✕

Tschumi, l'architetto del museo dell'Acropoli di Atene: "Ora restituite i marmi del Partenone"

Una sala dell'Acropolis Museum di Atene 

Ascolta l'audio

Parla il designer del nuovo Acropolis Museum: il suo sogno è rivedere finalmente il fregio ricomposto, ma il dibattito che coinvolge il British Museum è ancora aperto
3 minuti di lettura

Lord Byron l'aveva definito senza mezzi termini un saccheggio e lui, massimo poeta del romanticismo, non aveva dubbi sul fatto che i marmi del Partenone, staccati dalla loro sede originaria sull'Acropoli di Atene e spediti in Inghilterra via nave dall'aristocratico inglese Lord Elgin, dove furono venduti al governo britannico, e da lì esposti al British Museum, dovessero essere restituiti alla Grecia.

Era l'inizio del XIX Secolo, fra il 1801 e il 1812, e da allora il dibattito non si è mai risolto, anzi, nell'ottica di una visione storica e politica postcoloniale, la restituzione di opere d'arte e reperti archeologici acquisisce oggi un valore simbolico ancora più significativo che coinvolge non solo Gran Bretagna e Grecia, ma molte altre nazioni e alcuni fra i più blasonati musei e collezioni al mondo.

L'architetto Bernard Tschumi 

Ne ab…

Lord Byron l'aveva definito senza mezzi termini un saccheggio e lui, massimo poeta del romanticismo, non aveva dubbi sul fatto che i marmi del Partenone, staccati dalla loro sede originaria sull'Acropoli di Atene e spediti in Inghilterra via nave dall'aristocratico inglese Lord Elgin, dove furono venduti al governo britannico, e da lì esposti al British Museum, dovessero essere restituiti alla Grecia.

Era l'inizio del XIX Secolo, fra il 1801 e il 1812, e da allora il dibattito non si è mai risolto, anzi, nell'ottica di una visione storica e politica postcoloniale, la restituzione di opere d'arte e reperti archeologici acquisisce oggi un valore simbolico ancora più significativo che coinvolge non solo Gran Bretagna e Grecia, ma molte altre nazioni e alcuni fra i più blasonati musei e collezioni al mondo.

L'architetto Bernard Tschumi 

Ne abbiamo parlato con l'architetto Bernard Tschumi, che ha costruito l'Acropolis Museum di Atene, oggi al centro del dibattito, anche perché fra i temi che connotano quest'affascinante edificio, costruito di fronte all'Acropoli con una vista spettacolare sulla rocca fortificata dove gli ateniesi avevano eretto templi, teatri e le architetture pubbliche simbolo della polis democratica, c'è quello della restituzione.

Nato a Losanna nel 1944, doppia nazionalità svizzera francese, Tschumi che oggi vive fra New York e Parigi dove ha le due sedi di Bernard Tschumi Architects, ha all'attivo, fra le molte architetture, il Parc de la Villette a Parigi, capolavoro urbano condiviso con il filosofo Jacques Derrida, e un'importante carriera universitaria negli Usa, da Princeton alla Columbia. L'abbiamo raggiunto nel suo studio di New York, e lui, essenziale, determinato, preciso, elegante, come il museo di Atene, va dritto al punto.


"Quello che è stato chiaro fin dall'inizio è che volevamo esporre il fregio nella sua interezza, nella stessa sequenza dell'originale con quella potenza visiva e narrativa che gli ateniesi potevano seguire camminando intorno al Partenone. Questo era il punto: avessimo o meno tutte le sculture originali", spiega Tschumi che ha progettato l'intero museo, costruito nel 2009, evidenziando le sculture mancanti, a volte lasciando spazi vuoti molto evidenti, altre volte sottolineando lo spazio delle copie.

"Il sito è stato progettato in modo che il pubblico camminando potesse seguire la narrazione del fregio proprio come quando fu costruito - continua l'architetto - Ancora oggi parte del fregio è a Londra al British Museum e l'altra ad Atene. Quella di Londra è originale così come quella di Atene. Ma lo spessore delle sculture di Londra è stato tagliato e ridotto per alleggerire il peso per il trasporto. Quindi quando abbiamo iniziato a progettare il design per il fregio abbiamo lasciato una notevole differenza nello di spessore. I blocchi di marmo di Atene sono il doppio rispetto alle copie delle sculture di Londra".

Una sala dell'Acropolis Museum di Atene 

Il dibattito sulla restituzione delle opere del British Museum, intanto, coinvolge ministri, legislatori, direttori di musei in un delicato equilibrio di relazioni politiche internazionali. Un primo passo è stato fatto dal Museo Archeologico Salinas di Palermo che ha restituito nel 2021, sotto forma di prestito, un frammento significativo di una parte del Partenone, seguito dai Musei Vaticani che a marzo hanno fatto arrivare ad Atene, dove di recente l'architetto inglese David Chipperfield ha vinto il concorso per la riqualificazione del Museo Archeologico, tre sculture di altri templi dell'Acropoli.


"Certo non c'è altra risposta che i marmi originali dovrebbero tornare al Museo dell'Acropoli di Atene", dice Tschumi che riflette nel design del museo il profondo significato politico della restituzione. Un significato che si staglia netto nel magnifico terzo livello del museo, un'immensa scatola di vetro da cui si vede la rocca dell'Acropoli in cui l'architetto ha ricostruito a grandezza naturale il fregio del Partenone, inserendo i blocchi di marmo originali posseduti dalla Grecia accanto a copie delle sculture esposte al British Museum identificabili per lo spessore e il materiale.


"Il pubblico entra al primo livello del museo costruito sopra il sito archeologico che si vede sotto il pavimento trasparente. Le rovine sono così vicine che ti sembra di poterle toccare, ci cammini sopra, e le vedi attraverso il vetro. Lì inizia un percorso ascensionale attraverso le epoche storiche greche fino ad arrivare al terzo livello, e, finalmente, all'incredibile fregio del Partenone con le sculture di Fidia, l'apoteosi del periodo classico dell'arte greca. Qui il movimento delle persone che camminano intorno al fregio è fondamentale, perché sono immerse nella narrazione antica, è come se l'immagine fosse in movimento. E poi, spostando lo sguardo, hanno l'incredibile visione del Partenone vero sull'Acropoli, e della città contemporanea. Un cortocircuito fra epoche e luoghi".


La relazione fra architettura, movimento e cinema è sempre stata il rovello di Tschumi fin da uno dei primi studi The Manhattan Transcript (1978) in cui l'architetto osservava il movimento del pubblico di fronte a suoi disegni lunghi nove metri. "Come giovane architetto a metà dei Settanta ero interessato al concetto che l'architettura non può essere separata dal movimento - precisa - Interagire con l'architettura implica il movimento del corpo nello spazio". Movimento del corpo nello spazio che mette in moto, come nelle antiche processioni, percezioni diverse dello spazio e dell'immagine. È così che Tschumi scopre, attraverso una serie di interessanti coincidenze, che il regista dell'avanguardia decostruttivista russa Sergej Ejzenštejn, avesse considerato il fregio del Partenone come la prima esperienza di immagine in movimento. "È fondamentale che il fregio venga interamente ricomposto, con le sculture di Londra, quelle di Vienna, e altre ancora, per poter restituire la narrazione e quell'esperienza dell'immagine in movimento che gli artisti e architetti greci avevano già immaginato" continua Tschumi. "Il tema è molto delicato, perché, se il British Museum restituisse i marmi di Elgin, altre nazioni chiederebbero, ad esempio, al Louvre a Parigi, o al Met di New York, di restituire altre opere si aprirebbe davvero una grande questione internazionale".