Ada d'Adamo e il libro che respira letteratura
di Francesco PiccoloDel libro di Ada si era cominciato a parlare da un po'. Poi una sera a cena con gli amici lei ha detto che lo avrebbe pubblicato con Elliot, nel modo in cui poteva dirlo lei: con timidezza e ostinazione. Suo marito, Alfredo, mentre lei era distratta, ha detto rivolto ad alcuni di noi: davvero, non lo dico perché è lei, ma è un libro bellissimo.
In seguito, Alfredo ha raccontato che la nostra espressione, a quella sua frase, è stata condiscendente e scettica. Almeno per me, era vero. Ero sicuro che dentro quel libro ci sarebbe stato un dolore molto grande, e ci sarebbe stata la grande umanità di Ada; ma non ero affatto sicuro che potesse essere un libro bellissimo, come diceva lui. Non è che uno una mattina si sveglia, e scrive un libro bellissimo. Non è che poiché una persona è malata di cancro, scrive un libro bellissimo. Non è che una persona così piena di eventi dolorosi nella propria vita, poi automa…
Del libro di Ada si era cominciato a parlare da un po'. Poi una sera a cena con gli amici lei ha detto che lo avrebbe pubblicato con Elliot, nel modo in cui poteva dirlo lei: con timidezza e ostinazione. Suo marito, Alfredo, mentre lei era distratta, ha detto rivolto ad alcuni di noi: davvero, non lo dico perché è lei, ma è un libro bellissimo.
In seguito, Alfredo ha raccontato che la nostra espressione, a quella sua frase, è stata condiscendente e scettica. Almeno per me, era vero. Ero sicuro che dentro quel libro ci sarebbe stato un dolore molto grande, e ci sarebbe stata la grande umanità di Ada; ma non ero affatto sicuro che potesse essere un libro bellissimo, come diceva lui. Non è che uno una mattina si sveglia, e scrive un libro bellissimo. Non è che poiché una persona è malata di cancro, scrive un libro bellissimo. Non è che una persona così piena di eventi dolorosi nella propria vita, poi automaticamente scrive un libro bellissimo.
Conoscevo Ada da moltissimi anni, ma solo negli ultimi tempi avevamo cominciato a frequentarci con un gruppo di amici. Non so dire bene se fosse già malata, o se si è ammalata mentre ci frequentavamo, e non lo so perché io dalle malattie fuggo, diventano immediatamente sfocate. Non so ricordare, non so averci a che fare. Una mia amica dice che, alle notizie di peggioramenti, io so dire soltanto, con espressione addolorata: mannaggia. Quello che sto dicendo non è irrilevante, perché Ada in una pagina del suo libro scrive di un mio articolo durante la pandemia, in cui raccontavo che avevo paura dei miei figli (che mi contagiassero), e invece lei non aveva paura di abbracciare sua figlia Daria; e che era evidente che io avessi paura delle malattie e della morte. Sono poche righe, molto dritte e veloci - di cui tra l'altro si preoccupava, e continuava a dirmi: poi quando leggerai troverai una cosa su di te.
Ovviamente aveva ragione lei. Perché Ada stava zitta e aveva imparato a rispettare tutti, ma anche nel libro risulta evidente che poi sapeva osservare e giudicare chi scappava da Daria o scappava dal suo cancro. Ogni volta che ci vedevamo, negli ultimi mesi, era più scavata, restava con noi meno tempo e poi stanca andava a casa; ma in quel tempo si divertiva, rideva molto. Una delle ultime volte è stata a febbraio, a vedere la finale di Sanremo: se n'è andata stremata, ma le piaceva così tanto quella superficialità allegra di serate così.
Intanto il libro era uscito, e le persone intorno lo leggevano. E ovviamente gli amici non sono come tutti gli altri lettori - vale per il libro di Ada e per qualsiasi altro libro. Incatenano il libro alla vicenda e alla persona che vedono e con cui parlano. È una visione distorta - perfino quando chi scrive racconta di sé - in cui si fa fatica a dare giudizi oggettivi. Chi leggeva piangeva, soffriva, diceva è dolorosissimo. Ma io mi ostinavo a pensare che era di sicuro un libro doloroso, ma non per questo era letteratura.
Dico questa cosa non per descrivermi ottuso, per il piacere di autodenigrarmi; ma perché con quello strumento di pensiero - chi lo dice che questo libro è letteratura? - mi restava solo che era un libro doloroso. E allora perché, oltre a vedere Ada che peggiorava, dovevo anche leggere di lei e di tutte le difficoltà (e anche della grandezza, e delle felicità) della sua vita, e soffrire? Non volevo soffrire, volevo scappare anche da questo dolore. Temevo che le persone confondessero un libro bello e un libro doloroso, e che poi io scoprivo che non era così bello e quindi mi restava tutto il doloroso. E mi faceva una enorme fatica questo pensiero.
Non c'era motivo di credere che Ada avesse scritto un bel libro. Con questa frase mi difendevo e sviavo e cercavo di rimandare insensatamente la lettura. Soffrivo della sua condizione, dicevo: mannaggia; e perché dovevo entrarci dentro, e dentro la storia di Daria? Ma insomma, poi, a un certo punto, mi dicevano, bisogna che tu lo legga.
E poi una sera ho ceduto, e ho cominciato a leggerlo. Dovevo farlo, era inutile sfuggire.
E ci sono volute pochissime pagine, o forse alcune righe, per capire che quella era letteratura, e che stavo leggendo un libro che avrei alla fine giudicato bellissimo. E così sono stato per tutto il tempo dentro a un libro che certo mi ha fatto soffrire, ma che non ha l'intenzione di farti soffrire. Non è un libro che vuole provocarti qualcosa, fosse pure commuoverti; ma semplicemente è il racconto di queste due donne, una figlia con una grave disabilità e una madre che poi scoprirà di avere il cancro.
