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Ilaria Tuti: "Il segreto dei noir è l’empatia"

La scrittrice bestseller, che con la sua poliziotta Teresa Battaglia è approdata con successo anche in tv, pubblica un nuovo romanzo. E qui si racconta
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Le montagne, il bosco, l'acqua gelida di un lago. E lì, sopra una roccia, Teresa Battaglia. Ex ispettrice di polizia, specializzata in profiling, non è più la donna che abbiamo conosciuto al suo esordio letterario, Fiori sopra l'inferno. La malattia, che in quel fortunato thriller aveva cominciato a indebolirne la mente, ormai ha preso il sopravvento. È sporca di sangue, abbraccia il cadavere di un ragazzo, non ricorda nulla. La scrittrice friulana Ilaria Tuti ha deciso di accompagnarla nel baratro firmando Madre d'ossa, forse la sua ultima indagine. E non è stato facile perché se il panorama del crime è ormai pieno di detective atipiche, fragili, imperfette o spezzate, muovere sulla scena di un delitto un personaggio malato di Alzheimer costringe a un difficile gioco di equilibrismo: una parola di troppo e si può scivolare mandando in frantumi il patto stipulato con i lettori, la sospensione dell'incredulit&agrav…

Le montagne, il bosco, l'acqua gelida di un lago. E lì, sopra una roccia, Teresa Battaglia. Ex ispettrice di polizia, specializzata in profiling, non è più la donna che abbiamo conosciuto al suo esordio letterario, Fiori sopra l'inferno. La malattia, che in quel fortunato thriller aveva cominciato a indebolirne la mente, ormai ha preso il sopravvento. È sporca di sangue, abbraccia il cadavere di un ragazzo, non ricorda nulla. La scrittrice friulana Ilaria Tuti ha deciso di accompagnarla nel baratro firmando Madre d'ossa, forse la sua ultima indagine. E non è stato facile perché se il panorama del crime è ormai pieno di detective atipiche, fragili, imperfette o spezzate, muovere sulla scena di un delitto un personaggio malato di Alzheimer costringe a un difficile gioco di equilibrismo: una parola di troppo e si può scivolare mandando in frantumi il patto stipulato con i lettori, la sospensione dell'incredulità.

Come possiamo accettare, oltre ogni dubbio, che una donna gravemente malata, possa risolvere un mistero che mescola violenza e riti ancestrali? "Scrivere è stato difficilissimo - ammette l'autrice - . Da un lato la malattia metteva dei paletti che non potevo oltrepassare se non rischiando di trasformare Teresa in una macchietta. Dall'altro avvertivo la responsabilità, unita anche al senso del pudore, di parlare di una fase della vita così delicata. È stato un bel carico da gestire, ma un passetto alla volta mi sono inoltrata anche in questa storia".

Quando nel 2018 ha creato Teresa, immaginava di accompagnarla fino al momento nel quale avrebbe perso la sua arma più potente, la lucidità?
"Onestamente no. Teresa è figlia dell'ingenuità degli inizi, ma quando delinei un personaggio come lei non puoi più tirarti indietro, devi farla progredire mentre inevitabilmente progredisce anche la sua malattia, la devi accompagnare nella resa dei conti con la vita, nel commiato da ciò che era. È stato inevitabile seguirla in questa sua parabola discendente che però è anche illuminazione, scoperta, conquista di una pace che forse non ha mai avuto prima".

Cosa cercava in quella sua iniziale ingenuità?
"Un personaggio femminile fuori dai sentieri già tracciati. Mentre scrivevo un racconto mi è apparsa l'immagine di una donna tenace, non più giovanissima e con il corpo e la mente che cominciavano a vacillare. Era già Teresa, dovevo solo scavare e scoprirla".

Di fatto, con una indagine psicologica.
"È quello che cerco, da lettrice prima ancora che da scrittrice".

E lo trova?
"Sì, ci sono autori eccezionali come la statunitense Gillian Flynn. Lei trascina i lettori in percorsi bui e inquietanti. Nei suoi romanzi c'è pochissima azione, la tensione è tutta mentale".

