Cultura

È morta Daniela Zedda, fotografa tra arte e jazz

È morta Daniela Zedda, fotografa tra arte e jazz
Nata a Cagliari 64 anni fa, aveva ritratto i grandi della musica da Miles Davis a Dizzie Gillespie. Suo anche un celebre scatto con Maria Lai
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Una delle sue foto più famose ritrae Maria Lai con la pistola. La grandissima artista sarda con un revolver in mano. Gioco, irriverenza, imprevedibilità. In quell'immagine è raccontato il talento di Daniela Zedda, la fotografa cagliaritana scomparsa questa mattina all'età di 64 anni. Per Daniela il ritratto era ricerca e contatto, un'arte del racconto più attenta alla sostanza umana che alla costruzione estetica. "Osservo, parlo, aspetto", disse in una delle sue rare apparizioni televisive. "Aspetto il momento in cui le persone si interiorizzano, rinunciano alla maschera. E si mostrano nella loro vera essenza".

Aveva cominciato quasi per caso, giovanissima, in una Cagliari magicamente travolta dalle stelle del jazz. Unica ragazza in un mondo maschile. Caracollava sotto il palco con il suo pesante armamentario, pronta a cogliere come nessun altro le guance rigonfie di Miles Davis, lo sguardo potente di Miriam Makeba,  le mani di Dizzie Gillespie sulla tromba. Erano scatti istantanei, realizzati durante lo spettacolo. Ma non c'era niente di casuale in quelle immagini perché Daniela Zedda cercava le sue foto con l'ostinazione ossessiva di un pescatore di perle. Capace di ascoltare musica per giorni interi, pur di arrivare preparata all'incontro.

Dizzie Gillespie (foto Daniela Zedda)
Dizzie Gillespie (foto Daniela Zedda) 

 

Come se tutto fosse già disegnato nella sua testa e occorreva solo aspettare l'attimo per rendere quell'immagine concreta, accessibile al mondo. Perfezionista fino all'ossessione, nella fotografia come nella vita (i suoi ritratti del jazz sarebbero stati raccolti nel volume Solitude, con i testi di Giuseppe Videtti, Imago Mulimedia editore).

Dai mostri sacri della musica sarebbe stato naturale per le spostarsi nel mondo dell'arte e della letteratura, chiamata dai festival culturali sardi, prima l'Isola delle storie a Gavoi, poi Tuttestorie a Cagliari. I suoi scatti hanno fatto il giro del mondo, raccolti nelle mostre di New York (anche nel palazzo del New York Times), di Parigi, di Praga e Budapest.

Miriam Makeba (foto Daniela Zedda)
Miriam Makeba (foto Daniela Zedda) 

C'era qualcosa di speciale nei ritratti, non solo perché affidati alla formidabile invenzione del contesto di cui era indiscutibile regista - sempre all'ascolto dell'altro - ma anche perché erano capaci di comporre in armonia il volto più cupo e irregolare. Non c'era scrittore, filosofo, maître à penser - anche tra i più scontrosi - che poi non le chiedesse la foto, cosa che provocava la sua compiaciuta ironia. Il segreto del talento era nella generosità che coincideva con il senso del bello. "Quando guardo una persona osservo le linee del volto, cogliendone luci e ombre, positivi e negativo. Poi c'è tutto il resto, il modo di gesticolare, la postura, l'atteggiamento davanti alla macchina. Io aspetto l'armonia e in quel preciso istante scatto" (alcuni dei suoi ritratti sono stati raccolti nel volume Al di là del mare con testi di Maria Paola Masala).

La Sardegna è stata il fil rouge del suo lavoro, un mondo culturale e antropologico mai consegnato alla mitografia folclorica, ma sempre reinterpretato attraverso i suoi artisti più sapienti e negli ultimi tempi attraverso la ricerca creativa di Antonio Marras, a cui la legava un'amicizia profonda. Forse non è un caso che une delle ultime opere sia stata dedicata ai centenari sardi, un omaggio al territorio e contemporaneamente una riflessione sulla vita.

Maria Lai (particolare, foto Daniela Zedda)
Maria Lai (particolare, foto Daniela Zedda) 

C'era una domanda esistenziale da cui è scaturito il volume Senes (pubblicato da con testi di Marcello Fois), un quesito che negli ultimi anni le stava a cuore. Che cosa spinge a vivere quando si è sopravvissuti agli amici più cari, agli affetti più intimi, alla propria stessa esistenza? Solo chi ama profondamente la vita è interessato alla risposta. Ed è capace di tradurla in immagini sospese, quotidiane e insieme eterne.  In fondo è stato questo l'ultimo dono di Daniela Zedda.  A chi le chiedeva se avesse mai fatto foto all'insaputa dei soggetti, rispondeva: "Non esistono per me scatti rubati perché rubare è il contrario di donare". La fotografia come dono, l'essenza d'un lavoro interrotto troppo presto.