La scrittrice bestseller Erin Doom si svela da Fazio: "Mi chiamo Matilde. L'anonimato mi ha protetto"
di Paolo Di PaoloE' un mistero a tempo, è l’anonimato a orologeria. Resta, al fondo, qualcosa di inspiegabile e perciò di tanto più affascinante in questa plateale revoca del “patto del segreto”: Erin Doom, l’autrice di un longseller da 700mila copie, Fabbricante di lacrime (Salani), si svela nello studio di Fabio Fazio a Che tempo che fa.
L’effetto sorpresa è oggettivamente potente, in un’epoca di raro stupore. Il vero nome è Matilde, è giovane, ha i capelli biondi, alla domanda su dove vive risponde un ambiguo «Qua». Fra gli aneddoti più divertenti, racconta di essere rimasta fuori, in quanto non riconoscibile, da un grande evento di cui era la protagonista. Addebita all’introversione l’istintiva scelta di nascondersi; e dice - in effetti molto emozionata - di essere consapevole di essersi, fin qui, persa qualcosa. Come la sua collega, altrettanto italiana, Kira Shell, che si mostrer&agr…
E' un mistero a tempo, è l’anonimato a orologeria. Resta, al fondo, qualcosa di inspiegabile e perciò di tanto più affascinante in questa plateale revoca del “patto del segreto”: Erin Doom, l’autrice di un longseller da 700mila copie, Fabbricante di lacrime (Salani), si svela nello studio di Fabio Fazio a Che tempo che fa.
L’effetto sorpresa è oggettivamente potente, in un’epoca di raro stupore. Il vero nome è Matilde, è giovane, ha i capelli biondi, alla domanda su dove vive risponde un ambiguo «Qua». Fra gli aneddoti più divertenti, racconta di essere rimasta fuori, in quanto non riconoscibile, da un grande evento di cui era la protagonista. Addebita all’introversione l’istintiva scelta di nascondersi; e dice - in effetti molto emozionata - di essere consapevole di essersi, fin qui, persa qualcosa. Come la sua collega, altrettanto italiana, Kira Shell, che si mostrerà nei prossimi giorni al Salone del Libro di Torino, Doom finalmente incontrerà dal vivo lettrici e lettori, piegandosi allegramente anche a lei ai “neverending tour” sfiancanti cui il 99 per cento degli autori non può sottrarsi.
Uno dei temi è proprio questo: fino a qualche decennio fa, chi scrive non era richiamato a una esposizione pubblica tanto marcata. Non si può dire che fosse anonimo, ma certo i tratti somatici erano meno presenti alla mente dei lettori; e la distanza fra pubblico e romanziere più cospicua: Baricco una volta raccontò la sorpresa di vedere da vicino, al primo Salone di Torino (1988), Lalla Romano e Natalia Ginzburg. Le quali senza dubbio non avevano l’agenda fitta di eventi e firmacopie in libreria.
Era un altro mondo: fatto è che oggi si nota di più, morettianamente, chi non viene e se ne sta in disparte. Chi – come Elena Ferrante fin dall’esordio – sceglie di non apparire. In una lettera inviata ai suoi editori nel ’91, metteva in chiaro che non avrebbe promosso il libro né in Italia né all’estero: «Interverrò solo attraverso la scrittura, ma tenderei a limitare al minimo indispensabile anche questo. Mi sono definitivamente impegnata in questo senso con me stessa e con i miei familiari».
L’impegno preso con i parenti può sorprendere, e tuttavia anche le nipotine Doom e Shell hanno più volte motivato la loro scelta anche con la difesa della privacy personale e familiare. Ma Ferrante è netta su un tema a cui le giovani colleghe non sembrano sensibili: «Io credo che i libri non abbiano alcun bisogno degli autori, una volta che siano stati scritti». Per Ferrante conta solo l’opera, ciò che essa è in grado di dire “in assenza” di chi l’ha prodotta.
Ah, gli eternonimi di Pessoa, gli pseudonimi di Roman Kacew/Romain Gary/Émile Ajar! Anche mamma Meloni, Anna Paratore, scrisse dietro il nom de plume Josie Bell, e magari potrebbe dire la sua su Doom e Shell senza maschera (la seconda faceva le sue dirette camuffandosi con il volto simbolo di Anonymous.
E ora? Cambia qualcosa? La domanda sembra oziosa, ma forse non lo è. Di Doom è in uscita il nuovo romanzo, Stigma. Scalerà le classifiche, ma intanto c’è il bagno di folla.