprie convinzioni, un altro parlare di buchi neri e buchi bianchi, di spazio e tempo, di fisica quantistica - della propria competenza - a una platea di intellettuali. Persone che esercitano l'uso guida dell'intelletto. Rovelli era chiamato, scrive Levi, a raccontare "il fascino della ricerca e lanciare uno sguardo ai confini della conoscenza". Lo avrebbe fatto magistralmente, essendo quella la consegna.
3. Ma anche. Il ruolo dell'intellettuale. Il corpo e la mente. È lecito che gli intellettuali si mettano al fronte del dibattito politico? Che mettano le loro persone fisiche a disposizione della discussione pubblica? Lo è. È necessario, anzi. È un sollievo quando accade e una privazione quando, per prudenza o convenienza, non accade.
4. E dunque, però. Quando i due ambiti non collidono. Quando l'opera dell'ingegno e la posizione personale divergono, nel plauso delle maggioranze etiche, del consenso conclamato secondo lo spirito del tempo. Da cosa giudichiamo, ammesso di avere gli strumenti e la legittimità per farlo, l'opera di un maestro del pensiero? Dalla sua condotta privata, dalle sue convinzioni politiche o dal lascito che oggettivamente reca in dono al progresso. Valutiamo, nel bene o nel male, Albert Einstein o Walt Disney dalla posizione che hanno preso nei confronti del nazifascismo o da quel che hanno lasciato all'umanità? Leggiamo Camus censurandolo moralmente perché aveva un'amante e da lei andava quando morì, Pasolini per la sua omosessualità, Picasso per la sua inclinazione a devastare la vita delle donne che sceglieva per sé, Nabokov, Ezra Pound, Amelia Rosselli, Nise da Silveira. Per quel che hanno fatto, scritto, dipinto o musicato o per le persone che erano in privato. O entrambi, se il privato è politico. Qual è la prima riga del loro epitaffio. Fedifrago. Fascista. Narcisista. Pedofilo. Genio. Bella questa discussione. Aperta. Non ho la risposta, mi piacerebbe ascoltarla. Ancora e ancora.
5. Libertà. Democrazia. Cosa sono. Dissento da te ma voglio ascoltarti. Siamo su questo? Siamo ancora disposti a sentire quel che ha da dire qualcuno che ha passato la vita a studiare, a faticare su un teorema, a costruire un arpeggio e dargli credito quando ha qualcosa da dire, d'altro, che magari ci può far insorgere un dubbio. Siamo in grado, ancora, di dubitare? C'è chi è morto perché fosse consentita la libertà di pensiero, sono tanti, alcuni sono nostri parenti, padri madri e nonne: non dimentichiamolo.
Qualche tempo fa c'è stato un grande scandalo pubblico, la polemica del momento, perché in ragione della condanna all'invasione russa in Ucraina una università ha sospeso le lezioni su Tolstoi, Dostoevskij. Se studiamo gli autori russi dobbiamo per par condicio studiare anche gli ucraini. Oppure negare parola a entrambi. Si è detto dell'idiozia di tutto questo, mi par di ricordare. Riporto qui una poesia che Paolo Nori, grande scrittore esperto di cultura russa, ha trascritto ieri a commento del caso Rovelli. Sono versi di Velemir Chlebnikov. "La legge delle altalene prescrive che si abbiano scarpe ora larghe, ora strette. Che sia ora notte, ora giorno. E che i signori della terra siano ora il rinoceronte, ora l'uomo". Morì di inedia e malnutrizione negli anni Venti del Novecento, Chlebnikov. C'è un asteroide che porta il suo nome.