Biennale architettura: "L’Uzbekistan potrà rinascere con l’arte"
di Dario PappalardoAlla Biennale d'Arte di Venezia dello scorso anno, quello dell'Uzbekistan è stato tra i padiglioni più frequentati e sorprendenti con il suo Giardino della conoscenza: un percorso tra antichi saperi algebrici e nuove tecnologie. Ancorato a un passato segnato dalle tracce di Gengis Khan e Tamerlano, la via della seta e le partite geopolitiche ottocentesche del Grande Gioco, il Paese sta cercando una strada nuova per affacciarsi sulla scena culturale globale. Per il 2025 nella capitale Tashkent è attesa l'apertura dello State Art Museum progettato da Tadao Ando. Lo stesso anno, a Bukhara, si inaugurerà la prima Biennale d'arte contemporanea che coinvolgerà sette edifici storici, tra cui lo spettacolare caravanserraglio restaurato per l'occasione.
Intanto, l'Uzbekistan torna in laguna con il suo Padiglione alla Biennale Architettura (20 maggio-26 novembre): Unbuild Together: Archaism vs. Modernity si presenterà come un la…
Alla Biennale d'Arte di Venezia dello scorso anno, quello dell'Uzbekistan è stato tra i padiglioni più frequentati e sorprendenti con il suo Giardino della conoscenza: un percorso tra antichi saperi algebrici e nuove tecnologie. Ancorato a un passato segnato dalle tracce di Gengis Khan e Tamerlano, la via della seta e le partite geopolitiche ottocentesche del Grande Gioco, il Paese sta cercando una strada nuova per affacciarsi sulla scena culturale globale. Per il 2025 nella capitale Tashkent è attesa l'apertura dello State Art Museum progettato da Tadao Ando. Lo stesso anno, a Bukhara, si inaugurerà la prima Biennale d'arte contemporanea che coinvolgerà sette edifici storici, tra cui lo spettacolare caravanserraglio restaurato per l'occasione.
Intanto, l'Uzbekistan torna in laguna con il suo Padiglione alla Biennale Architettura (20 maggio-26 novembre): Unbuild Together: Archaism vs. Modernity si presenterà come un labirinto dove, tra video, oggetti e suggestioni, esplorare le rovine delle qalas, le storiche fortezze della regione di Karakalpakstan. "I mattoni tradizionali uzbeki, realizzati con tecniche in uso da secoli, sono duraturi, sostenibili ed esteticamente impeccabili. Prodotti con materiali naturali, sono ancora resistenti e in grado di durare millenni, caratteristica che li rende un'ottima scelta per progetti pensati per resistere al trascorrere del tempo. Abbiamo deciso di guardare al nostro passato per costruire una nuova visione di futuro", dice Gayane Umerova, direttrice esecutiva della Art and Culture Development Foundation della Repubblica dell'Uzbekistan.
Nell'installazione del Padiglione uzbeko alcuni mattoni sono stati smaltati da Abdulvahid Bukhoriy, tra i pochi artigiani ancora in grado di insegnare la tecnica di lavorazione della ceramica Blue Bukhara. Ma il compito di firmare il progetto multidisciplinare, che coinvolge anche un gruppo di studenti uzbeki, è stato affidato allo Studio Ko fondato dagli architetti francesi Karl Fournier e Olivier Marty, che stanno lavorando anche al riadattamento della vecchia centrale del diesel di Tashkent, che diventerà la sede del Centre for Contemporary Arts.
Fournier e Marty, il tema annunciato da Lesley Lokko è "Il laboratorio del futuro". Il vostro progetto, però, prende il via dal passato. Non si tratta di una contraddizione?
"Non c'è nessuna nostalgia. Ci rivolgiamo al passato per capovolgere il concetto di modernità: per decostruire e smontare il presunto carattere lineare della ricerca del futuro. E provare a fornire le prove del fatto che certi elementi del passato portano sempre con sé una assoluta e ideale modernità".
Per il Padiglione uzbeko avete scelto la struttura del labirinto. Un rimando al mito e alla letteratura, più che a un'architettura concreta.
"Un labirinto, o anche solo un suo frammento, offre sensazioni contraddittorie di spaesamento, protezione, paura e armonia: dentro un labirinto ci si sente persi e ritrovati in una maniera che trascende le epoche. Pensiamo che il labirinto sia stata la prima commissione ufficiale affidata a un architetto. Quindi, in realtà, ha molto a che vedere con l'architettura. E, poiché il labirinto qui è usato in maniera metaforica, per noi rappresenta anche un modo per illustrare la situazione complessa in cui ci troviamo. Questo è qualcosa che si può sentire anche quando ci si perde nelle "calli" della città di Venezia".
Attraverso il vostro progetto, i visitatori che cosa potranno vedere e imparare delle qalas, le fortezze di sabbia uzbeke?
"Forse più che imparare sentiranno qualcosa, proveranno le emozioni di cui dicevamo prima, anche grazie all'aiuto delle immagini dei video che troveranno lungo il percorso".
Il lavoro che presentate a Venezia è frutto di uno sforzo collettivo. Come avete selezionato e gestito tutte le figure coinvolte?
"Gli studenti sono stati selezionati dalla Ajou University di Tashkent e quello che abbiamo vissuto insieme a loro è andato al di là di ogni aspettativa. Ognuno ha proposto un suo rendering per il progetto e siamo stati sorpresi dalla qualità di tutti. Per quanto riguarda invece gli artisti coinvolti si tratta più di una questione di incontri e di affinità. Con il filmmaker di Marrakech El Mehdi Azzam ci siamo conosciuti in Marocco tempo fa e siamo ormai abituati a lavorare insieme. L'italiana Miza Mucciarelli è la nostra model maker, realizza modellini per noi da molti anni ed è stata anche un'insegnante. E sulla fotografa turca Emine Gozde Semin possiamo dire che ci siamo imbattuti nel suo lavoro ed è stato un vero shock. Siamo stati molto fortunati che abbia accettato di prendere parte al nostro viaggio".
Come trasformerete la vecchia stazione del diesel di Tashkent nel CCA?
"Mantenendo gran parte del suo aspetto esteriore esterno, e restituendolo ai suoi nuovi fruitori attraverso un intervento molto astratto, in gran parte scavato al di sotto. Ci sarà una tensione morbida ma radicale tra i due linguaggi architettonici".
Che cosa avete imparato dall'architettura e dal paesaggio uzbeki?
"Difficile da dire, perché dovrebbe volerci una vita per saperlo! Ci sono miracoli come paesaggi che non sono stati danneggiati dalla globalizzazione. E questo è molto forte e commovente. Potremmo anche dire che c'è molta intelligenza nell'architettura uzbeka arcaica. Negli edifici sofisticati così come in quelli poveri o usati per difesa".
Ma, alla fine, che cos'è un buon laboratorio del futuro?
"Le fantasie del futuro possono portare a un laboratorio del domani completamente sbagliato. Per definizione, il futuro non può essere obsoleto, ma spesso le idee che ne abbiamo finiscono per esserlo".