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Luigi Manconi a Repubblica delle Idee: "La democrazia è imperfetta ma lottiamo per difenderla”

Luigi Manconi 
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Luigi Manconi è ospite della Repubblica delle Idee, assieme a Stefano Cappellini, nell'evento "Hanno tutti ragione live - Rivoluzionari. Un tirocinio non democratico alla democrazia" che prende le mosse dal suo recente saggio Poliziotto-Sessantotto. Violenza e democrazia, scritto assieme a Gaetano Lettieri per il Saggiatore (sabato 10 giugno alle 15 all'Arena del Sole).

Lei acconta di una generazione e di un momento particolare della storia d'Italia: dalle lotte per combattere il sistema alla scelta della democrazia.
"Una parte dei movimenti collettivi giovanili e studenteschi della fine degli anni '60 praticò la violenza, inizialmente in chiave difensiva rispetto agli apparati dello Stato, rispetto alla minaccia che lo Stato democratico sembrava subire con torsioni, colpi di mano, precipitazioni antidemocratiche. Non scordiamoci che siamo nel 1967, dopo appena due anni esplode la bomba di piazza Fontana che rappresenta per una parte di quei giovani una sorta di fine dell'innocenza: scoprono che esiste il male, che l'avversario ha mezzi micidiali e che quella strage forse è di Stato. Insomma, alcune ideologie rivoluzionariste portano alcuni settori del movimento a credere necessaria, per combattere l'ingiustizia, l'ingiustizia della violenza".
Lei specifica che a praticare la violenza fu una piccola parte.
"È una questione a cui tengo moltissimo. Come i movimenti giovanili erano solo una parte, è altrettanto vero che i giovani militanti a fare violenza furono una minoranza. Tra coloro che praticarono violenza molti fecero un lungo percorso, anche faticoso e doloroso, che li portò a ripudiarla, a farsi cittadini partecipi, talvolta protagonisti, di una vera e propria attività politica per il rinnovamento della democrazia. Per una parte dei rivoluzionari dell'epoca iniziò un percorso che li portò a integrarsi nello stato democratico".


È stato il destino di tanti?
"Sì, ma non è solo la biografia di alcune persone, nulla di tutto ciò. Essendo la democrazia un sistema imperfetto pieno di contraddizioni e diseguaglianze, coloro che volevano combattere le iniquità spesso riflettevano nel loro agire politico quello stesso deficit che la democrazia esprimeva, quindi integrarsi nel sistema democratico ha significato continuare a battersi per la giustizia. Perché non c'è democrazia che possa essere considerata tale se lascia fuori dal sistema delle relazioni sociali minoranze, svantaggiati, fragili".


Un approdo naturale.
"C'è necessità di lottare per sconfiggere l'imperfezione della democrazia. Lotta che non si conclude domani, abbiamo la consapevolezza che la democrazia è imperfetta ma è sempre il sistema meno iniquo di tutti gli altri".