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La lunga marcia verso un futuro sostenibile

Ecco un brano del saggio-dialogo “Il gusto di cambiare” tra il fondatore di Slow Food e l’economista francese sullo scenario che ci aspetta. Se vogliamo salvare il pianeta
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Carlo Petrini Siamo alle soglie di un nuovo periodo storico, che non durerà qualche anno o qualche decennio. Sarà un processo lungo che porterà a un cambiamento paragonabile a quello della rivoluzione industriale. Non si tratta di passare da comportamenti "cattivi" a comportamenti "buoni". Qui si tratta di cambiare modello sociale, di abbracciare un nuovo paradigma economico, di modificare radicalmente i presupposti e le ragioni del nostro vivere. La rivoluzione industriale ha attraversato oltre un secolo - dalla seconda metà del XVIII alla fine del XIX - e posto le sue basi su un processo di evoluzione economica e di industrializzazione che trasformò realtà agricole-artigianali-commerciali in sistemi caratterizzati dall'uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dal ricorso a nuove fonti inanimate (in primis i combustibili fossili); il tutto favorito da una forte componente di innovazione tecnol…

Carlo Petrini Siamo alle soglie di un nuovo periodo storico, che non durerà qualche anno o qualche decennio. Sarà un processo lungo che porterà a un cambiamento paragonabile a quello della rivoluzione industriale. Non si tratta di passare da comportamenti "cattivi" a comportamenti "buoni". Qui si tratta di cambiare modello sociale, di abbracciare un nuovo paradigma economico, di modificare radicalmente i presupposti e le ragioni del nostro vivere. La rivoluzione industriale ha attraversato oltre un secolo - dalla seconda metà del XVIII alla fine del XIX - e posto le sue basi su un processo di evoluzione economica e di industrializzazione che trasformò realtà agricole-artigianali-commerciali in sistemi caratterizzati dall'uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dal ricorso a nuove fonti inanimate (in primis i combustibili fossili); il tutto favorito da una forte componente di innovazione tecnologica. L'umanità ha potuto godere di un significativo miglioramento delle condizioni di benessere, salute, educazione grazie a questo cambiamento epocale. Ma, per trasformare e produrre, la rivoluzione industriale si basava su un mito: l'infinitezza delle risorse della Terra. Un mito che oggi è andato in frantumi perché siamo giunti a un punto di non ritorno. L'impresa è ardua, ma una società civile consapevole può farcela. 

Gaël Giraud La cosa più importante è comprendere che l'alternativa non è il business as usual, l'alternativa è un disastro a livello mondiale. Non emerge nel dibattito pubblico, ma già oggi nei circoli scientifici si parla della possibile estinzione dell'umanità nel prossimo secolo. Poniamo di continuare a comportarci come abbiamo fatto sinora. Dalla Siberia orientale e dall'Oceano artico arriva la conferma che è iniziato su larga scala il processo di rilascio del metano dal permafrost, il suolo che dovrebbe essere perennemente ghiacciato. Ciò significa che dovremo affrontare una crescita delle temperature di 6-7 gradi centigradi alla fine di questo secolo, e alla fine del prossimo l'aumento diventerà a doppia cifra. Vorrebbe dire che ci stiamo pericolosamente avvicinando all'estinzione dell'umanità. Un esempio? Più aumenta la temperatura, minore sarà la disponibilità di acqua. Già oggi è chiaro a tutti che la mancanza d'acqua è un problema molto grave per l'Italia. Secondo il nordamericano Wei-World Engagement Institute, nel 2040, se non interverremo, nel mondo si verificherà una diminuzione della disponibilità di acqua di circa il 20% rispetto a oggi. Nel frattempo aumenteranno la frequenza e la severità di eventi estremi come tifoni, inondazioni, desertificazioni. Di fronte a questo probabile disastro non possiamo chiudere gli occhi. 

