Hans Ulrich Obrist: "Inclusive ed ecologiche, così devono essere le mostre del futuro"
di Dario PappalardoHa iniziato a viaggiare in cerca di artisti a 17 anni; a 23 curava la prima mostra nella sua cucina e da allora lo svizzero Hans Ulrich Obrist (classe 1968) non si è più fermato. Sono più di 4000 le ore di interviste da lui registrate con i grandi del contemporaneo (l'archivio è al Luma di Arles); le sue maratone sono leggendarie. Nel frattempo, è diventato direttore artistico della Serpentine Gallery di Londra e ha firmato decine di progetti, cataloghi e libri. L'ultimo in uscita in Italia ha un titolo diretto: A che cosa serve l'arte (con Gianluigi Recuperati, Marsilio) ed è una sintesi dell'Obrist-pensiero. J.G. Ballard gli disse una volta: "Tu sei uno che fa giunture, sei un junction maker". "Una definizione perfetta per me", risponde lui, che, da una mostra all'altra, come curatore o visitatore, non si ferma mai.
Obrist, quali sono le mostre necessarie oggi?
"Penso al video di Steve McQueen, i…
Ha iniziato a viaggiare in cerca di artisti a 17 anni; a 23 curava la prima mostra nella sua cucina e da allora lo svizzero Hans Ulrich Obrist (classe 1968) non si è più fermato. Sono più di 4000 le ore di interviste da lui registrate con i grandi del contemporaneo (l'archivio è al Luma di Arles); le sue maratone sono leggendarie. Nel frattempo, è diventato direttore artistico della Serpentine Gallery di Londra e ha firmato decine di progetti, cataloghi e libri. L'ultimo in uscita in Italia ha un titolo diretto: A che cosa serve l'arte (con Gianluigi Recuperati, Marsilio) ed è una sintesi dell'Obrist-pensiero. J.G. Ballard gli disse una volta: "Tu sei uno che fa giunture, sei un junction maker". "Una definizione perfetta per me", risponde lui, che, da una mostra all'altra, come curatore o visitatore, non si ferma mai.
Obrist, quali sono le mostre necessarie oggi?
"Penso al video di Steve McQueen, il regista di 12 anni schiavo, sulla Grenfell Tower in mostra alla Serpentine, fino a 10 giorni fa. C'era solo lo schermo con le immagini riprese dall'alto del grattacielo londinese distrutto dall'incendio nel 2017: 72 morti. Sono 24 minuti senza commento. Nella galleria buia non c'era nient'altro. Una mostra serve a questo: a salvare la memoria. A quella tragedia non è stata ancora resa giustizia. Steve ha conosciuto ogni singolo membro di quella comunità, i sopravvissuti e le famiglie. Ha invitato i parlamentari e i politici britannici all'inaugurazione, ma sono venuti in pochissimi".
Salvare la memoria è anche la missione di tanta arte di oggi: dare spazio alle minoranze e alle culture finora sottorappresentate.
"Da adolescente, Alighiero Boetti mi ha introdotto allo scrittore francese di origine caraibica Édouard Glissant, che è diventato il mio mentore. Glissant mi ha fatto capire quanto sia importante mettere in connessione le diverse culture in modo costruttivo. La sua idea di mondialità combatte la globalizzazione che tende a omogeneizzare tutto. Gli artisti non devono essere ridotti a categorie: sono complessi come il loro lavoro. La poetessa libanese Etel Adnan diceva che l'identità può essere una prigione. Dobbiamo imparare a essere locali senza diventare localistici: le radici non devono opprimerci, né risultare oppressive per gli altri. Glissant ha predetto anche le nuove forme di nazionalismo e intolleranza. Abbiamo bisogno di un futuro insieme, non di isolamento. Per questo mi piace connettere nelle mostre artiste e artisti di diversa generazione e provenienza".
Il mondo dell'arte sta finalmente cercando di riparare anche alla sottovalutazione e all'emarginazione delle artiste.
