Perché Jung è un maestro
di Luigi ZojaFreud è stato chiamato il più influente fra gli intellettuali della sua epoca. Anche se i paragoni tra Freud e Jung riempiono già biblioteche, partiamo da qui per un breve confronto.
Freud è stato un intellettuale, Jung un maestro. L'intellettuale lascia una traccia col pensiero, il maestro col suo essere. I continuatori del primo seguono le idee che ha lasciato, quelli del secondo la sua personalità.
L'intellettuale rinvia ad altri campi, come l'università o le pubblicazioni. Il maestro, invece, diventa un riferimento con la sua vita, contraddizioni incluse. Se il suo lascito fossero le teorie, ogni incoerenza lo svaluterebbe. Il maestro - appellativo rinascimentale, poi diffuso dalla cultura tedesca, ancora usato per esprimere rispetto in Spagna e Ispanoamerica - è dotato di qualità individuali, che titoli o diplomi non sono sufficienti a racchiudere. Più che un sistema teorico, ci tramanda una completezza.…
Freud è stato chiamato il più influente fra gli intellettuali della sua epoca. Anche se i paragoni tra Freud e Jung riempiono già biblioteche, partiamo da qui per un breve confronto.
Freud è stato un intellettuale, Jung un maestro. L'intellettuale lascia una traccia col pensiero, il maestro col suo essere. I continuatori del primo seguono le idee che ha lasciato, quelli del secondo la sua personalità.
L'intellettuale rinvia ad altri campi, come l'università o le pubblicazioni. Il maestro, invece, diventa un riferimento con la sua vita, contraddizioni incluse. Se il suo lascito fossero le teorie, ogni incoerenza lo svaluterebbe. Il maestro - appellativo rinascimentale, poi diffuso dalla cultura tedesca, ancora usato per esprimere rispetto in Spagna e Ispanoamerica - è dotato di qualità individuali, che titoli o diplomi non sono sufficienti a racchiudere. Più che un sistema teorico, ci tramanda una completezza. Il suo insegnamento è difficilmente ripetibile senza la sua presenza. Il suo stile - quello che, appunto, non chiamiamo bravura ma maestria - deve esser sviluppato di nuovo da ogni allievo, personalmente, anche contraddicendo o contrastando il maestro stesso.
Presi da un dubbio, i seguaci di Freud possono rivolgersi ai suoi scritti, quelli di Jung chiedersi cosa avrebbe fatto al loro posto. Anche quando esaminiamo la parte più clinica dei suoi testi, come il volume 16 delle Opere, non troviamo nulla di simile a un trattato di psicoterapia o di psichiatria. Il suo contenuto non propone tanto norme terapeutiche, quanto considerazioni su quello che ha imparato dai pazienti, esposte in modo spesso affascinante, ma mai accademico né lineare: lo vedremo qui nelle riflessioni sui viaggi in Africa, nella sua identificazione coi malati mentali, nel disinteresse per qualunque astrazione non legata all'esperienza.
Per Jung, conoscere voleva dire sperimentare di persona. Produrre solo concetti non è psicologia: non è ancora niente. Non per nulla, sua è la principale innovazione rivolta a insegnare l'arte psicoanalitica, che suggerì a Freud e questi accettò: per diventare analista, il requisito di base consiste nel sottoporsi personalmente a un'analisi. Fu una intuizione fondamentale che presso ogni scuola - freudiana, junghiana, adleriana, lacaniana - passato più di un secolo è rimasta il centro di ogni formazione psicoanalitica. Purtroppo, essa non è stata oggetto di molte ricostruzioni storiche: appartiene al primo Jung, relativamente offuscato dalla collaborazione con Freud che su lui giganteggiava.
In essa troviamo già due elementi inconfondibilmente junghiani.
1. Il radicale empirismo, spesso sottovalutato per l'influenza di luoghi comuni che, al contrario, presentano il pensiero di Jung come mistico.
2. La convinzione che perseguire un equilibrio della psiche significhi non separarne mai troppo gli opposti: chi cerca il bene deve conoscere il male; chi la salute, lasciarsi infettare dalla malattia. Quindi, imparare a curare come analista comporta, innanzitutto, stare a lungo al posto del paziente.
Data la vastissima cultura di Jung, non possiamo escludere che raccomandare un'analisi per il futuro analista derivi anche da un umanesimo che risale fino a Platone, il quale in Repubblica dice: "I medici ...] sarebbero veramente perfetti, se fin da fanciulli, oltre che apprendere la loro arte ...] potessero contrarre ogni sorta di malattia. In effetti, io credo, non è col corpo che si curano i corpi [...] ma con l'anima".
Proprio perché opposta a quella di cattedratico, la definizione di maestro è meno precisa di quanto lo siano i titoli accademici. La qualifica "maestro di vita" è in parte intercambiabile con quella di sapiente o di saggio. Centrali, nell'insegnamento di Jung, sono gli archetipi: che, per restare astratti, assumono spesso dei nomi. Per esempio "eroe" o "vecchio saggio". Uno dei risultati fu che, con gli anni, a Jung venne spesso affibbiata quest'ultima definizione. Non era più l'iniziale collaboratore di Freud, né lo studioso - e accademico - insignito di ragguardevoli titoli honoris causa, ma "il vecchio saggio": una definizione che adotterà lui stesso per la voce della sua Personalità (interiore) n. 2. Gli accadde dunque quello che era capitato nella cultura antica. Da Socrate in poi si sviluppò la filosofia, sistema di pensiero che sopravviveva alla morte dei suoi autori; mentre i pensatori greci non sistematici vennero chiamati sapienti o saggi. Anch'essi continuarono a essere molto ascoltati, ma il loro lascito rimase legato alla loro vita.
© 2023 Bollati Boringhieri editore, Torino