C.P. A questo punto è bene sottolineare una delle parole chiave del nostro ragionamento: sostenibilità. Sostenibile ha la stessa radice di sustain, parola inglese indicante il pedale di destra del pianoforte che allunga la risonanza della nota. I francesi lo traducono in durable. Il termine contiene l'idea che le azioni che intraprendiamo debbano avere come risultato una durata che persiste, una durata lunga. Al contrario, il cieco perseguimento di una logica capitalistica, inserito nella corsa alla globalizzazione degli ultimi settant'anni, ha avuto tra i numerosi effetti la formazione di modelli economici e produttivi insostenibili in quanto di breve durata. Ma chi, come ci insegnano i nostri cugini francesi, traduce la parola "sostenibilità" con "durabilità" è in grado di riconoscere a occhio nudo quanto negli ultimi decenni la nostra società si sia drammaticamente impoverita. Con l'industrializzazione e l'uso indiscriminato delle risorse naturali abbiamo provocato, a mo' di effetto domino, una crisi climatico-ambientale e una galoppante perdita di biodiversità che non hanno eguali nella storia e che minano la nostra stessa sopravvivenza. Come ha affermato Gaël Giraud, siamo immersi in una dinamica socioeconomica suicida. E dobbiamo uscirne. Bisogna quindi percorrere una nuova strada. Ma cambiamenti di questa portata non avvengono con la bacchetta magica, hanno bisogno di un periodo di crescita e consapevolezza, quindi del coinvolgimento delle comunità. Quanto durerà questa fase? Quanto l'intero processo? L'ho detto prima: non lo sappiamo, nessuno lo sa. Durerà quanto deve durare. Certo è che il cammino è già cominciato, un popolo si è messo in movimento, spinto soprattutto dalla protesta di tanti giovani che rivendicano il loro diritto a vivere in un ambiente sano.

G.G. Voglio fare un esempio personale. Io da tempo mi porto dentro un'ansia molto concreta. Mi perseguita l'idea che nel 2040 il Monte Bianco d'estate sarà completamente brullo, senza più ghiacciai. Così come non sopporto il pensiero della scomparsa delle api e dei pesci, e le sofferenze causate dalla mancanza di accesso all'acqua potabile di cui si diceva poc'anzi. Prendiamo un altro punto di osservazione, quello demografico. Da qui al 2050 nell'Africa subsahariana si registrerà il 57% della crescita demografica globale, per cui circa il 23% della popolazione mondiale sarà subsahariana rispetto al 15% attuale e al 10% del 1990. La quota di popolazione globale dell'Unione europea, che oggi si aggira intorno al 6%, scenderà al 4% nei prossimi tre decenni. Ne deriva che, fra trent'anni, circa 2 miliardi e 300 milioni di persone vivranno nell'Africa subsahariana, a fronte dell'attuale miliardo e cento milioni. Tassi di fertilità elevati e migliori aspettative di vita sorreggono un ritmo straordinario di crescita demografica che produrrà un drastico incremento della domanda di servizi sociali in Paesi caratterizzati da alti tassi di povertà e di diseguaglianza economica. D'altra parte, il continuo surriscaldamento globale, con l'aumento delle temperature e dei tassi di umidità, renderà invivibili alcune zone del mondo: l'Africa subsahariana di cui abbiamo detto, ma anche l'Amazzonia, l'America Centrale e la costa sudorientale degli Stati Uniti, parte della Cina e dell'India e una buona porzione del Sudest asiatico. Tutte aree già densamente popolate e con tassi demografici in aumento. Dovremmo riflettere sulle conseguenze di una migrazione di massa, con numeri che potrebbero arrivare al miliardo di africani (perlopiù giovani) in rotta verso l'Europa. Perché non esiste alcuna possibilità che le politiche di difesa dei confini dei partiti politici di destra possano avere successo. È necessario mettere in campo una strategia e, come sostiene Carlo Petrini, la transizione ecologica e sociale è oggi la strada possibile. L'unica che ci può sottrarre all'ansia di dover fronteggiare problemi enormi, senza avere gli strumenti per farlo. 

 

Il libro - Il gusto  di cambiare di Gaël Giraud e Carlo Petrini in dialogo con Stefano Arduini (Slow Food, pagg. 176, euro 18)