"Sono sempre andato alla ricerca delle artiste e degli artisti meno visti in generale, e continuo a farlo. L'ultima Biennale d'Arte di Venezia ha preso il titolo da Leonora Carrington, che era una mia amica. Alla Serpentine abbiamo ospitato la prima retrospettiva in Gran Bretagna di Barbara Chase-Riboud, una personalità incredibile: ha realizzato opere che omaggiano Malcom X o Josephine Baker; è stata incoraggiata nella scrittura da Toni Morrison e i suoi libri sono dei successi. Ha viaggiato tra Cina, Africa, Europa... in Italia ha lavorato a tante sculture, ma non le è stata mai dedicata una grande mostra. Dovete farlo!".
Sin da giovane è partito alla scoperta di nuovi artisti. Ma oggi dove sono le novità?
"C'è una molteplicità di centri, non sono più gli anni delle avanguardie newyorchesi. Qualche settimana fa sono tornato in Grecia, dove si sta affacciando una nuova generazione di creativi e collezionisti molto interessante. Ma oggi le vere novità arrivano dall'incrocio tra il mondo dell'arte e quello dei videogiochi, dove si incontrano più mezzi: musica, scultura, architettura. Tanti giovani artisti nel mondo stanno adottando questo medium con risultati eccezionali, penso al francese Neïl Beloufa o al sudanese Lual Mayen, per esempio. Gli artisti così creano nuovi mondi. Non possiamo predire il futuro, ma seguire i vari sentieri e connetterli. Il mese prossimo il Centre Pompidou Metz ospiterà la mostra Worldbuilding. Gaming and Art in the digital age che vuole raccontare proprio questo".
Come devono cambiare i musei?
"La Serpentine, dove lavoro, è una Kunsthalle che non ha una collezione sua. Penso ai cambiamenti che possiamo fare noi. Dobbiamo realizzare più mostre che coniughino l'arte e la tecnologia. Dobbiamo essere responsabili sul piano ecologico: prendere meno aerei, riciclare quando è possibile. Ma c'è qualcos'altro che deve cambiare in modo più profondo: gli artisti sono sempre più interessati a progetti a lungo termine e noi curatori dobbiamo seguirli. Alexandra Daisy Ginsberg alla Serpentine ha creato un giardino che crescerà negli anni. Per Adrián Villar Rojas l'artista è come un fattore e lui ha improntato il suo lavoro proprio così. In fondo, lo faceva già decenni fa Gianfranco Baruchello. E poi un museo deve essere inclusivo e contribuire al cambiamento della società. Arthur Jafa mi ha detto: 'io voglio andare a mostrare la mia arte in altri quartieri, non solo a Kensington'. I musei non devono avere muri né porte".
Lei ha intervistato tutti i grandi del contemporaneo e non solo gli artisti. Ma se potesse viaggiare nel passato chi intervisterebbe?
"Ildegarda di Bingen. Sono stato ossessionato dalla sua musica, dal suo studio della natura e della cura. Mi sarebbe piaciuto moltissimo incontrarla. E poi Paolo Uccello. La direttrice del Louvre Laurence des Cars mi ha chiesto di lavorare al remake del libro di Pierre Schneider Louvre, mon amour: una serie di conversazioni degli anni Sessanta con grandi come Chagall e Giacometti che scelgono il capolavoro preferito dalla collezione del museo. Ho coinvolto, tra gli altri, Anselm Kiefer, Kader Attia, Simone Fattal... e Daniel Buren ha scelto la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello".
Conclude sempre le sue interviste con la domanda: qual è il suo progetto non realizzato? Lei che cosa risponde?
"Che ho una lista infinita. Mi farebbe piacere aprire un college in cui far convivere più discipline come era il Black Mountain College dove insegnarono Albert Einstein e John Cage. Ma poi il mio sogno è proprio quello di lavorare a una mostra di progetti non realizzati da altri: aiutare quelle idee a diventare finalmente realtà".
Hans Ulrich Obrist e Gianluigi Ricuperati presentano "A che cosa serve l’arte" (Marsilio) venerdì 19 maggio, ore 18.30 a Le Stanze della Fotografia Isola di San Giorgio Maggiore - Venezia. Ingresso libero su prenotazione, fino a esaurimento posti