In "Madre d'ossa" questa sua attenzione per la psiche dei personaggi s'impasta con frammenti di storie reali come la tomba 59 della necropoli di Cividale del Friuli. Come sceglie quali fantasmi evocare?
"Per scrivere ho bisogno di stare sul territorio, di camminare per raccogliere suggestioni, idee, immagini, tracce di storie lontane e dimenticate. Le accantono per un periodo e poi a volte, quando ho bisogno di alcuni incastri, queste ritornano come felici corrispondenze. Mi ero informata sulla storia delle persone affette da acondroplasia, causa di una delle forme più comuni di nanismo e avevo scoperto che proprio a Cividale, dove ero già stata a fare dei sopralluoghi, c'era questa anomala tomba medievale: un uomo affetto da nanismo sepolto in posizione prona sopra una donna. Morti inquiete, una suggestione perfetta per il mio romanzo".

Uno dei temi che lo attraversano è la maternità.
"Maternità biologica, dell'anima, del cuore, intesa come propensione alla cura e alla conservazione della vita. In Teresa è fortissimo, lo avverte non solo per i ragazzi della sua squadra o per le vittime, ma anche per i carnefici".

Fa molte letture scientifiche per i suoi romanzi?
"Sì, saziano la mia curiosità e soprattutto mi danno stimoli nella scrittura. Non sono interessata ai moventi semplici - soldi, scatti incontrollabili di rabbia, motivi passionali - ma all'abisso della mente umana e quindi le indagini scientifiche sono necessarie anche se vanno sempre di pari passo con l'empatia".

In che senso?
"È la chiave di lettura che ho usato fin dall'inizio e che ho avvertito nitidamente quando ho iniziato a documentarmi sulle biografie dei serial killer. All'epoca ero incinta e affrontavo queste letture, che non sono tra le più gradevoli in un momento in cui la vita cambia così radicalmente, in maniera molto emotiva. Leggevo e provavo compassione perché queste persone avevano fatto cose tremende, ma ne avevano subite di altrettanto orribili nella loro infanzia. Ne ero rimasta scossa ed è finita che ho dato alla mia Teresa lo stesso sguardo".

Compassione per un serial killer? Non ci si sente un po' ingiusti verso le vittime?
"È un pensiero molto scomodo perché ti impone di non giudicare ma di comprendere, mentre chiamarli mostri ci fa sentire al sicuro, identifica il male come qualcosa di molto lontano da noi".

Perché i traumi nell'infanzia sono così fondamentali per la caduta in certi precipizi?
"Perché spezzano la formazione dell'empatia, che avviene dalla nascita fino ai sei anni. In questo lasso di tempo il bambino deve sperimentare l'amore degli altri su sé stesso. La violenza, gli abbandoni e gli abusi minano l'autostima che è un bisogno fondamentale dell'uomo tanto quanto il cibo. Se ciò avviene, i bambini rischiano di diventare adulti che vedono gli altri solo come oggetti su cui riversare la propria frustrazione e iniziano le fantasie di violenza. Nei casi più estremi, il dolore è talmente forte che provano sollievo solamente impartendo la sofferenza ad altri".

È stato più complicato entrare nella mente dei killer o nella mente che si sgretola di Teresa?
"Forse Teresa. Ho sempre avuto ben chiaro il fatto che stavo parlando di un personaggio, ma allo stesso tempo di tante persone vere che vivono lo stesso dramma. Lei è logica, acuta, metodica, riesce in qualche modo a capire cosa le sta accadendo. Ma questa sua indagine interna, questa lotta contro la memoria, si fa ogni giorno più difficile".

Siamo arrivati alla fine di Teresa Battaglia?
"È difficile dirle addio, ma sono consapevole di averla accompagnata a un punto di non ritorno. Scriverò ancora di lei solo se arriverà l'idea giusta. Il che non significa avere un thriller plot da assegnarle, ma un'idea che possa condurla in una nuova storia senza alterare il suo percorso e senza tradirla. Non se lo merita".

Il libro
Madre d'ossa
di Ilaria Tuti (Longanesi, pagg. 168, euro 20)