La voce che Ada ha in questo libro è seria, dignitosissima, ma non pudica; anzi spietata. Ed è questo che la rende diversa, e se posso dire: qualcosa di più, da quella che poi era lì davanti, durante le nostre serate. Affronta senza risparmiare nulla anche le cose più indicibili - che non sono quelle della malattia, ma il compagno che sparisce quando rimane incinta, o una macchia di merda non trattenuta, o lo sguardo su quelli intorno che guardano - guardano Daria, guardano lei. La capacità di saper guardare, e raccontare, e tenere in primo piano, anche ciò che potrebbe sembrare di secondo piano (a chi non sa cosa sia la letteratura); insomma mi sono trovato dentro pagine che hanno questa combinazione di dignità e durezza, che affrontano la vita come si fa e si deve fare in letteratura, in modo frontale, senza risparmio. E man mano che giravo le pagine mi era sempre più chiaro che non avrebbe avuto senso scrivere questo libro se non così; solo che non è che sia facile scrivere un libro così, anzi è molto molto difficile. Ed è per questo che mi ha spiazzato: è un libro di qualità oggettiva; ma soprattutto è un libro scritto nel solo modo in cui bisognava farlo, e questo non è facoltà di molti.
La lettera mandata ad Augias per la posta di Repubblica, molti anni prima (e riportata nel libro) è un po' il momento in cui la scrittura ha inaugurato questa particolare potenza: Ada affermava, con una chiarezza inequivocabile, che amava immensamente sua figlia, ma che se avesse potuto scegliere non l'avrebbe voluta. Riusciva a conservare quella lucidità di quando Daria ancora non c'era, anche adesso che c'era, che si amavano oltre ogni misura. Riusciva a pensare a Daria anche come evento astratto che avrebbe cambiato la sua vita, adesso che Daria aveva cambiato già la sua vita in modo concreto, quotidiano. Daria, come il libro racconta benissimo, ha portato insieme ai suoi mille problemi, una grandezza di amore e di impegno a far bene, a una donna che nella sostanza si sarebbe occupata volentieri ancora e solo di danza, e cioè avrebbe attraversato leggera la sua vita.
C'è una cosa che mi ha molto colpito di Ada, dei suoi racconti, dentro e fuori il libro, di quando ha deciso di andare via da Ortona. Della necessità di farlo per costruirsi una esistenza davvero sua. Ed è ciò che aveva apparecchiato per sé stessa; ciò che era disposta a sopportare, e ciò di cui sarebbe stata capace di accontentarsi (come poi è stata capace). Una vita dentro qualcosa che la accendeva, in qualsiasi ruolo. Però, nei giorni dopo la sua morte, sia i racconti delle amiche, sia i taccuini e i quaderni ancora lì sparsi per la casa, aperti sull'ultima pagina riempita, raccontavano che aveva fino all'ultimo scritto, pensato, progettato, anche appuntato film da vedere e libri da leggere. Ecco ciò per cui si era preparata fin da quando era arrivata a Roma: la voglia di esprimersi. La necessità di esprimersi. La vita interiore di qualcuno che deve in qualche modo esprimersi, fosse anche restando l'unica lettrice di sé stessa (è da questa probabilità che partono tutti).
Ecco, infine, cosa aveva preparato per sé: essere qualcosa; e, probabilmente, una scrittrice. Si era preparata lungo la vita per essere pronta, un giorno, a scrivere Come d'aria. Per questo motivo il tono, la voce, le parole, la scelta di cosa raccontare, sono così mature e vive. Perché non ha deciso di scrivere per questo libro; ma aveva deciso di scrivere nella vita.
Questa mia testimonianza può servire a sgombrare il campo da tutti i pregiudizi che si possono avere sul libro di una persona malata di cancro che poi è morta, che racconta il suo rapporto con la nascita e la crescita di una figlia gravemente disabile. Ovviamente, il mio pregiudizio "negativo" non è così diffuso; però quello opposto, positivo, lo è fin troppo. Ma questa testimonianza potrebbe servire a preservare anche da quello. Qui dentro non c'è solo materia di vita che fa soffrire e che fa sentire fortunati chi la affronta (chi legge). Qui dentro c'è letteratura. E si può dire che è l'unica cosa che vale, se non fosse che la letteratura in sé non sarebbe niente, se dentro non soffiassero un alito di vita, un'anima che è proprio l'esatta definizione di quello che ci deve essere: qualcosa che non c'è, e che però non può non esserci.
Perché ho imparato una cosa leggendo questo libro: che la letteratura rende il dolore sopportabile, non insopportabile. Dà un senso al racconto di una vita faticosa, difficile, ma continuamente puntellata da momenti di gioia, e di consapevolezza. In realtà, la letteratura non fa nemmeno questo; ma dà sostanza a quella fatica, a quella difficoltà, a quei momenti di gioia e di consapevolezza. Li mette in ordine, dà loro luce, nitidezza. Non c'è nulla che la letteratura possa fare, se le cose e i pensieri non sono già accaduti nella vita. Ma quel passaggio, che è uno specifico nemmeno necessario, cioè ciò che riguarda noi tutti che scriviamo libri, può avvenire solo con la capacità di scriverne, di scrivere. Bisogna saper scrivere. E Ada ha saputo scrivere. E se uno sa scrivere e sa rendere sopportabile il dolore, può farlo anche una volta sola; ma in realtà è evidente che è quello che ha fatto per tutta la vita, in solitudine, sui taccuini o nella testa.
Il libro - Ada d'Adamo, Come d'aria (Elliot, pagg. 144, euro 15)