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Biennale Architettura, l'Ucraina, a sorpresa, c'è. E colpisce al cuore

L'installazione del Padigione Ucraina 
Venezia: abbiamo visitato in anteprima lo spazio riservato al Paese invaso, che ha deciso last minute di partecipare alla manifestazione curata da Lesley Lokko. Un'installazione scurissima che ricorda un rifugio. Per non dimenticare
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VENEZIA. Uno spazio completamente nero, un rifugio spoglio, vuoto. Il padiglione dell'Ucraina, in via di allestimento alla Biennale Architettura di Venezia, che apre al pubblico sabato 20 maggio per chiudersi il 26 novembre, si configura come uno spazio diverso da ogni altro, un padiglione di guerra, dove il messaggio della Biennale curata da Lesley Lokko, intitolata The Laboratory of the Future, non può che declinarsi in modo completamente diverso da tutti gli altri padiglioni.

Allestito a sorpresa (nella conferenza stampa di presentazione della rassegna alcuni mesi fa, il presidente della Biennale Roberto Cicutto aveva dichiarato che non si avevano notizie di una eventuale presenza ucraina alla manifestazione), crea uno iato rispetto a tutto quello che si trova intorno. A preannunciarlo per il visitatore, una installazione  molto interessante intitolata The Nebelivka Hypotesis che si trova nel settore non dedicato ai padiglioni nazionali:  tocca il cuore della …

VENEZIA. Uno spazio completamente nero, un rifugio spoglio, vuoto. Il padiglione dell'Ucraina, in via di allestimento alla Biennale Architettura di Venezia, che apre al pubblico sabato 20 maggio per chiudersi il 26 novembre, si configura come uno spazio diverso da ogni altro, un padiglione di guerra, dove il messaggio della Biennale curata da Lesley Lokko, intitolata The Laboratory of the Future, non può che declinarsi in modo completamente diverso da tutti gli altri padiglioni.

Allestito a sorpresa (nella conferenza stampa di presentazione della rassegna alcuni mesi fa, il presidente della Biennale Roberto Cicutto aveva dichiarato che non si avevano notizie di una eventuale presenza ucraina alla manifestazione), crea uno iato rispetto a tutto quello che si trova intorno. A preannunciarlo per il visitatore, una installazione  molto interessante intitolata The Nebelivka Hypotesis che si trova nel settore non dedicato ai padiglioni nazionali:  tocca il cuore della terra del Paese, il suo chornozem, il fertile suolo ucraino, la terra nera che nutre milioni di persone con i suoi prodotti non solo in patria, ma in tutto il mondo, e che secondo alcune nuove ipotesi archeologiche si sarebbe formata grazie ai detriti prodotti da antichissime comunità umane risalenti addirittura al 6000 avanti Cristo.

LA DESCRIZIONE

Una dichiarazione potente accoglie invece il visitatore nel padiglione allestito in Sala d Armi: "Oltre quattrocento giorni di vita in guerra hanno mostrato le storie non possono essere raccontate in assenza di una linea di difesa. Dovunque si svolga la narrazione, c e qualcosa o qualcuno che permette a quella voce di essere ascoltata in modo relativamente sicuro. Sotto un tetto o dietro un bastione, possiamo trovarci per discutere le questioni più urgenti del futuro". E se lo spazio in Sala d Armi somiglia volutamente a un bunker, o alle stazioni della metropolitana di Kiev che tutti abbiamo visto in fotografia, trasformate in rifugi per la popolazione minacciata dalle bombe, presso lo Spazio Esedra ai Giardini l'installazione a cielo aperto si basa su una rete di fortificazioni del X secolo nella regione di Kiev in gran parte dimenticata, riattivata durante i primi giorni della invasione russa. Proprio questo spazio durante i prossimi mesi vedrà avvicendarsi una serie di incontri pubblici con i rappresentanti della comunità culturale ucraina. 

IL SIGNIFICATO

Il Padiglione ucraino vuole raccontare, nelle parole dei suoi curatori (Iryna Myroshnykova, Olesksii Petrov, Borys Filonenko) "la situazione paradossale in cui si trovano oggi gli architetti ucraini. Per molto tempo il nostro Paese non è stato presente alla Biennale. Riappare ora, in un momento cruciale, per raccontare storie e mettere in contatto comunità diverse". Gli architetti invitati a partecipare declinano questo paradosso ciascuno a suo modo: un progetto si intitola 30% e si interroga su cosa accadrà al suolo ucraino dopo la guerra, ipotizzando che questa percentuale verrà destinata, non essendo piu abitabile per via degli esiti della guerra, alla natura. Un altro progetto, March On, si concentra sulle marce, azioni pubbliche che negli ultimi decenni hanno marcato la nascita di una coscienza democratica in Ucraina.

Sono azioni, progetti che non molto hanno a che fare con la progettazione classica come attività principe dell'architettura. Ma sono invece molto in linea con il principio che Lesley Lokko ha voluto come ispirazione di questa Biennale: ossia fare della architettura una attività di mediazione, di progettazione del futuro che lavori su molti piani. Anche in Ucraina, ci dicono gli spazi provvisori allestiti qui a Venezia, si continua a progettare e a immaginare il giorno in cui sarà possibile uscire dal bunker.