Paolo Portoghesi e l'architettura umanista
di Claudio StrinatiNegli ultimi tempi compariva sempre più spesso in video alle presentazioni di libri, ai convegni, agli incontri di studio. Ancora un mese fa Paolo Portoghesi, morto ieri a 91 anni, aveva accettato volentieri di partecipare alla giornata che l’Accademia Nazionale di San Luca dedicava a Renato Nicolini. Così, nella solenne aula accademica, Portoghesi compare sullo schermo dalla casa di Calcata, con quella sua aria di sempre, pacata, sorniona, la voce leggermente nasale, l’eloquio lento e continuo. Non ha perso una stilla della sua verve moderata e noi amici lo ascoltiamo con l’attenzione di sempre. Non ripete mai il risaputo. Manifesta le sue idee, questo è quanto, di qualunque argomento si parli. Ma stavolta è ancor più divertente del solito. Parla di quel geniale discolo di Nicolini che è stato suo allievo e sembra che l’amico Renato sia lì davanti, pur essendo precocemente scomparso dieci anni fa. Ha parecchie c…
Negli ultimi tempi compariva sempre più spesso in video alle presentazioni di libri, ai convegni, agli incontri di studio. Ancora un mese fa Paolo Portoghesi, morto ieri a 91 anni, aveva accettato volentieri di partecipare alla giornata che l’Accademia Nazionale di San Luca dedicava a Renato Nicolini. Così, nella solenne aula accademica, Portoghesi compare sullo schermo dalla casa di Calcata, con quella sua aria di sempre, pacata, sorniona, la voce leggermente nasale, l’eloquio lento e continuo. Non ha perso una stilla della sua verve moderata e noi amici lo ascoltiamo con l’attenzione di sempre. Non ripete mai il risaputo. Manifesta le sue idee, questo è quanto, di qualunque argomento si parli. Ma stavolta è ancor più divertente del solito. Parla di quel geniale discolo di Nicolini che è stato suo allievo e sembra che l’amico Renato sia lì davanti, pur essendo precocemente scomparso dieci anni fa. Ha parecchie cose da rimproverargli, Portoghesi, ma per il suo bene. Ne riconosce il talento strepitoso ma l’allievo lo delude. Non andava così bene. Ma lo perdona. L’Estate romana, una cosa strepitosa.
Un’invenzione postmoderna, verrebbe da dire e il postmoderno nell’architettura lo ha in qualche modo teorizzato proprio lui, Paolo Portoghesi, tanti anni fa, dopo la memorabile Biennale Architettura del 1979 e l’invenzione del Teatro del mondo di Aldo Rossi e, l’anno dopo, della Strada Novissima dove aveva convocato personalità come Gehry, Koolhaas, Purini. Una folgorazione di creatività eccelsa dove si era visto cosa vuol dire essere insieme grande creatore e grande maestro. Una lezione che non si dimenticherà più fino a sfociare nelle recenti tesi della geoarchitettura cui Portoghesi, che solo nella capitale aveva firmato opere come Casa Baldi e la moschea, si sarebbe dedicato negli ultimi vent’anni della prolifica esistenza. La continuità di pensiero e di azione ha caratterizzato, in effetti, la sua lunga e fervida vita che potrebbe intitolarsi come l’ultima delle molte riviste da lui fondate e dirette Abitare la Terra.
Il primo libro (1956), su Guarino Guarini, Portoghesi lo aveva scritto su queste stesse tematiche che torneranno in uno degli ultimi libri, il singolarissimo Poesia della curva (Gangemi 2020). Guarini era un frate teatino del Seicento, all’epoca noto solo a una ristrettissima cerchia di specialisti, che aveva imparato tutto dal Borromini eppure aveva creato qualcosa di assolutamente immenso e personalissimo e oggi, almeno per la Cappella della Sindone nel Duomo di Torino, viene ricordato con reverenza. Portoghesi lo aveva riscoperto e amato attraverso lo studio del Borromini perché era Borromini, in realtà, l’oggetto primo e inizialmente quasi esclusivo, del suo interesse di autore e studioso insieme. Ma in verità l’amore di Portoghesi era, e sarebbe sempre rimasto, un esempio emblematico di amore per la cultura in sé e per sé. Sembra retorico, ma tutto è meno che retorico.
Ascoltandolo o leggendolo, penso spesso a Benedetto Croce quando loda Marx per la sua capacità metaforica di indossare gli occhiali giusti. Se hai difetti visivi e metti gli occhiali adatti vedi bene perché i contorni delle cose, da sfuocati e incerti che erano, li vedrai nitidamente. E Portoghesi ha sempre inforcato gli occhiali giusti, sia in veste di autore sia in veste di storico e critico dell’architettura. Questo gli ha permesso soprattutto di entrare nelle più profonde e vertiginose dimensioni del cosiddetto barocco, di cui è stato ed è massimo conoscitore. Amava quel periodo e in particolare venerava la figura, appunto, di Francesco Borromini che l’ha accompagnato tutta la vita. Capitava di parlarne soprattutto quando si andava alla casa e al giardino di Calcata, questa sorta di Locus Solus dove, con lui e l’amata moglie Giovanna, ha vissuto e prosperato una bella famiglia di piante e animali, una casa per me meravigliosa. Era bellissimo sbirciare i libri disseminati in ogni dove.
Una volta mi dice: «guarda, questo è il mio primo libro» e tira fuori una specie di scartafaccio, scritto a mano con una grafia ordinata e remota, «è la prima monografia che ho fatto sul Borromini, ero poco più che un bambino. Una copia unica l’ho sempre conservata». Poi libri su Borromini ne ha scritti una caterva e in tanti momenti della sua vita, sempre diversi, sempre più approfonditi e complessi. Portoghesi, a ben vedere, era un intellettuale che di professione ha fatto sia il professore sia l’architetto, ma era nato come letterato attrezzatissimo, scrittore provetto e cultore di tutte le arti, prime fra tutte il Teatro e la Musica.
Da grande maestro non poteva non contrastare con quello che fu, a sua volta, il suo grande maestro, Bruno Zevi, con cui fece negli anni Sessanta cose meravigliose, tra cui un lavoro celeberrimo su Michelangelo architetto. In uno dei suoi libri più sentiti e commoventi Roma/Amor, Marsilio 2019, Portoghesi, con la discrezione e la passione che lo hanno sempre contraddistinto, rievoca qualcosa di quella vicenda. E sembra la storia di Bernini e Borromini, i due eterni rivali, per cui era necessario schierarsi. Non aveva forse detto Urbano VIII nel Seicento che il Bernini era il Michelangelo del suo tempo? E così eccoli, uno davanti all’altro, i due grandi storici dell’architettura del nostro tempo.
Quel che è certo è che erano due giganti ma incompatibili, e peraltro non poi in modo così drastico e assoluto. Adesso quella epocale disputa è terminata ma le conseguenze sul piano della cultura contemporanea pesano ancora e peseranno per molto tempo oltre il nostro.